Don Marco Ceccarelli Commento VI Domenica Tempo Ordinario “A”

VI Domenica Tempo Ordinario “A” – 16 Febbraio 2020
I Lettura: Sir 15,16-21
II Lettura: 1Cor 2,6-10
Vangelo: Mt 5,17-37

  • Testi di riferimento: Es 20,13-14; 21,12; Dt 11,26-27; 30,11-16; 2Sam 11,2-4; Gb 31,1; Sir 9,8-9;
    Is 40,8; 55,11; Mt 5,47; 6,15; 7,12.21; 8,17; 12,17-21; 22,37-40; 24,35; 26,54-56; Lc 11,28; Gv
    10,34-35; 13,17; Rm 3,31; 8,1-4.15; 9,30-32; 10,4; 13,8-10; 1Cor 7,10-12; 9,27; 2Cor 1,17-20; Fil
    3,9; Col 3,5; 1Tm 2,8; Gc 1,25; 2,10; 5,12; 1Pt 1,25; 1Gv 3,15
  1. Prima lettura: l’osservanza della legge.
  • Il tema principale di questa domenica è quello dell’osservanza della volontà di Dio. La domanda
    guida potrebbe essere: è possibile conoscere e osservare la volontà di Dio, obbedire alle sue leggi?
    La prima lettura ci risponderebbe innanzitutto che nell’osservanza dei precetti divini si trova la vita,
    come viceversa nella loro disobbedienza si incontra la morte. E quindi obbedire a Dio, alle leggi che
    egli ha posto nella natura come a quelle che ha rivelato esplicitamente ad Israele, non è un affare
    giuridico, ma è questione di vita e di morte; come, per esempio, saper scegliere fra funghi commestibili e velenosi. Allora, poiché le cose stanno in questo modo, l’uomo deve esercitare correttamente la sua libertà e scegliere ciò che gli permette di vivere. Infatti, ci dice sempre la prima lettura,
    questo fa parte delle capacità umane. L’autore del nostro testo non ha certamente dubbi sul fatto che
    se qualcuno dovesse fare la scelta sbagliata e quindi imboccare la strada della morte, ciò sarebbe
    dovuto soltanto alla sua responsabilità. Dio non ne ha colpa. Vale a dire: Dio non punisce nessuno;
    è il peccatore stesso che si procura la propria rovina. Come afferma in maniera categorica la conclusione della lettura, Dio non costringe nessuno a peccare; e ci mancherebbe! Inoltre, non di rado capita di pensare che se abbiamo fatto qualcosa di sbagliato è perché in fondo non potevamo evitarlo.
    “Certo, mi sono arrabbiato, ma perché mi hanno fatto perdere la pazienza”. Posso forse amare chi
    mi odia? Posso forse non reagire con ira quando mi insultano? Posso forse non divorziare se vengo
    tradito? Qualcuno ha risposto: Sì.
  • Citando san Paolo si potrebbe dire che l’uomo, essendo schiavo del peccato, non è così libero di
    non peccare, di osservare la legge divina (Rm 7,14-15). In ogni caso Paolo certamente non attribuisce questo “deficit” né a Dio né al comportamento altrui, ma al peccato che abita nell’uomo (7,16);
    ognuno pecca a causa del proprio peccato, non per colpa degli altri. In secondo luogo per Paolo
    questa non è la situazione definitiva dell’uomo. L’uomo può camminare nella vita perché la legge è
    praticabile, dal momento che «Dio lo ha reso possibile, mandando il proprio Figlio» (Rm 8,3).
  1. Il Vangelo.
  • L’adempimento della Rivelazione. I primi versetti (17-20) del brano di Vangelo odierno sono
    quelli decisivi (insieme a quelli conclusivi del capitolo 5 che si ascolteranno la domenica successiva), per comprendere quanto Gesù dice nel resto del passo. Egli innanzitutto afferma la validità della “legge e i profeti” (v. 17), vale a dire della rivelazione precedente a lui. Questo è di importanza
    capitale anche per noi a cui forse capita di dimenticare che prima di Gesù e del Nuovo Testamento
    c’è stata una Rivelazione che è tutt’ora valida. Valida anche se incompiuta, senza Cristo; poiché,
    nonostante Dio abbia dato la Legge, come direbbe Sal 53,4 «Non c’è chi faccia il bene, non ce n’è
    neppure uno». Gesù è venuto non per portare una nuova legge, ma per realizzare quella che già
    c’era (v. 18). Il verbo “compiere” (pleroo) che troviamo al v. 17 ha in Mt quasi esclusivamente il
    senso di adempimento delle Scritture da parte di Gesù. Gesù compie le Scritture, soprattutto quelle
    profetiche e soprattutto quelle relative al “Servo di Jahvè” (vedi testi di riferimento). Prima di Gesù
    quello che mancava alla Rivelazione era chi la adempisse, chi la realizzasse. Non soltanto formalmente – come cercavano di fare i farisei – ma nella sua sostanzialità. La polemica di Gesù nei confronti dei farisei è che costoro si accontentavano di un adempimento formale, giuridico, della torah
    – magari anche adattandola quando necessario (Mt 15,5-9; 23,16-22) – sentendosi così giustificati, e
    non preoccupandosi perciò di riconoscere che in realtà la sostanzialità della “giustizia”, cioè della
    volontà di Dio, stava da altra parte (Mt 23,23-28). Gesù compie ogni giustizia (cfr. Mt 3,15) perché
    interpreta e realizza perfettamente la volontà del Padre.
  • La giustizia superiore (v. 20). Per questo i discepoli di Gesù sono chiamati ad una giustizia – qualitativamente – superiore (perisseuo …pleion) rispetto a quella degli scribi e dei farisei che invece
    non permette di entrare nel regno dei cieli. Come abbiamo detto nelle domeniche precedenti, non
    dobbiamo mai dimenticare che il contesto è quello dell’appartenenza al regno dei cieli, che è propria dei figli di Dio, coloro che con le loro opere mostrano il volto del loro Padre celeste e permettono che Egli sia glorificato dagli uomini (Mt 5,16). Il termine “Padre” riferito a Dio è il vocabolo
    chiave nel discorso della montagna, dove appare ben 17 volte. La chiave di tutto il discorso sta in
    questa relazione Padre-figli. Tale relazione è qualcosa di sostanzialmente diverso da quello che può
    essere una relazione nei confronti di comandamenti – seppur divini e seppur osservati accuratamente. I cristiani possono realizzare la “giustizia superiore” perché sono diventati “figli del Padre” e a
    Lui assomigliano. La giustizia superiore dei figli di Dio è appunto quella propria del Padre (cfr. Mt
    5,45.48) che è caratterizzata dall’amore incondizionato per tutti. È tale amore che permette di compiere i comandamenti non alla maniera, certamente scrupolosissima, degli scribi e dei farisei, ma
    secondo la loro sostanza. Alla fine del discorso della montagna Gesù afferma il principio fondamentale: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro; questo infatti è la
    legge e i profeti» (7,12). Il cuore, la sostanza della Rivelazione è l’amore. Infatti i due fondamentali
    comandamenti da cui dipendono tutta la legge e i profeti sono quelli relativi all’amore (22,37-40);
    «il compimento (pleroma) della legge è l’amore» (Rm 13,10). Quello che noi vogliamo dagli altri è
    che ci amino, comunque questo amore si concretizzi. Allora la giustizia, cioè la volontà di Dio, che
    i discepoli sono chiamati a realizzare è quella dell’amore. E ciò sarà possibile a partire dal fatto che
    i discepoli di Gesù sono “figli del loro Padre celeste” che ama tutti indistintamente (Mt 5,45). Gesù
    è il figlio unico in cui il Padre si compiace (Mt 3,17; 17,5) perché egli realizza questa giustizia, soprattutto nel momento in cui compie le Scritture relative al Servo di Jahvè che si carica dei peccati
    del suo popolo. Così chiunque riceve la filiazione divina e può chiamare Dio “Padre” (Mt 6,9) ha
    uno Spirito che gli permette di realizzare la volontà del Padre (Rm 8,1-4) sull’esempio di Cristo.
    Gesù allora è «il termine (telos) della legge perché la giustizia sia data a chiunque crede» (Rm
    10,4). Gesù è il telos, il compimento ultimo, definitivo, della Rivelazione, perché egli l’ha realizzata
    perfettamente e perché permette a chiunque crede in lui di praticarla secondo la volontà del Padre.
    Ed è questa in fondo la sapienza divina che è rimasta nascosta e che ci è stata rivelata per mezzo
    dello Spirito (cfr. seconda lettura). Perciò i discepoli fanno “di più” (perisson) dei pagani (5,47) che
    si limitano ad adempiere la legge naturale. I cristiani fanno qualcosa di “soprannaturale”, perché vivono a somiglianza del loro Padre celeste (5,48).
  • Le esplicitazioni. Nei vv. 21-37 (con l’aggiunta dei vv. 38-44 che ascolteremo la domenica successiva) abbiamo quello che alcuni chiamano le “antitesi”, perché caratterizzate dal “ma io vi dico”
    (sei volte) di Gesù. Come se Gesù stesse correggendo alcune norme che appaiono nell’Antico Testamento. Ma i versetti che precedono e che abbiamo commentato sopra non lasciano alcun dubbio
    sul fatto che Gesù non stia contrapponendo il suo insegnamento a quello della Rivelazione precedente. È forse perciò più opportuno parlare di esplicitazioni, nel senso che Gesù manifesta la vera
    sostanza di tale norme; sostanza che risiede appunto nell’amore. Si può non uccidere fisicamente il
    prossimo, ma lo si può odiare lo stesso; e allora ci si trova nella perdizione (vv. 21-22). E così tutto
    il resto. Dunque tutto il discorso in fondo non è altro che una spiegazione di cosa sia l’amore;
    quell’amore che Dio chiede all’uomo, ma che innanzitutto rispecchia l’amore di Dio stesso.
    Quell’amore del “Padre vostro celeste” che il Figlio unigenito ha rivelato dando la sua vita per gli
    uomini e che continua a riflettere nella vita dei suoi discepoli. Per questo tutto il discorso del capitolo 5 va in crescendo verso il culmine dell’amore che è quello che occorre avere persino verso i nemici.
    P.S.
    Ognuna delle quattro esplicitazioni potrebbe da sola costituire l’oggetto dell’intera omelia.

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