Figlie della Chiesa Lectio VI Domenica del Tempo Ordinario

 Lun, 10 Feb 20  Lectio Divina – Anno A

Il Maestro, divinamente buono e semplice, ha usato espressioni così inflessibili?

Eppure, chi si assumerebbe la responsabilità di dire che queste frasi sono soltanto delle iperboli?

Occorre distinguere, ricordando che gli scritti di Matteo hanno raccolto in cinque discorsi gli insegnamenti di Gesù e li hanno applicati alla realtà di quel tempo.

Gesù stesso aveva dato l’autorità di estrarre dal loro «tesoro cose nuove e cose antiche».

v.17: Nei versetti  5,17-20 del Vangelo di Matteo, il nostro Signore dimostra l’identità dei principi che egli ha esposti, con quelli dell’antica legislazione e la loro dissomiglianza dal tradizionale insegnamento, che era allora in voga. In questo versetto, «la legge ed i profeti» presi insieme, significano l’autorità ed i principi dell’Antico Testamento. Non importa distinguere qui la legge dai profeti, come fanno alcuni critici, né ricercare quali fossero le supposizioni degli avversari di Cristo relativamente all’intenzione che gli attribuivano di rovesciarli.

Il nesso che collega questo versetto coi precedenti si trova nelle parole «buone opere», contenuto in Mt 5,16. Questa menzione delle buone opere come mezzo necessario per glorificare Dio, tanto sotto la nuova come sotto l’antica economia, solleverebbe naturalmente una questione circa la loro mutua relazione, e particolarmente circa l’autorità della legge mosaica sotto il regno del Messia. Le parole contenute in questo versetto sono indirizzate a due classi di individui i quali, da due diversi punti di vista, consideravano Gesù come un sovvertitore della legge e dei profeti.
Alcuni rispettavano la legge, non soltanto nel suo senso letterale, ma ancora nel senso spirituale; e temevano che Gesù avesse l’intenzione di rovesciare tutte le istituzioni stabilite da Dio fra loro. Per costoro, le parole di Gesù suonavano come s’egli avesse detto: Non temete che io venga ad abbattere la legge ed i profeti; anzi io vengo per compiere le cose che essi hanno detto.
Altri acclamavano Gesù Cristo, sperando che egli avrebbe abbattuto così la legge morale come la cerimoniale, e avrebbe concesso loro il permesso di vivere liberamente nel peccato. Per questi le parole di Gesù significavano: Non sperate che io sia venuto per mettermi alla testa di un movimento rivoluzionario, o per diminuire la santa autorità della legge di Dio.

v.20: Questo versetto contiene un corollario dedotto dai tre precedenti. Gli Scribi ed i Farisei non osservavano la legge, poiché essi l’annullavano con le loro tradizioni, e la mettevano in pratica soltanto esternamente. Perciò essi pretendevano invano di essere giusti; e Gesù Cristo dichiara che coloro i quali desiderano entrare nel regno dei cieli devono essere più santi di loro. Il nostro Signore diede così ai suoi uditori, che avevano fino a quel momento creduto che gli Scribi ed i Farisei avessero «le chiavi della scienza» e fossero i più giusti degli uomini, una idea molto più elevata della santità della legge. La “giustizia” di cui si tratta qui, non è quella che ci è imputata per la fede, bensì una vita giusta e santa, che è la conseguenza della prima. Perciò se vogliamo che la nostra giustizia superi quella degli Scribi e dei Farisei, conviene che essa abbia la sua sede nei nostri cuori e si manifesti nella nostra vita.

“Voi non entrerete nel regno dei cieli”. Gesù Cristo insegna con queste parole che senza una giustizia superiore a quella dei Farisei, noi non possiamo far parte della sua Chiesa, né in questo mondo, né nel mondo avvenire.

v.22: In opposizione ai commenti degli Scribi e dei Farisei «seduti sopra la sedia di Mosè», il Legislatore stesso, «DIO manifestato in carne», si accinge ad esporre il vero significato del comandamento; e chi al par di lui lo può spiegare? “IO vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello …”

Gesù dimostra qui che la legge di Dio è «giudice dei pensieri e delle intenzioni del cuore»; che non è destinata a reprimere solo gli atti violenti, ma anche le malvagie disposizioni dalle quali essi procedono. Egli riconduce il Patto alla sua origine, allo spirito che l’ha prodotto, e combatte il peccato nella sua sorgente, ipocritamente risparmiata dai Farisei. Il Signore non ci proibisce in modo assoluto di adirarci. L’ira, quando è diretta contro il peccato, è lecita. Gesù guardava gli ipocriti Farisei «con indignazione» (Mc 3,5); e ci viene detto: «Adiratevi e non peccate» (Ef 4,26). Ma il Signore parla qui di un’ira piena di odio contro al fratello. In questo caso l’ira è peccaminosa; è disubbidienza al sesto comandamento; è l’omicidio che sì svolge nel cuore, benché non sia ancora arrivato alle mani. «Chiunque odia il suo fratello, è omicida» (1Gv 3,15).

“Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna”.

«Raca» = “Stupido” è parola di disprezzo che significa privo di senso. «Pazzo» non denotava solo privazione di senno, vi si aggiungeva anche l’idea di depravazione e di iniquità: sciagurato, birbante! Siccome è difficile determinare la differenza che passa fra il senso di «Raca» e quello di «Pazzo»», alcuni critici moderni negano l’esistenza d’una gradazione in questo versetto, sia riguardo alla colpa, sia relativamente alla punizione. In tal caso esso conterrebbe una inutile tautologia. Se fossimo vissuti nella Galilea in quel tempo, avremmo, senza dubbio, capito al pari degli uditori di Cristo la gradazione, indicata da questi epiteti, nella trasgressione del sesto comandamento. Ogni epoca, ogni paese ha i modi suoi propri per esprimere tali cose; e senza dubbio Gesù si servì delle espressioni aramaiche oltraggiose allora in voga, per dar maggior chiarezza al suo discorso.

Vi erano tre gradi di condanna tra gli Ebrei: quella inflitta dal «tribunale» che non poteva condannare a morte; quella inflitta dal «sinedrio», che era investito di un tal potere; e quella inflitta dai magistrati di Gerusalemme ai cadaveri dei giustiziati che non erano reclamati dai loro amici, facendoli gettare nella valle di Hinnom, al Sud della città, ove erano arsi dai fuochi costantemente accesi per consumare ogni immondizia. Ma ciò che rendeva specialmente infame quella valle era la memoria del culto barbaro reso dal re Manasse a Moloc, in onore del quale egli fece in quel luogo passare i suoi figli per il fuoco (2Cr 33,6). Più tardi il re Giosia profanò quel luogo, affinché il popolo cessasse di sacrificarvi i suoi figli (2Re 23,10). Quando i profeti minacciavano il popolo dei castighi di Dio, essi annunziavano che questa valle, chiamata anche Tofet, cioè tamburo, perché si faceva qui un gran rumore con tamburi, affinché non si sentissero le strida dei bambini che bruciavano, diventerebbe una specie di macello, dove sarebbero gettati i cadaveri dei difensori della città, e dove il fuoco dell’ira di Dio li consumerebbe (Is 30,33;66,24; Ger 7,32). Questa valle, il cui nome era associato alle più nefande iniquità da una parte, e ai più tremendi giudizi di Dio dall’altra, era divenuta il tipo di quel luogo in cui gli impenitenti saranno arsi nel fuoco dell’ira di Dio. Con l’andar del tempo la parola geenna venne generalmente adoperata per indicare l’inferno.

È evidente dunque che, con le espressioni familiari contenute in questo versetto, Gesù intese parlare dei castighi inflitti non dalle leggi umane, bensì dalle divine. Egli manifestò la spiritualità della legge indicando che vi sono diversi gradi nella trasgressione di questo comandamento, prima di giungere agli atti violenti ed all’omicidio, ognuno dei quali merita la morte eterna.

v.23: I quattro versetti seguenti (Mt 5,23-26), contengono un’applicazione pratica degli insegnamenti di Gesù relativi al sesto comandamento; applicazione che l’uso della seconda persona singolare rende più chiara e più diretta. Se la legge condanna sentimenti e parole apparentemente insignificanti, è chiaro che i dissidi, quantunque i Farisei li considerassero come poco importanti, saranno più severamente condannati di quelli, ed esigono pronta riconciliazione. Il Signore lo dimostra nei versetti 5,23-24, rammentando che gli atti religiosi di quelli che ricusano di riconciliarsi coi loro nemici non sono accettati da Dio.
Tutti i sacrifici offerti al Signore dal popolo d’Israele, tanto gli espiatori, quanto quelli sacrificali, dovevano essergli presentati sull’altare del tempio di Gerusalemme. Riferendosi a questo uso, noto ad ognuno nella folla, Gesù Cristo ha l’intenzione di indicare la religione nel suo insieme. Quantunque il nostro primo dovere sia di rendere il nostro culto a Dio, Gesù Cristo, per dimostrare l’importanza e la necessità della riconciliazione, dichiara che l’offensore, anche se egli fosse in procinto di rendere il suo culto a Dio, dovrebbe sospenderlo, finché non avesse confessato il suo torto al suo avversario, e non si fosse riconciliato con lui. 

v.28: Nessun esempio potrebbe mettere maggiormente in evidenza la natura spirituale della legge di Dio, poiché il peccato che secondo Cristo costituisce già una violazione del settimo comandamento, è commesso soltanto con la mente e col cuore, mentre colei che ne è l’oggetto può esserne affatto inconsapevole. Interpretato dal Signore, questo comandamento proibisce non solo gli atti colpevoli come insegnavano i Farisei, ma persino ogni sguardo lascivo, ogni desiderio impuro diretto non solo verso persone coniugate, ma anche verso nubili.
Lo sguardo di cui parla Gesù non è prodotto da un pensiero fugace, immediatamente represso da una santa vigilanza, ma è uno sguardo diretto dalla volontà stessa dell’uomo con lo scopo di fomentare in se stesso e negli altri passioni impure. Questo deve essere il significato seguito da un infinito (vedi Mt 6,1); col proposito deliberato di essere osservati dagli uomini.
Colui che giunge a tanto ha già trasgredito la legge. Noi non dobbiamo dunque supporre dalla parola «adulterio» qui usata, che il nostro Signore intenda restringere l’infrazione di questo comandamento alle relazioni colpevoli fra i coniugati. L’espressione «chiunque guarda una donna» indica che questo comandamento si riferisce ad ogni sorta di impurità, e le istruzioni che seguono, indirizzate indistintamente ai celibi ed ai coniugati, lo confermano.

In questa luce si comprende quel “compimento” che Cristo dice di essere venuto a svelare. Con questa svolta la religione si trasforma da osservanza di un codice di norme circoscritte in un’adesione totale della coscienza e dell’esistenza. Contro i 613 precetti della Legge numerati dai rabbini Gesù Cristo –citando proprio l’Antico Testamento – ci ricorda che il comandamento è uno solo, eppure abbraccia ogni atto e ogni istante della vita: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente e amerai il prossimo tuo come te stesso”. È da questo comandamento che “dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22, 37-40).

v.29: Gesù Cristo applica qui il suo insegnamento all’individuo. Consigli contenuti in questo e nel versetto 30 sono pressoché identici nella forma e nella sostanza ad un’esortazione posteriore del Signore (Mt 18,8-9; Mc 9,43-48). È questo un esempio notevole del metodo didattico adottato da Cristo, quello cioè di ripetere gli stessi insegnamenti più o meno modificati ad assemblee diverse. La mano destra essendo più abile ed utile della sinistra; la medesima distinzione, con ragione o senza, è stata conferita all’occhio e al piede destro.
Gesù Cristo applica qui il suo insegnamento all’individuo: vale a dire, se ti è d’inciampo, se ti è occasione di caduta con le tentazioni che ti dà, o per la licenza che tu gli concedi, cavalo, e gettalo via da te. Naturalmente non è l’occhio, come organo corporale, quello che Cristo intende che debba essere cavato, ma la concupiscenza che si pasce e cresce per mezzo dell’occhio; e viene qui rappresentata dall’organo che si vuole strappare e gettar via. 
È chiaro che un uomo potrebbe, con l’intenzione di dominare la sua passione, cavarsi l’occhio destro e nondimeno sentire più che mai il fuoco di quella concupiscenza nelle sue membra; mentre, senza mutilazione alcuna, egli potrebbe, per la grazia di Dio, vincere la passione nel cuore, adottando coraggiosamente e mettendo in opera il proponimento di Giobbe 31,1: «Io avevo stretto un patto con gli occhi miei; come dunque avrei fissati gli sguardi sopra una vergine?».
A questo combattimento di una volontà rigenerata, che veglia perché i membri del corpo non diventino «servi del peccato» ci esorta il Salvatore in questo e nei seguenti versetti. In una parola egli dice ai suoi discepoli che se essi intendono il vero senso della legge, non indietreggeranno davanti ai più dolorosi sacrifici, alla più penosa abnegazione, al fine di vivere nella purezza e nella santità, “poiché ti conviene infatti perdere una delle tua membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna”. La metafora è probabilmente tolta dall’esperienza chirurgica, e in ogni caso è adatta come illustrazione del soggetto, poiché è noto ad ognuno che, quando la salute del corpo è compromessa da uno dei membri, non si esita a tagliarlo per evitare la morte. È meglio rifiutare la soddisfazione di una mala concupiscenza in questa vita, dice il Signore, che abbandonarsi in balìa del peccato, il quale conduce alla perdizione.

vv.33-36: Gesù, nello spirito autentico della profezia biblica, spezza questo schema così caro anche a quei cristiani che si accontentano di confessare il solito: “Non ho ammazzato nessuno, non ho rubato, non ho commesso adulterio, non ho ingannato nessuno”. Gesù riscopre il Decalogo nella sua radicalità: i comandamenti sono solo segni essenziali di un atteggiamento interiore totale che deve coinvolgere tutte le scelte quotidiane. Non si è giusti solo in alcuni atti estremi e in alcune ore del giorno, ma si è sempre e totalmente consacrati all’amore del prossimo, rispettandolo ed aiutandolo; si è sempre e totalmente consacrati all’amore matrimoniale in una piena donazione; si è sempre e totalmente consacrati alla verità anche nelle piccole cose.

v.33-34: Il Signore sceglie quindi il terzo comandamento per mostrare il contrasto fra le interpretazioni farisaiche della legge ed il suo vero senso, che egli espone con autorità, essendo egli stesso il divino legislatore. Le parole di questo versetto sono un compendio dell’insegnamento della legge sul giuramento (Levitico 19,12; Nm 30,2), trasmesso dai Talmudisti ed inculcato al popolo dai suoi dottori. I Farisei interpretavano il comandamento: «Non prendere il nome del Signore Dio tuo in vano», nel senso letterale; consideravano tutti i giuramenti presi in quel sacro nome come obbligatori e chi trascurava di adempierli, come spergiuro. Ma, secondo la tradizione dei padri, i giuramenti presi in ogni altro nome non erano proibiti e chi mancava a quelli che non erano fatti nel santo nome di Jehova, non si reputava spergiuro né peccatore. Lightfoot ci dice che il giurare invano era strettamente proibito anche dai Farisei, ma essi restringevano talmente la cerchia dei vani giuramenti, che un uomo poteva giurare centomila volte, e nondimeno non farsene reo!

Ma io vi dico: non giurate affatto (v. 34). È necessario tenere presente la distinzione farisaica fra i giuramenti sacri e quelli usati per fare più animata ed enfatica la conversazione; solo noi vogliamo intendere il senso di questa ingiunzione del nostro Signore. In Matteo 5,34-36, abbiamo qualche saggio dei vani giuramenti dei quali gli Ebrei facevano uso, rasentando quanto possibile fosse, senza mai pronunziarlo, il nome di Jehova. L’ingiunzione: «non giurate affatto», viene fatta dal nostro Signore, evidentemente contro l’abitudine dei profani giuramenti nel conversare comune e nelle più piccole occasioni. Ciò nonostante, alcuni moralisti eccessivi, trovano in essa una proibizione positiva di giurare, anche in un tribunale o nelle più solenni circostanze, per la soddisfazione altrui. Ciò proviene dal badare solamente alla lettera della ingiunzione di Cristo,  trascurandone lo spirito; difetto dal quale dobbiamo guardarci come da un fariseismo contrario allo spirito del Vangelo. Guardiamo piuttosto all’esempio di Dio Padre in Ebrei 6,13-17; a quello di Gesù Cristo, il di cui “in verità io vi dico” fu una solenne affermazione della verità, e che rispose senza scrupolo al terribile scongiuro di Caifa (Mt 26,63-64); all’esempio degli apostoli, che scrivevano sotto la direzione dello Spirito Santo (Rom 1,9; 2Corinzi 1,23; Gal 1,20; Fil 1,8; 1Tessalonicesi 2,5); e perfino a quello degli angeli (Ap 10,6). D’altronde, troviamo nel contesto l’esatta spiegazione di queste parole, poiché nostro Signore stesso aggiunge: «Né per il cielo… né per la terra… né per Gerusalemme» (v. 34).

v.36: Non giurare neppure per la tua testa. Era questo un giuramento comunissimo fra gli Ebrei, e lo è tuttora fra gli Orientali. Equivale all’esclamazione: Per la mia vita! Per l’anima mia! cioè: Ch’io possa morire se ciò non è vero! Il nostro Signore proibisce di giurare così, e ne dà la ragione:

“Perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo tuo capello”.

La parola «potere» ha qui il senso di creare, o cambiare radicalmente il colore dei capelli, non di modificarli con tinte o con preparati chimici. Il senso del versetto è evidentemente quello che deriva dalla constatazione che non avendo alcun potere sulla nostra vita rappresentata dalla “testa” (capo), che Dio solo può abbreviare o prolungare, siamo colpevoli giurando per quella, come giurando per il Creatore nostro.

v.37: Il giuramento, sommariamente parlando, è una promessa accompagnata da una invocazione della divinità chiamata a testimone di quanto si dice. I Giudei giuravano per il cielo (come raccomandava Filone), per la Città Santa e per altre realtà connesse con Dio.

Gesù proibisce qualsiasi giuramento perché l’uomo non può disporre né di Dio (vv. 34-35), né di se stesso (v. 36). Non si può impegnare Dio poiché non ci appartiene; e neanche noi stessi perché apparteniamo a Lui. Questo discorso di Gesù non è puro umanesimo; tutto è trattato dal punto di vista di Dio. La verità di un uomo è nella corrispondenza del “sì” e del “no” che pronuncia con le radici del suo sentimento e del suo pensiero.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/