Don Paolo Scquizzato “non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”

OMELIA VI domenica del Tempo Ordinario. Anno A

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. […]. 20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. […] 27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. […] 33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno». (Mt 5, 17-37)

Gesù invita a vivere una giustizia che superi quella degli scribi e dei farisei, ossia meramente religiosa, fondata sull’ottemperanza della legge.
‘Giusto’ non è colui che obbedisce alla legge, ma colui che porta a compimento la propria umanità, o se vogliamo vivere secondo la propria natura.
Il comandamento del ‘non uccidere’ (vv. 21-22) è a fondamento della morale veterotestamentaria. Ebbene, Gesù va oltre: non uccidere non è più sufficiente. Per essere donna e uomo nuovo non basta non fare il male, occorre fare il bene.
Il Vangelo ti chiederà sempre di vivere in pienezza, di divenire persona umana completa, e poi di far vivere in sovrabbondanza chi ti sta accanto. Non crediamo che basti non togliere la vita all’altro per poter essere “a posto”, ma domandiamoci: abbiamo dato vita a qualcuno? Abbiamo rimesso in moto la loro vita, fatto di tutto perché possano cominciare a vivere veramente?
La nostra vita, e il nostro stesso futuro, sarà perciò in mano all’altro, al fratello; è sempre l’altro che mi giudica, ovvero ha il potere di farmi vivere da risorto in questa vita (se lo affermo), o vivere da cadavere (se lo ignoro).
«Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio» (vv. 27-30). Anche in questo caso, ciò che salva non è «non commettere adulterio», ma fare del rapporto di coppia una opportunità in cui il partner possa compiersi nella sua piena umanità. Il comandamento lasciatoci da Gesù non è dunque racchiuso nella sterile osservanza di una legge, ma nella possibilità di vivere finalmente una vita nuova: «Vi do un comandamento nuovo, amatevi» (Gv 13,34). Non ha detto «vi comando di amarvi», ma «vi do il comandamento dell’amore». Possiamo amarci perché lui ci ha dato l’amore con cui poterci amare, perché ‘ci ha amati per primo’ (1Gv 4, 19). Ci chiede solo ciò che previamente ci dona. In questo sta il significato di quel ‘nuovo’.
Dio non obbliga, ma rende possibile.
«Donami, o Dio, ciò che mi comandi, e poi comandami ciò che vuoi» (Agostino).

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