SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sir 15, 15-20; Sal 118; 1Cor 2, 6-10; Mt 5, 17-37

 Dopo le Beatitudini, Gesù ha sottolineato nel Discorso della montagna – lo vedevamo la scorsa domenica – il rapporto tra discepoli e mondo e lo ha inquadrato usando le immagini della luce e del sale … in questa domenica, ancora il seguito del grande discorso, ci porta sul terreno del rapporto tra Prima Alleanza e Alleanza Definitiva, insomma sul terreno del rapporto tra Gesù e il suoi discepoli e la Torah … potrebbe apparire un tema puramente speculativo se non fosse che, in questa domenica, entri uno dei temi molto, ma molto attuali anche nella vita della Chiesa oggi; infatti mi pare che sullo sfondo di tutto possa porsi la relazione tra la custodia della tradizione e le istanze di rinnovamento.

            Pericolo per gli innovatori è quello di pretendere di cancellare il passato e dunque cancellare la memoria (operazione quanto mai funesta e pericolosa!) … il rischio enorme che invece corrono i custodi del passato è quello di diventare idolatri appunto del passato e di diventare ciechi sull’oggi e sulle sue istanze; rischio di questi pretesi custodi della tradizione (che il più delle volte non sanno neanche cosa significhi davvero, nella Chiesa, “tradizione”) è propugnare un passato congelato e immutabile.

            Il testo di Matteo di questa domenica mette appunto in scena la paura che l’assoluta novità che Gesù portava pretendesse di annullare la Legge data da Dio al suo popolo.

            Matteo vuole che la sua Comunità colga sì l’assoluta novità che è  Gesù ma colga anche che è una novità che, paradossalmente, si colloca nella continuità con la Torah! Ecco che per questo Matteo pone sulle labbra di Gesù  la categoria del compimento (in greco è il verbo pleróo). Matteo davanti a Gesù pone la folla che pare abbia visioni contrapposte di ciò che Gesù è venuto a portare.  Gesù parla in questo testo con una logica serrata che non lascia terreno libero a nessun inganno.

            Gesù dà due criteri di fondo e poi, perché tutto non resti sul piano teorico, dà pure sei esempi concretissimi.

            Il primo criterio è una dichiarazione che desidera correggere le interpretazioni deviate che la gente può dare di Gesù stesso e della sua predicazione: «Non crediate che io sia venuto ad abrogare la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abrogare ma a dare compimento». Con questo criterio Gesù dice con chiarezza che Dio non annulla se stesso, non si contraddice; la Torah, come pure l’opera dei Profeti che, contrariamente a quanto comunemente si pensa non vengono dopo la Torah ma prima (sono i Profeti che hanno definitivamente composto e “promulgato” la Torah che noi conosciamo!), sono un grande segno dell’immenso amore del Signore per Israele suo popolo. Per questo l’amore per la Torah per il pio ebreo è amore per Dio stesso, è risposta all’amore di elezione che Dio ha avuto ed ha per Israele; ecco perché per un vero ebreo ogni precetto della Torah va rispettato ed obbedito; non esistono in fondo – dicono i rabbini – precetti più importanti di altri e, per affermare questo, iperbolicamente essi dicono: Per un ebreo il precetto di non mescolare la lana con il cotone è uguale a quello di non uccidere. Capiamo in che senso? Nel senso che ambedue i precetti, uno su una questione più che marginale e l’altro sulla cosa più preziosa che c’è, la vita umana, provengono tutti e due dall’amore immenso di Dio per Israele, per l’uomo.

            Dinanzi alla Torah Gesù dichiara di avere un compito, quello di portarla a compimento, quello di portarla a pienezza, alle estreme conseguenze! Altro che abrogarla!

            Gesù vuole che la Torah sia condotta al suo senso più profondo … no alle interpretazioni “religiose” cioè alle più comode osservanze esterne dei precetti che scansano il guardare al cuore, al profondo! Sono queste le logiche che Scribi e Farisei rischiavano di rendere assolute mascherandole per amore alla Torah e alla tradizione (oggi quanti innamorati dell’ “autentica tradizione cattolica” lavorano giorno dopo giorno ad infangare la Chiesa, il Papa, la comunione e l’unità! Che vergogna!) … logiche che distruggono l’Alleanza!

            Gesù invece parla di un compimento. Com’è questo compimento? Gesù ce lo fa capire dandoci il secondo criterio di cui dicevo: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel Regno dei cieli!».

            Terribile, enorme, scomodante!

            Si tratta addirittura di poter o meno passare la soglia del Regno, entrare cioè in quella beatitudine che ha proclamato all’inizio del discorso. Si tratta dell’essere o meno luce e sale. Come essere beati, come essere luce e sale per la terra?  Ci vuole una giustizia che non sia quella formale delle osservanze che mettono tutto a posto, che fanno sentire giusti e magari in credito con Dio e con gli altri! La giustizia degli Scribi e dei Farisei era fatta di questa materia banale e trita. La giustizia degli Scribi e dei Farisei è quella giustizia che si ferma alla lettera della Torah, alla superficie di essa, che non fa la fatica di andare al cuore di quel Dio che ha donato quella Legge … un Dio che non può accontentarsi dell’esteriorità ma che vuole il cuore dell’uomo, il suo più profondo!

            A questo punto, per spazzare via ogni equivoco, Gesù elenca degli esempi crudi e durissimi, che bisogna prendere molto sul serio e che bisogna saper estendere a tutto ciò che la vita di fede ci domanda … anche i precetti della vita cristiana possono diventare esteriorità e legalismo e lo vediamo, e l’abbiamo visto e l’abbiamo perfino  codificato: pensate all’orribile, vergognoso precetto della comunione per lo meno una volta all’anno! Per tanti, ancora oggi, precetto che se osservato, basta a fare un cristiano! Anche qui devo ripetere: che vergogna! Che depauperamento! Che svendita!

            Gli esempi che Gesù espone, come dicevo,  sono sei; in questa domenica ascoltiamo i primi quattro, la prossima domenica leggeremo il prosieguo del discorso e ci accosteremo agli altri due.

            Gesù fa gli esempi dell’omicidio, dell’adulterio, del divorzio e del giuramento.

            Quel famoso «ma io vi dico» non è avversativo ma intensivo, è come se dicesse «anzi di più, io vi dico». Non dunque l’abrogazione ma il compimento; «ma io vi dico: non fermatevi alla superficie, scavate dentro il precetto e vi troverete il cuore di Dio che chiede il vostro cuore, che chiede voi stessi e non un formale adempimento di ciò che si vede».

            In tal modo diventa chiaro che il “non uccidere” non si può fermare al solo evidentissimo non spargere sangue umano, al non togliere la vita ad altri uomini, “non uccidere” è precetto che vuole arrivare al profondo e che si adempie nel profondo del nostro cuore. Si osserva il precetto di “non uccidere” quando si vince ogni ira che insulta, nullifica, annienta il fratello, l’altro, la sua dignità, il suo esserci; non si uccide quando si vince contro la propria voglia di schiacciare l’altro pur di salvare se stesso …

            Allo stesso modo l’adulterio non si consuma solo quando si dà sfogo al corpo, esso si consuma in ogni desiderio compiaciuto (e magari incompiuto solo per incapacità, per viltà o per vergogna!) di avere un altro che non sia lo sposo, la sposa … è la relazione che conta non l’atto esteriore; lo stesso divorzio, che fu concessione in questo campo, Gesù lo giudica a partire dalla relazione sincera e concreta tra due vite, per cui l’ingresso di un’altra persona all’interno di questa relazione d’amore puzza di adulterio.

            Così per quanto riguarda il peccato dello spergiuro attorno a cui il dibattito si era impantanato, in quei tempi, in sottigliezze, di casi su casi … Gesù taglia corto: i rapporti veri tra le persone non si possono fondare su cavilli e parole di giuramento ma sulla sincerità dei cuori sui sì o i no pienamente umani e responsabili che si devono e possono dire. Il di più è diabolico, dice Gesù, perché cerca delle scappatoie alla verità e alla sincerità, «il di più viene dal maligno» perché il di più, in tal senso, tende ad ingannare ed a creare nascondigli ai più biechi interessi.

            La giustizia «superiore a quella degli Scribi e dei Farisei»  ha una precisa direzione per Gesù: il nostro mondo interiore; le scelte buone e quelle malvagie sono solo del cuore. Lì Gesù ci conduce.

            Per Gesù la vera fonte e casa del bene e del male sono nel cuore, nell’intenzione più profonda. L’odio non arma solo la mano (il più delle volte non lo fa) ma spessissimo arma il cuore: lì è l’omicidio.

            L’adulterio non infanga solo il corpo proprio e dell’altro, più spesso infanga il proprio cuore … La giustizia che supera quella degli Scribi e dei Farisei è quella che non idolatra l’apparenza e l’immagine (“non ho mai ucciso nessuno”, “sono un marito irreprensibile”, “sono una moglie fedelissima”, “mai nessuna frode o reato”) ma è quella che deriva dalla luce di Dio,. Che è dono e riflesso di Dio.

            Questo ci dice ulteriormente che l’uomo delle Beatitudini, l’uomo che è sale e luce per il mondo, ha bisogno di curare il proprio cuore, di esporlo a Dio, alla sua Parola, ai suoi desideri, alla sua presenza.   

            La nostra giustizia non può essere la “nostra” giustizia, deve essere quella di Dio!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

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