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fr. Massimo Rossi Commento VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

VII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (23/02/2020)

Visualizza Mt 5,38-48
…E, con questa domenica, il tempo ordinario consegna il testimone al tempo forte di Quaresima: ci attendono sette settimane all’insegna della penitenza, per giungere a Pasqua finalmente riconciliati con noi stessi, con il prossimo e con Dio.

C’è molto lavoro da fare: chi ha qualche questione seria in sospeso, chi invece deve mettere mano ad un lavoro ancora più difficile, di limatura, per pulire via alcune scorie di peccato e far risplendere l’identità cristiana.

Il Vangelo di questa mattina continua quello delle Beatitudini di domenica scorsa e lo conclude: ne emerge l’identikit del perfetto cristiano. “Perfetto”, “perfezione” sono parole grosse, che ci mettono immediatamente sulle difensive, suscitando in noi un’obbiezione più che ovvia: la perfezione non è di questo mondo! Ebbene, abbiamo perfettamente ragione, e per ben due motivi: il primo è che raggiungere la perfezione, così come la intendiamo noi, è praticamente impossibile; perfetto è colui che non sbaglia mai: nessuno, almeno a parole, dichiarerebbe di non sbagliare mai….a parole!… perché, in verità, il mondo è pieno di persone che son convinte di avere sempre ragione su tutto e su tutti… a cominciare da noi. Maledetto orgoglio!

La nostra società, dove i figli unici e le persone single sono aumentati in modo esponenziale, anche l’orgoglio individuale è aumentato in eguale misura. Nascere e crescere senza un interlocutore di pari livello – intuite quello che intendo dire… – può alimentare la convinzione di avere sempre ragione; semplicemente perché, fino ad una certa età, il figlio unico non ha mai dovuto dividere le proprie convinzioni, le scelte e i propri giocattoli con nessuno: il suo “io” non si è potuto misurare con un “tu” uguale-contrario – se si fa eccetto per la figura genitoriale, ma il “tu” di un genitore non è di pari livello rispetto a quello del figlio -. A fortiori lo stesso si deve dire per il caso del single, colui/colei che vive da solo. I soggetti che rientrano in queste due situazioni, rischiano di identificare sé stessi con il modello di perfezione, convinti di possedere la verità, e di non sbagliare… Non si tratterà, magari, di convinzione frutto di riflessione critica personale: ci credono e basta. Va da sé che l’orgoglio è il vizio più diffuso tra i figli unici e i singles, per i motivi suddetti, Colpevoli? non è detto! In fondo non è colpa loro se i genitori non hanno dato loro un fratellino, o se, da adulti, non han trovato un partner… Ma tant’è!…

Il secondo motivo per il quale la perfezione non è di questo mondo, ci arriva dal Vangelo:…nel senso che nessuno, dai tetti in giù, avrebbe mai pensato che l’unità di misura della perfezione fosse il perdono. Era necessario che Dio si scomodasse per venircelo a dire…

In verità, conosciamo bene il perdono e le sue dinamiche, non è necessario che ce lo insegnino.

Ma proprio perché sappiamo che cos’è, siamo riluttanti a metterlo in atto.

Riflettendo sul questo Vangelo, tutto incentrato sul perdono, non tanto di Dio, ma dell’uomo verso il suo simile, viene da chiederci se la fatica di perdonare sia quella di affrontare la persona che ci ha fatto soffrire, oppure (affrontare) il giudizio della gente, nei confronti di chi come noi è sempre disposto a non far valere il torto subito. “Che cosa penseranno di me? che sono un debole, un vigliacco, uno sprovveduto,…”

E così, si giunge ad un altro paradosso: quello di credere che il perdono non sia la virtù dei forti, ma un indice di debolezza: perdona colui che non ha il coraggio di difendersi; perdona chi non si sente di denunciare il torto subito per paura delle conseguenze; perdona chi non conosce la forza delle proprie mani, perché non le ha mai alzate contro nessuno.
A perdonare (sempre) si passa per fessi.

Non lo pensiamo solo degli altri; lo pensiamo ancor più di noi stessi. Lo hanno pensato anche di Gesù. E forse qualcuno non osa confessarlo, ma lo pensa lui stesso del Signore.

Certe pagine di Vangelo dove si racconta del perdono che Gesù dona all’adultera, alla prostituta, al pubblicano, al buon ladrone, a Giuda, allo stesso Pietro,… non sono pagine facili da digerire; fossimo stati al posto di Gesù, forse avremmo agito diversamente. E, comunque, queste storie ci toccano sul vivo, sfiorano un nervo scoperto, del quale, tutti, chi più chi meno, avvertiamo fitte e nevralgie.

Ne va della nostra figliolanza divina.

Diventare veri figli di Dio, dipende dal fatto che ci arrendiamo a questa legge d’amore chiamata perdono; una legge che, notate bene, ci aspettiamo da Dio per noi, ma che poi stentiamo a applicare nelle nostre relazioni con gli altri. Famosa e tremenda, la parabola raccontata da Matteo, di quel servo al quale il padrone aveva condonato un debito esagerato, ma che non aveva voluto condonare a sua volta un debito quasi insignificante, al confronto, che un altro servo aveva contratto con lui (cfr. Mt 18,21-35).

Il Vangelo di oggi ci insegna che la bontà è bontà e basta, non si commisura sulla persona dell’interlocutore che ha sbagliato: Dio è buono con tutti, e fa sorgere il sole su tutti.

Obbiezione scontata: “Ma Lui è Dio, e noi no!”: vero, ma è anche vero che, nei confronti delle persone che amiamo, siamo capaci di slanci di bontà che rasentano l’eroismo! Bella scoperta, ma quelli ricambiano! Lascio la risposta a Gesù: “Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pagani?”…

Fonte:https://www.qumran2.net/

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