padre Gian Franco Scarpitta Domenica delle Palme (Anno A)

Domenica delle Palme (Anno A) (05/04/2020)

Vangelo: Mt 26,14-27,66

Dicono i biblisti che nella Sacra Scrittura l’asino, animale da soma indicato per i lavori servili e frustranti, è il simbolo della pazienza, della mansuetudine e della sottomissione. Secondo altri (Ravasi) era la cavalcatura scelta dai re e dai principi in tempo di pace, in ogni caso era ben differente dal cavallo, simbolo dell’animale adottato da generali e militari che si prodigavano in guerra e nelle battaglie. Preannunciato così da Zaccaria 9, 9, Gesù fa ingresso montando questa umile cavalcatura e affermando così di essere il Re dei Giudei, che tuttavia non si impone con il dominio e con la preponderanza, ma con umiltà e come “principe di pace”(Is 9,6). La sua regalità è stata già spesa a lungo nelle opere di misericordia e nelle concreta attestazione dell’amore del Padre per mezzo di segni e di miracoli i cui beneficiari erano principalmente i poveri e i sofferenti. Il suo Regno si qualifica come dimensione di giustizia e di pace e il suo contrassegno e l’amore e la concordia fra gli uomini. Questo si realizza nelle sue parole e soprattutto nelle sue opere di bontà e di misericordia verso tutti, ma principalmente verso gli esclusi e i bisognosi e di questo lui stesso è testimone e concreto apportatore. Non che si smentisca il fatto che Gesù è il Re dell’Universo come dominatore e imperatore assoluto di tutte le cose: a lui appartengono sempre la gloria, i secoli e il tempo, tuttavia l’esercizio della sua regalità universale è lontano dalle nostre abitudinarie impostazioni di spadroneggiamento e di affermazione, ma è piuttosto oblazione umile e disinteressata, concreto servizio e apertura, amore e spasimo soprattutto verso chi soffre.

Ma il culmine dell’amore e dell’umiltà che caratterizzano il regno di Cristo è dato dall’accettazione del dolore e della morte atrocissima per la nostra salvezza, alla quale lui non si sottrarrà ed è per questo che, dopo una eloquente esaltazione a furor di popolo, Gesù si avvia con coraggio all’appuntamento con l’”impero delle tenebre” che favoriranno la sua cattura e la sua crocifissione. Sa benissimo che si tratta di un incontro doloroso che comporterà il massimo del deprezzamento e dell’umiliazione, che sarà accompagnato anche dalla viltà dei suoi che lo lasceranno solo e non saranno neppure in grado di vegliare un’ora con lui e che lo metterà, ancor prima che di fronte al supplizio stesso, davanti all’angoscia e alla trepidazione che sono già l’anticamera del dolore fisico, ciononostante si avvia verso quell’amarissima tappa volentieri e senza esitazione. Se infatti non pagasse egli stesso, con il proprio sangue, il prezzo dei nostri peccato e se non espiasse egli stesso tutte le pene che meriteremmo per le nostre colpe, noi non potremmo essere salvi. I nostri meriti sono insufficienti perché possiamo essere “giusti” davanti a Dio e con i nostri soli mezzi non potremmo essere salvi. Occorre a tutti i costi che lui paghi per tutti noi con il suo sangue, come nell’Antico Testamento pagavano le vittime animali e allora non esita a fronteggiare questo percorso atroce verso il luogo della sua condanna. Ecco il nostro re: il Signore della gloria padrone di tutto il creato che per dona se stesso per la vita dei suoi sudditi. Semplicemente perché è Amore e non può smentire se stesso.

Le palme intrecciate e colorate che noi ostentiamo in alto e che solitamente porgiamo all’effusione dell’acqua benedetta (eccetto in questi giorni tremendi di coronavirus) marcano il segno della gioia e della festa per il tripudio che viene giustamente tributato a Gesù come vero re effettivo e padrone del cosmo e della storia, e di fatto l’atmosfera di questa Domenica è sempre quella della serenità e della gioia; i ramoscelli d’ulivo sono invece emblema dell’agonia di Gesù nel Getszemani e non possono che essere segno della sofferenza e del dolore e anche in questo noi ci configuriamo: accompagniamo Gesù anche nell’umiliazione estrema e nella struggente prospettiva della sofferenza e della morte.

Già l’istituzione dell’Eucarestia, preceduta dall’atto servizievole della lavanda dei piedi ai suoi discepoli, è da parte di Gesù un modo di “spezzarsi” e di “distribuirsi” ai suoi con amore umile e disinteressato (Ratzinger) con l’intenzione di anticipare nei segni del pane e del vino il sacrificio che lo interesserà di li a poco sul luogo detto Cranio. In più le parole “Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue; fate questo in memoria di me” che dicono del pane “Questo sono Io” affermano un’intenzione di essere presente perennemente nella nostra vita come il Risorto della cui passione si fa memoria. Nell’Eucarestia sarà Gesù stesso a presenziare per sempre in mezzo a noi diventando peraltro anche nostro alimento costante di vita e ancora una volta spendendo così se stesso per noi. Nell’affrontare il buio del sepolcro dopo la morte truculenta di croce Gesù ci addentra anche nel mistero stesso del trapasso, dandocene un significato nuovo e per certi versi rivoluzionario, perché come avremo modo di vedere nei prossimi giorni in Gesù la morte è anch’essa sinonimo di vita.

Dire che immedesimarci nella Settimana Santa comporta fare nostre le sofferenze di Cristo è abbastanza riduttivo. In questo periodo, definito “tempo di passione”, occorre piuttosto seguire l’orientamento di Paolo che ci invita assumere tutti i sentimenti di Cristo “che non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”(Fil 2, 5 – 8); parole che fanno seguito all’invito categorico a non cercare ciascuno i propri interessi a discapito degli altri, a fuggire la vanagloria e il falso orgoglio, a non lasciarci attrarre oltremisura dal potere e dal successo fugace e passeggero, ma ad aspirare alla carità che si consegue non senza l’umiltà (vv 1 – 4). Questo atteggiamento di configurazione totalizzante con il Crocifisso sarà la garanzia di avere forza nella sofferenza e nella prova, e ci renderà tenaci e perseveranti nei sacrifici e nelle sofferenze. L’umiltà di cui Cristo stesso ci ha dato l’esempio dev’essere la nostra forza per la costruzione dell’intero edificio di noi stessi perché le sue fondamenta restino solide. L’umiltà che diventa carità e in questo binomio si trasforma in gloria.


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