Abbazia Santa Maria di Pulsano Lectio Domenica della Resurrezione del Signore

Domenica della Resurrezione del Signore

Anno A

Gv 20,1-9; At 10,34.37-43 (leggi 10,34-43); Sal 117; Col 3,1-4 opp. 1 Cor 5,6b-8

Cristo è Risorto! 
È veramente Risorto!

Pasqua è l’annuncio della Risurrezione, della vittoria sulla morte, della vita che non sarà distrutta. Fu questa la realtà testimoniata dagli apostoli; ma l’annuncio che Cristo è vivo deve risuonare continuamente. La Chiesa, nata dalla Pasqua di Cristo, custodisce questo annuncio e lo trasmette in vari modi ad ogni generazione: nei sacramenti lo rende attuale e contemporaneo ad ogni comunità riunita nel nome dei Signore; con la propria vitadi comunione e di servizio si sforza di testimoniarlo davanti al mondo.

Questa è ancora la grande lezione della Pasqua che quest’anno celebreremo ritualmente in modo assai povero, ma che, in realtà, potrebbe essere l’occasione di vivere in modo esistenzialmente più ricco a livello spirituale.

Mentre il digiuno dai riti per alcuni e la rinuncia alle vacanze per altri renderanno questa Pasqua diversa, siamo chiamati – tutti indistintamente – ad assumere la logica pasquale. In una parola, attraverso gli Evangeli possiamo imparare dal Signore Gesù a vivere fino in fondo il fallimento, l’angoscia e persino la morte senza inutili scorciatoie. Mentre si preparava alla sua Passione, il Signore Gesù preparò i suoi discepoli al “dopo”, aiutandoli a vivere fino in fondo il dramma che stavano per vivere, con chiarezza lucida e luminosa, fino a dire: «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me» (Gv 16,33). Nel suo mistero pasquale il Signore Gesù ha vinto la morte attraversandola interamente e, con il suo mite patire, ha messo persino la morte al suo posto. Noi, in questa Pasqua, dopo essere stati costretti a fermarci e a cancellare buona parte dei nostri programmi, da quelli personali, familiari e professionali a quelli economici e internazionali, possiamo scegliere di fermarci tutti insieme. Fermarci per pensare e decidere con libera volontà per entrare, tutti insieme, in un processo di sapienza.

Sarebbe augurabile decidere di fermarci spontaneamente per fare Pasqua tutti insieme prima che sia troppo tardi. Sarebbe auspicabile usare questo tempo per una seria riflessione ed onesta rilettura della nostra recente storia di globalizzazione, non per riparare i danni semplicemente, ma per sperare insieme in un modo nuovo di vita.

Un Giubileo dell’umanità potrebbe essere il modo adeguato di imparare da quello che stiamo patendo e di rinnovare quei vincoli tra persone e con la Creazione senza i quali saremo inevitabilmente «perduti»: «35In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». » (Mc 4,35-40).

In un tempo della storia forse questa è l’occasione per gli uomini e le donne di fede di diventare profeti di un’umanità possibile e desiderabile. Se, come credenti, sapremo unirci per servire alla causa comune dell’umanità, persino le religioni e gli uomini e le donne che le rappresentano diventerebbero più affidabili, come più credibili diventerebbero le nostre pratiche religiose plurimillenarie. Le religioni, come diceva Carl Gustav Jung, sono un «complesso sistema di preparazione alla morte» chiamate a mettersi a servizio della vita per tutti “in abbondanza” «7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario che non è pastore e al quale le pecore non appartengono vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,7-18).

Sofferenza e violenza sono intimamente legate nel nostro umano sentire e reagire. Solo una sofferenza riconosciuta e assunta può creare un incremento di compassione. Al contrario, una sofferenza negata o semplicemente sopportata, per essere dimenticata non appena possibile, non può che creare un vortice di violenza che crea altra sofferenza.

Mentre, per esorcizzare le comprensibili paure e confortare i più deboli, da più parti si parla, con toni quasi euforici, del “dopo”, come discepoli di Cristo saldamente ancorati all’ottimismo tragico dell’Evangelo, vogliamo prendere tutto il tempo per leggere fino in fondo quello che sta succedendo. Solo il discernimento umile e coraggioso del presente, così drammatico, che viviamo potrà permetterci di pensare al “dopo”.

Con la risurrezione di Cristo celebrata nella veglia pasquale entriamo nel giorno assolutamente nuovo per l’umanità; il giorno che domina tutta la storia del mondo; il giorno che inaugura la nuova creazione; il giorno soprannaturale della vita eterna, in cui Dio tutto illumina e feconda: è il giorno che non conosce tramonto. La pasqua è la «solennità della solennità».

I Padri della Chiesa hanno chiamato «ottavo» questo giorno, perché in esso confluiscono e trovano il loro compimento i sette giorni della prima creazione deturpata dal peccato. Questo è veramente il giorno che ha fatto il Signore. Tutta la storia umana gravita attorno a questo punto focale e il corpo del Cristo risorto è la cellula del rinnovamento universale di tutte le cose secondo il disegno di Dio.

Il Padre, per mezzo del suo unico Figlio, ha vinto la morte e ci ha aperto il passaggio alla vita eterna (cfr Colletta1). La liturgia è tutta pervasa dalla gioia che scaturisce dalla fede nel Cristo risorto e dalla consapevolezza che noi siamo partecipi, in forza del battesimo, della nuova vita del Signore.

Rendere grazie al Padre, allora, in questo giorno nel quale Cristo nostra pasqua si è immolato, non significa tanto dire grazie a Dio, ma agire in atteggiamento di grazie, accettando la responsabilità di condividere la morte di Gesù, rinnegando ogni compromesso col peccato e lasciando agire in noi la potenza della sua risurrezione. Attraverso una continua conversione noi entriamo nella morte del Signore e per mezzo della nuova qualità dei nostri atti entriamo nella sua risurrezione. Se viviamo autenticamente il dinamismo del mistero pasquale nella vita quotidiana, diventa vera la nostra azione di grazie anche nel momento sacramentale.

Per questo abbiamo bisogno che il Padre ci rinnovi nel suo Spirito per rinascere nella luce del Signore risorto (cfr Colletta). Allora saremo capaci di offrire «esultanti per la gioia pasquale quel sacrificio nel quale mirabilmente nasce e si edifica sempre la tua chiesa» (orazione sulle offerte).

La Resurrezione del Signore nostro, il Dio e Salvatore Gesù Cristo è dunque il centro della fede del Nuovo Testamento e il contenuto originante della nostra fede. Le ricchezze incalcolabili della Resurrezione si presentano in una virtualità sconfinata. Tanta benedizione divina che oggi ci visita, noi i fedeli, non si deve lasciar cadere solo per contrarietà, debolezza, pigrizia, accidia, aridità. Tanta ricchezza non deve spaventare affatto. Essa va colta perché, ancor più oggi, ci è sempre offerta sia tutta insieme, come sta, sia a poco a poco. Crescendo per essa.

Annunciare sempre e instancabilmente Cristo Risorto e la sua gioia, a un mondo triste come è ancor più oggi il nostro, che ancora «gioca molto ma non si diverte affatto», è offrire nella suprema carità, per il bene esclusivo degli uomini fratelli nostri, i contenuti veri, autentici, reali, specifici della vita cristiana. Degna quindi di essere vissuta. Nella Parola della gioia trasformante.

La «tradizione della gioia della Resurrezione» costituiva per Paolo e per la Chiesa primitiva lo specifico cristiano nella predicazione della Chiesa, almeno a partire dai secoli della miseria (invasioni barbariche, germaniche, ecc.), per la tribolazione troppo a lungo irrompente sulle generazioni cristiane, terrorizzate ieri come oggi dal triste trinomio «peste fame guerra». Va qui notato che l’inquietante fenomeno, nei tempi di un recente passato, della scomparsa, o almeno dell’attenuazione della predicazione del Signore Risorto, del Dono dello Spirito, della Gloria della Trinità beata, della divinizzazione dell’uomo è stato spazzato via. La Resurrezione, la vita nuova in Cristo Signore Risorto con la potenza dello Spirito Santo per l’amore del Padre è ancora tra noi: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi» (Sal 117).

Cristo è vivo, la Chiesa, il mondo è il luogo e lo spazio ove si attesta che Lui è il Signore Risorto… Questo è il modo più autentico di cantare l’Alleluia pasquale.

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Cf Sal 138,18.5-6

Sono risorto, sono sempre con te;

tu hai posto su di me la tua mano,

è stupenda per me la tua saggezza. Alleluia.

L’antifona d’ingresso (dal Sal 138,18.5-6, DSap.) è la voce del Risorto stesso, che dopo l’Evento centrale della sua vita «sta ancora» con il Padre nello Spirito Santo glorificatore (v. 18). Poiché il Padre pose da sempre la Mano sua, ossia la sua Potenza che è lo Spirito Santo, sul Figlio del suo amore, e poi Lo condusse alla Gloria (v. 5b; I Lettura ), nella manifestazione mirabile della Sapienza divina infinita (v. 6a).

Canto all’Evangelo Cf 1 Cor 5,7b-8°

Alleluia, alleluia.

Cristo, nostra Pasqua, è immolato:

facciamo festa nel Signore.

Alleluia.

È anche l’Antifona alla comunione, oggi, giorno di gioia, qui, nell’assemblea santificata, il Signore immolato si fa presente nelle Scritture, nell’Altare sacrificale, nella potenza dello Spirito Santo donato dalla Resurrezione e che rinnova la nostra vita. Il Sangue dell’Immolato, la sua Carne immolata sta qui, come tutto l’anno, nei «Segni santi», che trasformano in santità di vita, facendo dei fedeli partecipanti le membra vive della Chiesa, la Sposa dell’Agnello glorificato. La Festa di oggi deve restare nell’intenzione e nella concreta attuazione lungo tutto l’anno della Grazia.

Colletta

O Padre,

che in questo giorno,

per mezzo del tuo unico Figlio,

hai vinto la morte

e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna,

concedi a noi,

che celebriamo la Pasqua di risurrezione,

di essere rinnovati nel tuo Spirito,

per rinascere nella luce del Signore risorto.

Egli è Dio…

Questo giorno siamo stravolti dalle ricchezze incalcolabili della Resurrezione e ancora una volta si invita a riflettere su questo momento celebrativo poiché ogni altro momento, in specie la Domenica, dovrebbe esprimere tanta ricchezza, tanta vita, tanta gioia.

I lettura: At 10,34-43

Il nucleo centrale della predicazione apostolica il kèrygma primitivo è sintetizzato nell’affermazione che Gesù, il maestro di Nazareth crocifisso a Gerusalemme, è risuscitato e ha ricevuto dal Padre ogni potere sugli uomini.

Questo che si legge oggi, è uno dei discorsi missionari assunti dalla tradizione orale e riportati negli Atti. Pietro espone al pagano Cornelio di Cesarea e alla sua famiglia la missione, la morte e la risurrezione di Gesù, per condurli alla conversione e al battesimo.

Si può notare che la menzione del «terzo giorno» tanto frequente nella catechesi primitiva è in stretto rapporto con la concezione giudaica della risurrezione generale dei morti. I tre giorni indicavano, infatti, il lasso di tempo necessario perché tutti i morti di Israele potessero risuscitare e giungere a Gerusalemme per il giudizio finale.

Con la risurrezione di Cristo — secondo la fede dei cristiani primitivi — è appunto iniziato quel processo di risurrezione dei giusti chiamati a ricostituire il regno. Cristo, il «giusto», è risuscitato per primo perché a lui il Padre ha affidato la direzione del nuovo popolo. È pure assunta dal vocabolario ebraico circa la risurrezione dei morti l’espressione «Dio lo ha risuscitato», secondo la quale Gesù è risorto per l’intervento della potenza del Padre.

Il contesto del brano liturgico è complesso. Cornelio è un Romano, pagano ma giusto e pio. Secondo il divino Precetto, egli attendeva la Manifestazione pregando e operando la carità; pertanto l’Angelo di Dio lo visita, e lo esorta a chiamare Pietro (vv. 1-8). Pietro a sua volta ha la visione di animali e cibi, tutti creati puri da Dio, tutti mangiabili, di cui non si deve temere, rinvio simbolico a non temere di mescolarsi con i pagani se si ha di mira solo il Disegno divino (vv. 9-16). Giungono i messi di Cornelio da Cesarea a Giaffa dove sta Pietro, il quale adesso parte per Cesarea (vv. 17-23). Qui Pietro spiega che per la visione avuta ha superato la sua remora di Ebreo di unirsi ai pagani e chiede il motivo della sua convocazione (vv. 24-29). Allora Cornelio narra la sua visione dell’Angelo e dichiara che con tutti i suoi è pronto all’«ascolto» (vv. 30-33). Allora Pietro annuncia il kèrygma apostolico, l’annuncio della Resurrezione, per la prima volta a pagani (vv. 34-43). Ai vv. 44-46 avviene di nuovo la Pentecoste.

La pericope di oggi delimita il discorso di Pietro dal v. 37 (eliminando cioè i vv. 34b-36, con la Promessa antica ai Padri), presentando tutto l’Evento del Risorto. Si tratta di un testo fondamentale, un compendio di «teologia della storia», con momenti principali. Anzitutto il Battesimo del Signore, preparato dal Battista (v. 37), inizio del “fatto” di Cristo che parte dalla Galilea, dalla predicazione del Regno (v. 37). Ora, il Battesimo è 1’«Unzione di Spirito Santo e di Potenza», che assume e consacra Gesù di Nazareth come Messia regale, operatore universale del Bene messianico e unico espulsore del demonio: e questo è l’indice che «il Regno sta qui» (Mt 12,28; Lc 11,20; su Es 8,15), recuperato a Dio mediante il Figlio con lo Spirito Santo. La motivazione «poiché Dio stava con lui» richiama Dio che «unge di Spirito Santo», e lo Spirito Santo è la prima Presenza divina agli uomini (v. 38).

La Vita storica del Signore così è presentata e testimoniata (v. 39a). Gesù «che uccisero avendolo sospeso sul legno» (v. 39b) indica l’esecuzione da parte dei Romani, di cui Cornelio certo è informato; il soggetto, per delicatezza, è posto da Pietro alla terza persona, quasi anonimo. La testimonianza prosegue: Dio ha resuscitato Gesù «al terzo giorno», cioè «secondo le Scritture» (1 Cor 15,3-4), intervenendo di persona, e gli ha dato di «farsi manifesto» dopo la Resurrezione, nella realtà indubitabile della carne (v. 40; ancora 1 Cor 14,5-7). Tale manifestazione gloriosa e umile insieme, è però concessa solo a chi adempie a una condizione: essere scelti da Dio, testimoni previsti da Dio, quelli che dopo la Resurrezione hanno «mangiato e bevuto» con il Risorto. Quest’ultima espressione ebraica indica il vivere quotidianamente, in totale familiarità (v. 41; è già richiamata in 1,4). Si tratta perciò dei Dodici e degli altri apostoli o discepoli intorno ai Dodici. A questi è prescritto di «predicare e testimoniare» anzitutto al popolo ebraico che il Risorto è ormai stabilito da Dio quale «Giudice dei vivi e dei morti» (v. 42; 1,22), e quindi che occorre temere la sua Venuta.

La verità dell’Evento è ribadito con l’appello alle Scritture dell’A. T.: «i Profeti» testimoniano che chi crede in Lui, riceve dal suo Nome la «remissione dei peccati», che è il Giubileo divino dello Spirito Santo (v. 43). Qui il rinvio biblico è imponente: Ger 31,34; Is 33,24; 53,5-6 sul Servo; Ez 34,16, ad opera del Pastore divino; Dan 9,24, dopo le «70 settimane»; Zs 61,1, e Lc 4,18-19, ad opera del Re messianico, l’Unto dallo Spirito del Signore. Poi viene la realizzazione (Gv 20,19-23).

Soltanto dopo la risurrezione gli apostoli cominciano a comprendere, sia pure ancora confusamente, ciò che le Scritture avevano profetizzato intorno al Cristo e ciò che Gesù stesso aveva loro detto di sé. Secondo il racconto di Giovanni, Maria di Magdala è la prima a scoprire il sepolcro vuoto e ad avvertire gli apostoli.

I Sinottici narrano la Resurrezione del Signore con poche note, tutte essenziali e concentrate, Essi introducono in movimento alcuni personaggi, uno o due, che intervengono da fuori della sfera umana e che producono tensione grande nelle donne fedeli annunciando ad esse che il Signore era stato risvegliato dai morti, che non poteva trovarsi nel luogo della morte, e che si sarebbe manifestato ai discepoli. Le donne, che si erano recate al sepolcro solo per onorare il Signore morto, adesso corrono ad annunciarlo come risorto ai discepoli.

Nei fatti svoltisi al sepolcro Giovani porta, al contrario, solo il movimento fisico e psicologico di una donna fedele, la Maddalena, e quello quasi solo fisico di due discepoli, che poi rientrano a casa (Gv 20,1-9). Solo dopo descrive il seguito della tensione della Maddalena, che si dà pena per la sottrazione del corpo del Signore, che ancora crede morto e resta intorno al sepolcro finché è trovata dal suo Signore Risorto (Gv 20,10 18).

Esaminiamo il brano

v. 1 «Nel giorno dopo il sabato…»: Giovanni, al contrario dei Sinottici, non descrive alla tomba la teofania della Luce, e dei Personaggi (giovani, angeli), con altri fenomeni; non nomina le altre Donne fedeli con la Maddalena. Non dà la motivazione della visita funebre. Ma dà altre preziose indicazioni. L’insistenza è sul «Primo Giorno» (v. 1), ripreso al v. 19, e poi, con i simbolismo del 7 + 1, al v. 26, l’8° giorno. Il testo di Gv 20,1-9 procede a rapide descrizioni. È il “lunedì” ebraico, ed ormai è la Domenica cristiana. La Maddalena si muove prima dell’alba, va al sepolcro del Signore; l’evangelista non ci dice il motivo, ma oltre che nell’affetto di lei per Gesù, sappiamo da Marco e Luca che probabilmente vuole trattare il corpo del maestro secondo gli usi più cari: il che non era stato fatto il venerdì, perché troppo tardi. Si capisce che ella (e le altre donne) vada prestissimo: meno tempo passava e più efficace sarebbe stato il trattamento. Arrivata alla tomba vede che la pietra di chiusura è stata portata via dal sepolcro stesso. Allora corre dai discepoli. La Maddalena vede la tomba vuota, corre da Pietro e dal «discepolo amato» da Gesù, forse Giovanni.

v. 2 «corre»: L’evangelista non ci dice se Maria entrò nel sepolcro, forse le è bastato vedere la bocca nera dell’ingresso per dedurre un nuovo dispetto dei nemici di Gesù. La prima reazione è correre e questo diventerà uno dei verbi caratteristici di questa mattina.

«non sappiamo…»: Giunta dal capo dei discepoli, Pietro, e dal misterioso giovane discepolo, il diletto del Signore, e annuncia ad essi in modo concitato: “Portarono il Signore via dal sepolcro, e non sappiamo dove Lo posero“. Quindi la Maddalena stava in compagnia di altre donne fedeli, e comunque aveva scrutato il sepolcro, trovandolo vuoto, anche se non sapeva chi fossero i trafugatori del corpo del Signore, che ancora ella crede morto.

v. 3 – «Uscì…»: Di Pietro e dell’altro discepolo l’evangelista Giovanni non dice che furono sorpresi, meravigliati, spaventati, stupefatti, e simili, come avrebbe fatto un bravo romanziere, attento al dramma interiore dei personaggi. A Giovanni interessano i fatti obiettivi, che si concentrano sul sepolcro vuoto. Egli annota solo che i due discepoli del Signore escono subito da casa e “vengono” al centro della narrazione, al sepolcro.

vv. 4-5 «Correvano»: Essi “corrono“, ma l’altro discepolo è più veloce perché è più impaziente, e non perché Pietro sia “vecchio”, poteva avere allora non più dì 30-35anni; comunque, quello giunge prima, e senza entrare dentro, si inchina alla bocca del sepolcro, e riesce a “vedere” “giacenti i lenzuoli” funebri che avevano circondato il corpo del Signore,

«chinatosi»: la porta del sepolcro è alta poco più di un metro e per guardare dentro ci si deve chinare.

«vide»: il gr blépō è un verbo del linguaggio popolare e indica il dare un’occhiata sommaria, che basta per vedere se c’è qualcuno, morto o vivo, nella camera, oltre al corredo funebre comprato da Giuseppe d’Arimatea. È lo stesso verbo usato poco prima per Maria Maddalena.

«non entrò»: è questo forse un ricordo di prima mano. Il discepolo è giovane e come molti ragazzi della sua età ha forse paura dei morti, e quindi non entra. Ma come per la corsa al sepolcro di prima un sentimento così semplice e genuino non ha soddisfatto né devoti né simbolisti, ecco nascere diverse interpretazioni. Come Marco, interprete di Pietro, non ha riserve nel riferire anche quanto è poco edificante per l’apostolo (cf Mc 8,32-33), così forse Giovani non si vergogna, da vecchio, della sua paura da fanciullo.

vv. 6-7 «Giunse...»: Qualche istante dopo giunge Pietro, che con gesto audace entra nel sepolcro e “contempla” “i lenzuoli giacenti”, ma anche il “sudario”, il grande panno con cui era stato avvolta la testa del Signore, e questo non stava con i lenzuoli funebri, ma era stato ripiegato con cura e messo da una parte come segnale di richiamo all’attenzione dei fatti accaduti. Operazione che Gesù al suo risveglio dai morti si era dato la pena di eseguire per ì suoi discepoli, indicando che era vivo e attivo. La sacra Sindone segna la traccia di questo, è il grande e funebre lenzuolo, in latino linteamina, stoffa di lino. Ma il Sudario dalla Tradizione è spesso nominato a parte della Sindone, e potrebbe essere la ‘Veronica”, la “vera icona” non presa su Gesù sulla Via dolorosa, ma il “sudario” di Giovanni.

«vide»: in greco theōréō(= osservare) preso dal linguaggio popolare per le influenze aramaiche. Il verbo indica un guardare attento, calmo, rendendosi conto di ogni singolo particolare, il riconoscere i singoli oggetti.

«le bende»: in greco othónion indica la parte più cospicua del corredo funebre: il lenzuolo, le bende per legare le mani, i piedi e tenere chiusa la bocca.

«per terra»: il verbo greco keîmai indica un giacere a terra, come sgonfiate, poiché non c’era più il corpo che le tenesse gonfie. Non erano perciò in disordine, come avrebbe dovuto essere se qualcuno avesse voluto togliere il corpo e lasciare i lini che lo avvolgevano.

«sudario»: in greco soudárion indica quel fazzoletto che serviva a coprire il volto del morto, appena prima di deporlo nella tomba. Nella sepoltura affrettata, il volto di Gesù era stato coperto dal lenzuolo ripiegato, quindi il sudario era inutile. Per questo non fu sciolto (verosimilmente ben arrotolato perché nuovo, noi diremmo impacchettato) ma semplicemente deposto sul capo di Gesù, già nascosto dal lenzuolo.

v. 8 – «entrò anche l’altro…»: Adesso il discepolo giovane prende coraggio ed entra anche lui nel sepolcro, Giovanni qui annota i due verbi della fede: “e vide e credette”.

«vide»: in greco eîden. Il verbo horáō indica un attento esame o un guardare con più calma.

«credette»: in greco epísteusen quindi il discepolo crede che Gesù è risorto. Pisteúō, dalla radice pith = legare, da cui péitho = persuadere, traduce “contare su qualcuno”, “aver fiducia” in una parola (Gv 4,50; 2 Ts 1,10), in Dio (At 27,25), “dar fede” ad una parola (Mc 13,21), a colui che parla (Gv 4,21).

v. 9 «Non avevano ancora compreso…»: L’annotazione finale dell’evangelista è carica di ambiguità: Pietro vede soltanto, ma l’altro «vede e crede», e allora come mai si dice: «Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, ossia che Egli deve risorgere dai morti»? (v. 9). Solo il «discepolo amato» qui «vede per amore» tutta l’Economia divina al suo epilogo. Gli altri attendono di vedere per così dire «il corpo resuscitato». Fatto che avverrà la sera stessa, ma dopo l’annuncio «secondo le Scritture» (1 Cor 15,1-8) portato dalla Maddalena (vv. 17 e 18). La Resurrezione del Signore, Evento Omega, rinvia sempre «alle Scritture», l’A. T., l’Evento Alfa, per formare l’unica manifestazione completa del Disegno dell’amore divino per tutti gli uomini.

Ancora oggi non bende né sudario, ma le Scritture conosciute rinviano al Signore. Il Volto suo è scoperto ormai, e adorabile.

Giovarmi annota dunque il fatto che essi, benché Ebrei fedeli, ignoravano la Scrittura, secondo la quale il Signore “si deve che risorga dai morti”. Il “si deve” è la formula impersonale, usata in modo da non nominare il Nome del Signore, che indica come il Disegno divino ha disposto gli eventi.

Che buoni Ebrei ignorassero la Scrittura, appare un fatto strano. Infatti, Pietro 50 giorni dopo, a Pentecoste, in Gerusalemme stessa annuncia per la prima volta il kérygma (Tt 1,3 proclamazione; Mt 12,41 predicazione; Rm 16,25 messaggio) salvifico agli Ebrei, e fa largo appello alle Scritture profetiche, che dimostra di conoscere a menadito (vedi At 2,24-32). Lo stesso Paolo ai Corinzi, cristiani venuti dalla paganità, annuncia il kérygma salvifico, e in questo la Morte e la Resurrezione del Signore è “secondo le Scritture” (1 Cor 15,3), e gli stessi Corinzi, evangelizzati da circa 10 anni, le conoscevano. Però il fatto non è strano. Pietro aveva parlato a Pentecoste dell’anno 30 d.C. e Luca lo aveva narrato negli Atti non oltre l’anno 60 d. C. Secondo i critici, 1 Cor 15,3 è un testo arcaico della Comunità di Gerusalemme, che può risalire agli anni 35-40 d. C. e Paolo lo comunica ai Corinzi all’inizio dell’anno 57 d. C.

Giovanni scrive il suo Evangelo circa l’anno 98 d. C. molto dopo gli eventi narrati in esso, quando la Chiesa si era diffusa nell’impero romano e nell’impero persiano e con la narrazione dei fatti avvenuti al sepolcro del Signore Risorto vuole far sapere ai fedeli di allora, e a quelli di tutti i tempi, che solo alla luce delle Scritture si riconosce che il Disegno divino finalmente si era adempiuto in Cristo Risorto.

In questo non fa che seguire il metodo del Signore Risorto stesso, con i due di Emmaus e con i discepoli raccolti nel cenacolo, che rinvia alle Scritture come vedremo nella Domenica III dopo la Resurrezione.

Cristo è Risorto dai morti

e con la sua morte ha calpestato la morte

dando la vita ai giacenti nei sepolcri

(Tropario bizantino della Risurrezione)

Lunedì 6 aprile 2020

Abbazia Santa Maria di Pulsano

1 Colletta:O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto. Egli è Dio…


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