VIA CRUCIS 2020 Presieduta dal Santo Padre FRANCESCO

Venerdì Santo
Piazza San Pietro, 10 aprile 2020

Introduzione
Le meditazioni della Via Crucis quest’anno sono proposte
dalla cappellania della Casa di Reclusione “Due Palazzi” di
Padova. Raccogliendo l’invito di Papa Francesco, quattordici persone hanno meditato sulla Passione di Nostro Signore
Gesù Cristo rendendola attuale nelle loro esistenze. Tra loro
figurano cinque persone detenute, una famiglia vittima per un
reato di omicidio, la figlia di un uomo condannato alla pena
dell’ergastolo, un’educatrice del carcere, un magistrato di sorveglianza, la madre di una persona detenuta, una catechista,
un frate volontario, un agente di Polizia Penitenziaria e un sacerdote accusato e poi assolto definitivamente dalla giustizia
dopo otto anni di processo ordinario.
Accompagnare Cristo sulla Via della Croce, con la voce rauca
della gente che abita il mondo delle carceri, è l’occasione per
assistere al prodigioso duello tra la Vita e la Morte, scoprendo
come i fili del bene si intreccino inevitabilmente con i fili del
male. Contemplare il Calvario da dietro le sbarre è credere che
un’intera vita si possa giocare in pochi istanti, com’è accaduto
al buon ladrone. Basterà riempire quegli attimi di verità: il pentimento per la colpa commessa, la convinzione che la morte non
è per sempre, la certezza che Cristo è l’innocente ingiustamente
deriso. Tutto è possibile a chi crede, perché anche nel buio delle
carceri risuona l’annuncio pieno di speranza: «Nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). Se qualcuno gli stringerà la mano, l’uomo
che è stato capace del crimine più orrendo potrà essere il protagonista della risurrezione più inattesa. Certi che anche quando
il male e la sofferenza vengono narrati si può lasciare spazio
alla redenzione, riconoscendo in mezzo al male il dinamismo
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del bene e dargli spazio (cfr. Messaggio del Santo Padre per la
Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali 2020).
È così che la Via Crucis diventa una Via Lucis.
I testi, raccolti dal cappellano don Marco Pozza e dalla volontaria Tatiana Mario, sono stati scritti in prima persona, ma
si è scelto di non mettere il nome: chi ha partecipato a questa
meditazione ha voluto prestare la sua voce a tutti coloro che,
nel mondo, condividono la stessa condizione. Stasera, nel silenzio delle prigioni, la voce di uno desidera diventare la voce
di tutti.
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Preghiamo
O Dio, Padre onnipotente,
che in Gesù Cristo tuo Figlio
hai assunto le piaghe e i patimenti dell’umanità,
oggi ho il coraggio di supplicarti, come il ladrone pentito:
“Ricordati di me!”
Sto qui, solo davanti a Te, nel buio di questo carcere,
povero, nudo, affamato e disprezzato,
e ti chiedo di versare sulle mie ferite
l’olio del perdono e della consolazione
e il vino d’una fraternità che rinsalda il cuore.
Curami con la tua grazia e insegnami a sperare nella
disperazione.
Mio Signore e mio Dio, io credo, aiutami nella mia
incredulità.
Continua, Padre misericordioso, a confidare in me,
a darmi una sempre nuova opportunità,
ad abbracciarmi nel tuo infinito amore.
Con il tuo aiuto e il dono dello Spirito Santo,
anch’io sarò capace di riconoscerti
e di servirti nei miei fratelli.
Amen.
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MEDITAZIONI E PREGHIERE
Proposte dalla cappellanía della Casa di Reclusione “Due Palazzi” di Padova redatte da:
I una persona detenuta condannata all’ergastolo
II due genitori ai quali hanno ammazzato una figlia
III una persona detenuta
IV la mamma di una persona detenuta
V una persona detenuta
VI una catechista della parrocchia
VII una persona detenuta
VIII la figlia di un uomo condannato alla pena dell’ergastolo
IX una persona detenuta
X un’educatrice del carcere
XI un sacerdote accusato e poi assolto
XII un magistrato di sorveglianza
XIII un frate volontario
XIV un agente di Polizia Penitenziaria
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I stazione
Gesù è condannato a morte

  • (Meditazione di una persona detenuta condannata all’ergastolo)
    Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in
    libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma
    che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla
    che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in
    libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo
    che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato
    allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per
    rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò
    Gesù al loro volere (Lc 23,20-25).
    Tante volte, nei tribunali e nei giornali, rimbomba quel grido:
    «Crocifiggilo, crocifiggilo!». È un grido che ho sentito anche
    su di me: sono stato condannato, assieme a mio padre, alla
    pena dell’ergastolo. La mia crocifissione è iniziata quando
    ero bambino: se ci penso mi rivedo rannicchiato sul pulmino che mi portava a scuola, emarginato per la mia balbuzie,
    senza nessuna relazione. Ho iniziato a lavorare quando ero
    piccolo, senza poter studiare: l’ignoranza ha avuto la meglio
    sulla mia ingenuità. Il bullismo, poi, ha rubato sprazzi d’infanzia a quel bambino nato nella Calabria degli anni Settanta. Somiglio più a Barabba che a Cristo, eppure la condanna
    più feroce rimane quella della mia coscienza: di notte apro
    gli occhi e cerco disperatamente una luce che illumini la mia
    storia.
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    Quando, rinchiuso in cella, rileggo le pagine della Passione
    di Cristo, scoppio nel pianto: dopo ventinove anni di galera
    non ho ancora perduto la capacità di piangere, di vergognarmi
    della mia storia passata, del male compiuto. Mi sento Barabba,
    Pietro e Giuda in un’unica persona. Il passato è qualcosa di
    cui provo ribrezzo, pur sapendo che è la mia storia. Ho vissuto
    anni sottoposto al regime restrittivo del 41-bis e mio padre è
    morto ristretto nella stessa condizione. Tante volte, di notte,
    l’ho sentito piangere in cella. Lo faceva di nascosto ma io me
    ne accorgevo. Eravamo entrambi nel buio profondo. In quella
    non-vita, però, ho sempre cercato un qualcosa che fosse vita:
    è strano a dirsi, ma il carcere è stato la mia salvezza. Se per
    qualcuno sono ancora Barabba, non mi arrabbio: avverto, nel
    cuore, che quell’Uomo innocente, condannato come me, è venuto a cercarmi in carcere per educarmi alla vita.
    Signore Gesù, nonostante le forti grida che ci distolgono, ti scorgiamo tra la folla di quanti urlano che devi
    essere crocifisso; e forse tra loro ci siamo anche noi,
    inconsapevoli del male di cui possiamo essere capaci.
    Dalle nostre celle vogliamo pregare il Padre tuo per coloro che come Te sono condannati a morte e per quanti
    ancora vogliono sostituirsi al tuo supremo giudizio.
    Preghiamo
    O Dio, amante della vita, che nella riconciliazione ci
    doni sempre una nuova opportunità per gustare la tua
    infinita misericordia, ti supplichiamo di infondere in noi
    il dono della sapienza per considerare ogni uomo e ogni
    donna come tempio del tuo Spirito e rispettarli nella loro
    inviolabile dignità. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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    II stazione
    Gesù è caricato della croce
  • (Meditazione di due genitori ai quali hanno ammazzato una figlia)
    I soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero
    attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei
    Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna,
    gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si
    prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di
    lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare
    le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo
    (Mc 15,16-20).
    In quell’estate orribile, la nostra vita di genitori è morta assieme a quella delle nostre due figlie. Una è stata ammazzata con
    l’amica del cuore dalla violenza cieca di un uomo senza pietà;
    l’altra, sopravvissuta per miracolo, è stata privata per sempre
    del suo sorriso. La nostra è stata una vita di sacrifici, fondata
    sul lavoro e sulla famiglia. Abbiamo insegnato ai nostri figli il
    rispetto per l’altro e il valore del servizio verso chi è più povero. Spesso ci chiediamo: “Perché proprio a noi questo male
    che ci ha travolto?”. Non troviamo pace. Neppure la giustizia,
    in cui abbiamo sempre creduto, è stata in grado di lenire le
    ferite più profonde: la nostra condanna alla sofferenza resterà
    fino alla fine.
    Il tempo non ha alleviato il peso della croce che ci hanno
    messo sulle spalle: non riusciamo a dimenticare chi oggi
    non c’è più. Siamo anziani, sempre più indifesi, e siamo vit-
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    time del peggiore dolore che esista: sopravvivere alla morte
    di una figlia.
    È difficile da dirsi, ma nel momento in cui la disperazione
    sembra prendere il sopravvento, il Signore, in modi diversi, ci
    viene incontro, donandoci la grazia di amarci come sposi, sorreggendoci l’uno all’altro pur con fatica. Lui ci invita a tenere
    aperta la porta della nostra casa al più debole, al disperato, accogliendo chi bussa anche solo per un piatto di minestra. Avere
    fatto della carità il nostro comandamento è per noi una forma
    di salvezza: non ci vogliamo arrendere al male. L’amore di
    Dio, infatti, è capace di rigenerare la vita perché, prima di noi,
    il suo Figlio Gesù ha sperimentato il dolore umano per poterne
    sentire la giusta compassione.
    Signore Gesù, ci fa tanto male vederti percosso, deriso
    e spogliato, vittima innocente di una crudeltà disumana. In questa notte di dolore, ci rivolgiamo supplichevoli al Padre tuo per affidargli tutti coloro che hanno
    subito violenze e iniquità.
    Preghiamo
    O Dio, nostra giustizia e redenzione, che ci hai donato
    il tuo unico Figlio glorificandolo sul trono della Croce,
    infondi nei nostri cuori la tua speranza per riconoscerti presente nei momenti bui della nostra vita. Consolaci in ogni afflizione e sostienici nelle prove, in attesa
    del tuo Regno. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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    III stazione
    Gesù cade per la prima volta
  • (Meditazione di una persona detenuta)
    Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è
    addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto
    per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità.
    Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per
    le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo
    sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua
    strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di
    noi tutti (Is 53,4-6).
    È stata la prima volta che sono caduto, ma quella caduta è stata
    per me la morte: ho tolto la vita ad una persona. È bastato un
    giorno per passare da una vita irreprensibile a compiere un
    gesto nel quale è racchiusa la violazione di tutti i comandamenti. Mi sento la versione moderna del ladrone che a Cristo implora: «Ricordati di me!». Più che pentito, lo immagino
    come uno che è consapevole di essere sulla strada errata. Della
    mia infanzia ricordo l’ambiente freddo e ostile nel quale sono
    cresciuto: bastava scovare una fragilità nell’altro per tradurla
    in una forma di divertimento. Cercavo amici sinceri, volevo
    essere accettato per com’ero, senza riuscirci. Soffrivo per la
    felicità degli altri, sentivo i bastoni tra le ruote, mi chiedevano
    solo sacrifici e regole da rispettare: mi sono sentito un estraneo
    per tutti e ho cercato, ad ogni costo, una mia rivalsa.
    Non mi ero accorto che il male, lentamente, cresceva dentro
    me. Finché, una sera, è scoccata la mia ora delle tenebre: in
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    un attimo, come una valanga, mi si sono scatenate contro le
    memorie di tutte le ingiustizie subite in vita. La rabbia ha assassinato la gentilezza, ho commesso un male immensamente
    più grande di tutti quelli che avevo ricevuto. In carcere, poi,
    l’ingiuria degli altri è diventata disprezzo verso me stesso: bastava poco per farla finita, ero al limite. Avevo condotto anche la mia famiglia nel burrone: per causa mia, hanno perso il
    loro cognome, l’onorabilità, sono divenuti soltanto la famiglia
    dell’assassino. Non cerco scusanti né sconti, espierò la mia
    pena fino all’ultimo giorno perché in carcere ho trovato gente
    che mi ha ridato la fiducia perduta.
    Non pensare che al mondo esistesse la bontà è stata la mia
    prima caduta. La seconda, l’omicidio, è stata quasi una conseguenza: ero già morto dentro.
    Signore Gesù, anche tu sei finito in terra. La prima volta è forse la più dura perché tutto è nuovo: il colpo è
    forte e lo smarrimento prevale. Affidiamo al Padre tuo
    coloro che si chiudono nelle proprie ragioni e non riescono a riconoscere le colpe commesse.
    Preghiamo
    O Dio, che hai sollevato l’uomo dalla sua caduta, ti
    supplichiamo: vieni in aiuto alla nostra debolezza e
    donaci occhi per contemplare i segni del tuo amore
    disseminati nel nostro quotidiano. Per Cristo nostro
    Signore. Amen.
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    IV stazione
    Gesù incontra la Madre
  • (Meditazione della mamma di una persona detenuta)
    Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella
    di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei
    il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua
    madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé
    (Gv 19,25-27).
    Nemmeno per un istante ho provato la tentazione di abbandonare mio figlio di fronte alla sua condanna. Il giorno dell’arresto tutta la nostra vita è cambiata: l’intera famiglia è entrata
    in prigione con lui. Ancora oggi il giudizio della gente non si
    placa, è una lama affilata: le dita puntate contro tutti noi appesantiscono la sofferenza che già portiamo nel cuore.
    Le ferite crescono con il passare dei giorni, togliendoci persino il respiro.
    Avverto la vicinanza della Madonna: mi aiuta a non farmi
    schiacciare dalla disperazione, a sopportare le cattiverie. Ho
    affidato a lei mio figlio: solamente a Maria posso confidare le
    mie paure, visto che lei stessa le ha provate mentre saliva il
    Calvario. In cuor suo sapeva che il Figlio non avrebbe avuto
    scampo al male dell’uomo, ma non l’ha abbandonato. Stava lì,
    a condividerne il dolore, facendogli compagnia con la sua presenza. Immagino che Gesù, sollevando lo sguardo, incrociasse
    i suoi occhi pieni d’amore e non si sentisse mai solo.
    Così voglio fare anch’io.
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    Mi sono addossata le colpe di mio figlio, ho chiesto perdono
    anche per le mie responsabilità. Imploro su di me la misericordia che solo una madre riesce a provare, perché mio figlio
    possa tornare a vivere dopo aver espiato la sua pena. Prego di
    continuo per lui perché, giorno dopo giorno, possa diventare
    un uomo diverso, capace di amare nuovamente se stesso e gli
    altri.
    Signore Gesù, l’incontro con tua Madre, lungo il cammino della croce, è forse il più commovente e doloroso.
    Tra il suo sguardo e il tuo poniamo quello di tutti i familiari e gli amici che si sentono straziati e impotenti
    per le sorti dei propri cari.
    Preghiamo
    O Maria, madre di Dio e della Chiesa, fedele discepola
    del Figlio tuo, ci rivolgiamo a te, per affidare al tuo
    sguardo premuroso e alla custodia del tuo cuore materno, il grido dell’umanità che geme e soffre nell’attesa del giorno in cui sarà asciugata ogni lacrima dai
    nostri volti. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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    V stazione
    Gesù viene aiutato dal Cireneo
  • (Meditazione di una persona detenuta)
    Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù (Lc 23,26).
    Con il mio mestiere ho aiutato generazioni di bambini a camminare diritti con la schiena. Un giorno, poi, mi sono trovato
    a terra. È stato come se mi avessero rotto la schiena: il mio lavoro è diventato l’appiglio per una condanna infamante. Sono
    entrato in carcere: il carcere è entrato a casa mia. Da allora
    sono diventato un randagio per la città: ho perso il mio nome,
    mi chiamano con quello del reato di cui la giustizia mi accusa,
    non sono più io il padrone della mia vita. Quando ci penso,
    mi ritorna alla mente quel bambino con le scarpe rotte, i piedi
    bagnati, i vestiti usati: ero io, un tempo, quel bambino. Poi, un
    giorno, l’arresto: tre uomini in divisa, un rigido protocollo, il
    carcere che mi inghiotte vivo nel suo cemento.
    La croce che mi hanno caricato sulle spalle è pesante. Con il
    passare del tempo ho imparato a conviverci, a guardarla in faccia, a chiamarla per nome: passiamo notti intere a farci compagnia a vicenda. Dentro le carceri Simone di Cirene lo conoscono tutti: è il secondo nome dei volontari, di chi sale questo
    calvario per aiutare a portare una croce; è gente che rifiuta la
    legge del branco mettendosi in ascolto della coscienza. Simone di Cirene, poi, è il mio compagno di cella: l’ho conosciuto
    nella prima notte trascorsa in carcere. Era un uomo che aveva
    vissuto per anni su una panchina, senza affetti né redditi. La
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    sua unica ricchezza era una confezione di brioches. Lui, goloso di dolci, ha insistito perché la portassi a mia moglie la prima
    volta che è venuta a trovarmi: lei è scoppiata a piangere per
    quel gesto tanto inaspettato quanto premuroso.
    Sto invecchiando in carcere: sogno di tornare un giorno a fidarmi dell’uomo.
    Di diventare un cireneo della gioia per qualcuno.
    Signore Gesù, dal momento della tua nascita fino
    all’incontro con uno sconosciuto che ti ha portato la
    croce, hai voluto aver bisogno del nostro aiuto. Anche
    noi, come il Cireneo, vogliamo farci prossimi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle e collaborare con la
    misericordia del Padre ad alleviare il giogo del male
    che li opprime.
    Preghiamo
    O Dio, difensore dei poveri e conforto degli afflitti, ristoraci con la tua presenza e aiutaci a portare ogni
    giorno il dolce giogo del tuo comandamento d’amore.
    Per Cristo nostro Signore. Amen.
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    VI stazione
    Veronica asciuga il volto di Gesù
  • (Meditazione di una catechista della parrocchia)
    Il mio cuore ripete il tuo invito:
    Cercate il mio volto!».
    Il tuo volto, Signore, io cerco.
    Non nascondermi il tuo volto,
    non respingere con ira il tuo servo.
    Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
    non abbandonarmi, Dio della mia salvezza (Sal 27, 8-9).
    Come catechista asciugo tante lacrime, lasciandole scorrere: non si possono arginare le piene di cuori straziati. Tante
    volte incontro uomini disperati che, nel buio della prigione,
    cercano un perché al male che sembra loro infinito. Queste
    lacrime hanno il sapore della sconfitta e della solitudine, del
    rimorso e della mancata comprensione. Spesso immagino
    Gesù in carcere al posto mio: come asciugherebbe quelle
    lacrime? Come placherebbe l’angoscia di questi uomini
    che non trovano una via d’uscita a ciò che sono diventati
    cedendo al male?
    Trovare una risposta è un esercizio arduo, spesso incomprensibile per le nostre piccole e limitate logiche umane. La
    strada suggeritami da Cristo è contemplare quei volti sfigurati dalla sofferenza, senza provarne paura. Mi è chiesto
    di restare lì, accanto, rispettando i loro silenzi, ascoltando
    il dolore, cercando di guardare oltre il pregiudizio. Esattamente come Cristo guarda con occhi pieni d’amore le nostre
    fragilità e i nostri limiti. Ad ognuno, anche alle persone re-
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    cluse, viene offerta ogni giorno la possibilità di diventare
    persone nuove grazie a quello sguardo che non giudica, ma
    infonde vita e speranza.
    E in tal modo le lacrime cadute possono diventare il germoglio
    di una bellezza che era difficile anche solo immaginare.
    Signore Gesù, la Veronica ha avuto compassione di Te:
    ha incontrato un uomo sofferente e ha scoperto il volto di Dio. Nella preghiera affidiamo al Padre tuo gli
    uomini e le donne dei nostri tempi che continuano ad
    asciugare le lacrime di tanti nostri fratelli.
    Preghiamo
    O Dio, vera luce e sorgente della luce, che nella debolezza riveli l’onnipotenza e l’estremismo dell’amore,
    imprimi nei nostri cuori il tuo volto, affinché sappiamo
    riconoscerti nei patimenti dell’umanità. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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    VII stazione
    Gesù cade per la seconda volta
  • (Meditazione di una persona detenuta)
    Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno
    quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte (Lc 23,34).
    Quando passavo davanti a un carcere, mi voltavo dall’altra
    parte: “Tanto io non finirò mai là dentro”, dicevo tra me. Le
    volte che lo guardavo, respiravo malinconia e buio: mi sembrava di passare accanto a un cimitero di morti viventi. Un
    giorno, poi, sono finito io dietro le sbarre, assieme a mio fratello. Come se non bastasse, ho condotto lì dentro anche mio
    padre e mia madre. Da paese straniero qual era, il carcere è
    diventato la nostra casa: in una cella stavamo noi uomini, in
    un’altra nostra madre. Li guardavo, provavo vergogna di me:
    non me la sento più di chiamarmi uomo. Stanno invecchiando
    in prigione per colpa mia.
    Sono caduto a terra due volte. La prima quando il male mi ha
    affascinato e io ho ceduto: spacciare droga, ai miei occhi, valeva più del lavoro di mio padre che si spaccava la schiena dieci
    ore al giorno. La seconda è stata quando, dopo aver rovinato
    la famiglia, ho cominciato a chiedermi: “Chi sono io perché
    Cristo muoia per me?”. Il grido di Gesù – «Padre, perdona
    loro perché non sanno quello che fanno» – lo leggo negli occhi
    di mia madre: si è accollata la vergogna di tutti gli uomini di
    casa per salvare la famiglia. E ha il volto di mio padre che, di
    nascosto, si disperava in cella. Solo oggi riesco ad ammetterlo:
    in quegli anni non sapevo quello che facevo. Adesso che lo so,
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    con l’aiuto di Dio, sto cercando di ricostruire la mia vita. Lo
    devo ai miei genitori: anni fa hanno messo all’asta le nostre
    cose più care perché non volevano che facessi vita di strada.
    Lo devo soprattutto a me: l’idea che il male continui a comandare la mia vita è insopportabile. È diventata questa la mia via
    crucis.
    Signore Gesù, sei a terra un’altra volta: appesantito
    dal mio attaccamento al male, dalla mia paura di non
    riuscire a essere una persona migliore. Con fede ci rivolgiamo al Padre tuo e lo preghiamo per tutti coloro
    che non hanno ancora saputo sfuggire al potere di Satana, a tutto il fascino delle sue opere e alle sue mille
    forme di seduzione.
    Preghiamo
    O Dio, che non ci lasci nelle tenebre e nell’ombra della
    morte, sostieni la nostra debolezza, liberaci dalle catene del male e proteggici con lo scudo della tua potenza,
    perché possiamo cantare in eterno la tua misericordia.
    Per Cristo nostro Signore. Amen.
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    VIII stazione
    Gesù incontra le donne di Gerusalemme
  • (Meditazione della figlia di un uomo condannato alla pena
    dell’ergastolo)
    Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di
    lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie
    di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete
    su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei
    quali si dirà: «Beate le sterili, i grembi che non hanno
    generato e i seni che non hanno allattato». Allora cominceranno a dire ai monti: «Cadete su di noi!», e alle
    colline: «Copriteci!» (Lc 23,27-30).
    Quante volte, come figlia di una persona detenuta, mi sono
    sentita rivolgere una domanda: “Lei è affezionata al papà: pensa mai al dolore che suo padre ha causato alle vittime?”. In
    tutti questi anni non mi sono mai sottratta alla risposta: “Certo,
    mi è impossibile non pensarci”, dico. Poi faccio anch’io loro
    una domanda: “Avete mai pensato che di tutte le vittime delle
    azioni di mio padre io sono stata la prima? Da ventotto anni
    sto scontando la pena di crescere senza padre”. Per tutti questi anni ho vissuto di rabbia, inquietudine, malinconia: la sua
    mancanza è sempre più pesante da sopportare. Ho attraversato
    l’Italia da Sud a Nord per stargli accanto: conosco le città non
    per i loro monumenti ma per le carceri che ho visitato. Mi
    sembra di essere come Telemaco quando va alla ricerca di suo
    padre Ulisse: il mio è un Giro d’Italia di carceri e di affetti.
    Anni fa ho perduto l’amore perché sono la figlia di un uomo
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    detenuto, mia madre è caduta vittima della depressione, la famiglia è crollata. Sono rimasta io, con il mio piccolo stipendio, a
    reggere il peso di questa storia a brandelli. La vita mi ha costretto a diventare donna senza lasciarmi il tempo d’essere bambina.
    A casa nostra è tutta una via crucis: papà è uno di quelli condannati all’ergastolo. Il giorno che mi sono sposata, sognavo di
    averlo accanto a me: anche allora mi ha pensata da centinaia di
    chilometri di distanza. “È la vita!”, mi ripeto per farmi coraggio.
    È vero: ci sono genitori che, per amore, imparano ad aspettare
    che i figli maturino. A me, per amore, capita di aspettare il ritorno di papà.
    Per quelli come noi la speranza è un obbligo.
    Signore Gesù, il rimprovero alle donne di Gerusalemme lo sentiamo come un monito per ciascuno di noi.
    Ci invita alla conversione, passando da una religione
    sentimentalista a una fede radicata nella tua Parola.
    Preghiamo per quanti sono costretti a sopportare il
    peso della vergogna, la sofferenza dell’abbandono, il
    vuoto di una presenza. E per ciascuno di noi, affinché
    non si permetta che le colpe dei padri ricadano sui figli.
    Preghiamo
    O Dio, Padre di ogni bontà, che non abbandoni i tuoi
    figli nelle prove della vita, donaci la grazia di poter
    riposare nel tuo amore e di godere sempre della consolazione della tua presenza. Per Cristo nostro Signore.
    Amen.
    23
    IX stazione
    Gesù cade per la terza volta
  • (Meditazione di una persona detenuta)
    È bene per l’uomo portare un giogo nella sua giovinezza. Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché
    egli glielo impone. Ponga nella polvere la bocca, forse
    c’è ancora speranza. Porga a chi lo percuote la sua
    guancia, si sazi di umiliazioni. Poiché il Signore non
    respinge per sempre. Ma, se affligge, avrà anche pietà
    secondo il suo grande amore (Lam 3,27-32).
    Cadere a terra non è mai piacevole: cadere più e più volte, poi,
    oltre che non essere bello diventa anche una sorta di condanna,
    quasi che non si sia più capaci di restare in piedi. Come uomo
    sono caduto troppe volte: altrettante volte mi sono rialzato. In
    carcere ripenso spesso a quante volte un bambino cade a terra
    prima di imparare a camminare: mi sto convincendo che quelle
    siano le prove generali per quando si cadrà una volta diventati
    grandi. Da piccolo ho vissuto il carcere dentro casa: vivevo
    nell’angoscia della punizione, alternavo la tristezza degli adulti alla spensieratezza dei bambini. Di quegli anni ricordo suor
    Gabriella, l’unica immagine di festa: fu l’unica ad intravedere
    il meglio dentro il mio peggio. Come Pietro ho cercato e trovato mille scuse ai miei errori: il fatto strano è che un frammento
    di bene è sempre rimasto acceso dentro me.
    In carcere sono diventato nonno: mi sono perso la gravidanza
    di mia figlia. Un giorno, alla mia nipotina, non racconterò il
    male che ho commesso ma solamente il bene che ho trovato.
    Le parlerò di chi, quando ero a terra, mi ha portato la mise-
    24
    ricordia di Dio. In carcere la vera disperazione è sentire che
    nulla della tua vita ha più un senso: è l’apice della sofferenza, ti senti il più solo di tutti i solitari al mondo. È vero che
    sono andato in mille pezzi, ma la cosa bella è che quei pezzi si
    possono ancora tutti ricomporre. Non è facile: è l’unica cosa,
    però, che qui dentro abbia ancora un significato.
    Signore Gesù, per la terza volta cadi a terra e, quando
    tutti pensano che è la fine, ancora una volta ti rialzi.
    Con fiducia ci rimettiamo nelle mani del Padre tuo e
    gli affidiamo quanti si sentono imprigionati negli abissi dei propri errori, perché abbiano la forza di rialzarsi
    e il coraggio di lasciarsi aiutare.
    Preghiamo
    O Dio, fortezza di chi spera in Te, che concedi a chi
    segue i tuoi insegnamenti di vivere nella pace, sostieni
    i nostri passi timorosi, rialzaci dalle cadute delle nostre infedeltà, versa sulle nostre ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza. Per Cristo nostro
    Signore. Amen.
    25
    X stazione
    Gesù è spogliato delle sue vesti
  • (Meditazione di un’educatrice del carcere)
    I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero
    le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun
    soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò
    dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice:
    Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica
    hanno gettato la sorte (Gv 19, 23-24).
    Come educatrice penitenziaria vedo entrare in carcere l’uomo
    privato di tutto: viene spogliato di ogni dignità a causa delle
    colpe commesse, di ogni rispetto nei confronti di sé e degli altri. Ogni giorno mi accorgo che la sua autonomia viene meno
    dietro le sbarre: ha bisogno di me anche per scrivere una lettera. Sono queste le creature sospese che mi vengono affidate:
    degli uomini inermi, esasperati nella loro fragilità, spesso privi
    del necessario per comprendere il male commesso. A tratti,
    però, assomigliano a dei bambini appena partoriti che possono ancora essere plasmati. Percepisco che la loro vita può ricominciare in un’altra direzione, voltando definitivamente le
    spalle al male.
    Le mie forze, però, si affievoliscono giorno dopo giorno. Essere un imbuto di rabbia, di dolore e di cattiverie covate finisce con il logorare anche l’uomo e la donna più preparati. Ho
    scelto questo lavoro dopo che mia madre è stata ammazzata in
    un incidente frontale da un ragazzo in preda agli stupefacenti:
    26
    a quel male ho deciso di rispondere da subito con il bene. Ma
    pur amando questo lavoro, talora fatico a trovare la forza per
    portarlo avanti.
    In questo servizio così delicato, abbiamo bisogno di non sentirci abbandonati, per poter sostenere le tante esistenze che ci
    sono affidate e che rischiano ogni giorno di naufragare.
    Signore Gesù, nel contemplarti spogliato delle tue vesti proviamo imbarazzo e vergogna. A partire dal primo uomo, infatti, di fronte alla verità nuda abbiamo
    iniziato a scappare. Ci nascondiamo dietro maschere
    di perbenismo e tessiamo abiti di menzogna, spesso,
    con i logori brandelli dei poveri, usati dalla nostra avida sete di denaro e di potere. Che il Padre tuo abbia
    pietà di noi e con pazienza ci aiuti ad essere più semplici, più trasparenti, più veri: capaci di abbandonare
    definitivamente le armi dell’ipocrisia.
    Preghiamo
    O Dio, che ci rendi liberi con la tua verità, spogliaci
    dell’uomo vecchio che fa resistenza in noi e rivestici
    della tua luce per essere nel mondo il riflesso della tua
    gloria. Per Cristo nostro Signore. Amen.
    27
    XI stazione
    Gesù è inchiodato alla croce
  • (Meditazione di un sacerdote accusato e poi assolto)
    Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non
    sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le
    tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece
    lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo
    deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto
    e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».
    Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re
    dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo
    insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!».
    L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa
    pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che
    abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece
    non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose:
    «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso»
    (Lc 23,33-43).
    Cristo inchiodato alla croce. Quante volte, da prete, ho meditato su questa pagina di Vangelo. Quando poi, un giorno,
    mi hanno messo in croce, ho sentito tutto il peso di quel
    legno: l’accusa era fatta di parole dure come chiodi, la salita si è fatta ripida, il patimento si è inciso nella pelle. Il
    28
    momento più buio è stato vedere il mio nome appeso fuori
    dall’aula del tribunale: in quell’attimo ho capito di essere
    un uomo costretto a dimostrare la sua innocenza, senza essere un colpevole. Sono rimasto appeso in croce per dieci
    anni: è stata la mia via crucis popolata di faldoni, sospetti,
    accuse, ingiurie. Ogni volta, nei tribunali, cercavo il Crocifisso appeso: lo fissavo mentre la legge investigava sulla
    mia storia.
    La vergogna, per un istante, mi ha condotto al pensiero che
    sarebbe stato meglio farla finita. Poi, però, ho deciso di rimanere il prete che sono sempre stato. Non ho mai pensato di accorciare la croce, nemmeno quando la legge me lo
    concedeva. Ho scelto di sottopormi al giudizio ordinario: lo
    dovevo a me, ai ragazzi che ho educato negli anni del Seminario, alle loro famiglie. Mentre salivo il mio calvario, li ho
    trovati tutti lungo la strada: son diventati i miei cirenei, hanno sopportato con me il peso della croce, mi hanno asciugato
    tante lacrime. Assieme a me tanti di loro hanno pregato per
    il ragazzo che mi ha accusato: non smetteremo mai di farlo. Il giorno in cui sono stato assolto con formula piena, ho
    scoperto di essere più felice di dieci anni fa: ho toccato con
    mano l’azione di Dio nella mia vita. Appeso in croce, il mio
    sacerdozio si è illuminato.
    Signore Gesù, il tuo amarci fino alla fine ti ha portato
    sulla Croce. Stai morendo, ma non ti stanchi di perdonarci e di darci vita. Affidiamo al Padre tuo gli innocenti della storia che hanno sofferto un’ingiusta condanna. Risuoni nei loro cuori l’eco della tua parola:
    «Oggi sarai con me in Paradiso».
    29
    Preghiamo
    O Dio, fonte di misericordia e di perdono, che ti riveli
    nelle sofferenze dell’umanità, illuminaci con la grazia
    che sgorga dalle piaghe del Crocifisso e donaci di perseverare nella fede durante la notte oscura della prova. Per Cristo nostro Signore. Amen.
    30
    XII stazione
    Gesù muore in croce
  • (Meditazione di un magistrato di sorveglianza)
    Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la
    terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si
    era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà.
    Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue
    mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò
    (Lc 23, 44-46).
    Come magistrato di sorveglianza, non posso inchiodare un
    uomo, qualsiasi uomo, alla sua condanna: vorrebbe dire condannarlo una seconda volta. È necessario che l’uomo espii il
    male che ha commesso: non farlo significherebbe banalizzare
    i suoi reati, giustificare le azioni intollerabili da lui compiute
    che hanno arrecato ad altri sofferenza fisica e morale.
    Una vera giustizia, però, è possibile solo attraverso la misericordia che non inchioda per sempre l’uomo in croce: si offre
    come guida nell’aiutarlo a rialzarsi, insegnandogli a cogliere
    quel bene che, nonostante il male compiuto, non si spegne mai
    completamente nel suo cuore. Solo ritrovando la sua umanità,
    la persona condannata potrà riconoscerla nell’altro, nella vittima a cui ha provocato dolore. Per quanto il suo percorso di
    rinascita possa essere tortuoso e il rischio di ricadere nel male
    resti sempre in agguato, non esistono altre strade per cercare di
    ricostruire una storia personale e collettiva.
    La rigidità del giudizio mette a dura prova la speranza nell’uomo: aiutarlo a riflettere e a chiedersi le motivazioni delle sue
    azioni potrebbe diventare l’occasione per guardarsi da un’altra
    31
    prospettiva. Per fare questo, però, è necessario imparare a riconoscere la persona nascosta dietro la colpa commessa. Così
    facendo, a volte si riesce ad intravedere un orizzonte che può
    infondere speranza alle persone condannate e, una volta espiata la pena, riconsegnarle alla società, invitando gli uomini a
    riaccoglierli dopo averli un tempo, magari, respinti.
    Perché tutti, anche da condannati, siamo figli della stessa umanità.
    Signore Gesù, muori per una sentenza corrotta, pronunciata da giudici iniqui e terrorizzati dalla prorompente forza della Verità. Affidiamo al Padre tuo i magistrati, i giudici e gli avvocati, perché si mantengano
    retti nell’esercizio del loro servizio a favore dello Stato
    e dei suoi cittadini, soprattutto di quelli che soffrono
    per una situazione di povertà.
    Preghiamo
    O Dio, re di giustizia e di pace, che hai accolto nel grido del Figlio tuo quello dell’intera umanità, insegnaci
    a non identificare la persona con il male commesso e
    aiutaci a scorgere in ciascuno la fiamma viva del tuo
    Spirito. Per Cristo nostro Signore. Amen.
    32
    XIII stazione
    Gesù è deposto dalla croce
  • (Meditazione di un frate volontario)
    Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro
    del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito
    alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio.
    Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo
    depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise
    in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno
    era stato ancora sepolto (Lc 23, 50-53).
    Le persone detenute sono, da sempre, i miei maestri. Da sessant’anni entro nelle carceri come frate volontario e ho sempre
    benedetto il giorno in cui, per la prima volta, ho incontrato
    questo mondo nascosto. In quegli sguardi ho compreso con
    chiarezza che avrei potuto esserci io al posto loro, qualora la
    mia vita avesse preso una direzione diversa. Noi cristiani cadiamo spesso nella lusinga di sentirci migliori degli altri, come
    se essere nella condizione di poterci occupare dei poveri ci
    permettesse una superiorità tale da ergerci a giudici degli altri, condannandoli tutte le volte che vogliamo, senza nessun
    appello.
    Cristo, nella sua vita, ha scelto e voluto stare con gli ultimi: ha
    percorso le periferie dimenticate del mondo in mezzo a ladri,
    lebbrosi, prostitute, imbroglioni. Ha voluto condividere miseria, solitudine, turbamento. Ho sempre pensato fosse questo il
    vero senso di quelle sue parole: «Ero in carcere e siete venuti
    a trovarmi» (Mt 25,36).
    33
    Passando da una cella all’altra vedo la morte che vi abita dentro. Il carcere continua a seppellire uomini vivi: sono storie che
    non vuole più nessuno. A me Cristo ogni volta ripete: “Continua, non fermarti. Prendili in braccio ancora”. Non posso non
    ascoltarlo: anche dentro al peggiore degli uomini c’è sempre
    Lui, per quanto infangato sia il suo ricordo. Devo solo porre
    un argine alla mia frenesia, fermarmi in silenzio davanti a quei
    volti devastati dal male e ascoltarli con misericordia. È l’unica maniera che conosco per accogliere l’uomo, spostando dal
    mio sguardo l’errore che ha commesso. Solamente così potrà
    fidarsi e ritrovare la forza di arrendersi al Bene, immaginandosi diverso da come ora si vede.
    Signore Gesù, il tuo corpo deformato da tanto male,
    adesso, è avvolto in un lenzuolo e consegnato alla nuda
    terra: ecco la nuova creazione. Affidiamo al Padre tuo
    la Chiesa, che nasce dal tuo fianco squarciato, perché
    non si arrenda mai davanti all’insuccesso e all’apparenza, ma continui a uscire per portare a tutti il lieto
    annuncio della salvezza.
    Preghiamo
    O Dio, principio e fine di tutte le cose, che nella Pasqua di Cristo hai redento l’umanità intera, donaci la
    sapienza della Croce per poterci abbandonare alla tua
    volontà, accettandola con animo lieto e riconoscente.
    Per Cristo nostro Signore. Amen.
    34
    XIV stazione
    Gesù è sepolto
  • (Meditazione di un agente di Polizia Penitenziaria)
    Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci
    del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla
    Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi
    tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era
    prescritto (Lc 23,54-56).
    Nella mia missione di agente di Polizia Penitenziaria, ogni
    giorno tocco con mano la sofferenza di chi vive recluso. Non
    è facile confrontarsi con chi è stato vinto dal male e ha inferto
    ferite enormi ad altri uomini, complicando le loro esistenze.
    Eppure, in carcere, l’indifferenza crea ulteriori danni nella storia di chi ha fallito e sta pagando il proprio conto alla giustizia.
    Un collega, che mi è stato maestro, ripeteva spesso: “Il carcere
    ti trasforma: un uomo buono può diventare un uomo sadico.
    Un malvagio potrebbe diventare migliore”. Il risultato dipende
    anche da me e stringere i denti è essenziale per raggiungere
    l’obiettivo del nostro lavoro: dare un’altra possibilità a chi ha
    favorito il male. Per tentare questo, non posso limitarmi ad
    aprire e chiudere una cella, senza farlo con un pizzico di umanità.
    Rispettando i tempi di ciascuno, le relazioni umane possono
    rifiorire piano piano anche dentro questo mondo pesante. Si
    traducono in gesti, attenzioni e parole capaci di fare la differenza, anche se pronunciate a bassa voce. Non mi vergogno
    35
    di esercitare il diaconato permanente vestendo la divisa della
    quale vado orgoglioso. Conosco la sofferenza e la disperazione: le ho provate da bambino su di me. Il mio piccolo desidero
    è essere un punto di riferimento per chi incontro tra le sbarre.
    Ce la metto tutta per difendere la speranza di gente rassegnata
    a se stessa, spaventata al pensiero di quando un giorno uscirà e
    rischierà di essere rifiutata ancora una volta dalla società.
    In carcere ricordo loro che, con Dio, nessun peccato avrà mai
    l’ultima parola.
    Signore Gesù, ancora una volta sei consegnato alle
    mani dell’uomo, questa volta però, ad accoglierti sono
    le mani amorevoli di Giuseppe d’Arimatea e di alcune
    pie donne venute dalla Galilea, che sanno che il tuo
    corpo è prezioso. Queste mani rappresentano le mani
    di tutti coloro che non si stancano mai di servirti e che
    rendono visibile quell’amore di cui l’uomo è capace. è
    proprio questo amore che ci fa sperare nella possibilità di un mondo migliore: basta soltanto che l’uomo sia
    disposto a lasciarsi raggiungere dalla grazia che viene
    da Te. Nella preghiera, affidiamo al Padre tuo, in modo
    particolare, tutti gli agenti della Polizia Penitenziaria
    e quanti collaborano a diverso titolo nelle carceri.
    Preghiamo
    O Dio, eterna luce e giorno senza tramonto, ricolma dei
    tuoi beni coloro che si dedicano alla tua lode e al servizio di chi soffre, negli innumerevoli luoghi di dolore
    dell’umanità. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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    INDICE
    Introduzione 3
    I stazione. Gesù è condannato a morte 7
    Una persona detenuta condannata all’ergastolo
    II stazione. Gesù è caricato della croce 9
    Due genitori ai quali hanno ammazzato una figlia
    III stazione. Gesù cade per la prima volta 11
    Una persona detenuta
    IV stazione. Gesù incontra la Madre 13
    La mamma di una persona detenuta
    V stazione. Gesù viene aiutato dal Cireneo 15
    Una persona detenuta
    VI stazione. Veronica asciuga il volto di Gesù 17
    Una catechista della parrocchia
    VII stazione. Gesù cade per la seconda volta 19
    Una persona detenuta
    VIII stazione. Gesù incontra le donne di Gerusalemme 21
    La figlia di un uomo condannato alla pena dell’ergastolo
    IX stazione. Gesù cade per la terza volta 23
    Una persona detenuta
    X stazione. Gesù è spogliato delle sue vesti 25
    Un’educatrice del carcere
    XI stazione. Gesù è inchiodato alla croce 27
    Un sacerdote accusato e poi assolto
    XII stazione. Gesù muore in croce 30
    Un magistrato di sorveglianza
    XIII stazione. Gesù è deposto dalla croce 32
    Un frate volontario
    XIV stazione. Gesù è sepolto 34
    Un agente di Polizia Penitenziaria