
Non occorre più fuggire – III di Pasqua
La tentazione della fuga
Fuga: è il nome della nostra reazione più ricorrente. Non è una strategia recente, la adottiamo sin dai tempi di Adamo e Eva.
Poi udirono i passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo, con sua moglie, si nascose alla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. (Genesi 3,8)
Fuggiamo quando abbiamo paura, quando non ci sentiamo più in grado di padroneggiare la situazione. Fuggiamo quando non c’è più speranza. Come i due protagonisti del Vangelo, che lasciano Gerusalemme con il volto triste perché amareggiati e delusi dagli eventi pasquali.
Hanno tanti nomi, le fughe in questo nostro tempo. Il rintanamento nel privato, più facile e comodo del paziente lavoro di intessere legami. La difesa populistica di una pretesa identità nazionale e religiosa, per sottrarsi all’incontro, sempre destabilizzante, con l’altro. L’abbandono della responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per la paura di divenire davvero adulti. Ma la lista non pretende di essere esaustiva.
Dalla fuga alla corsa
Non siamo qui però per flagellarci. Vogliamo capire cosa può ridarci fiducia e speranza, cosa può trasformare la fuga in una corsa gioiosa.
Il primo passo è aprirsi. Raccontare. Non lasciar marcire dentro di noi difficoltà e fallimenti. Provare la consolazione di essere ascoltati. Narrare la vita, senza edulcorarla, ha già un effetto terapeutico: la sottrae all’isolamento per immetterla nel gioco delle relazioni.
Il secondo passo è interpretare la vita. Meglio, lasciarsi interpretare. Perché qui agisce il Risorto: rovesciando i nostri criteri, scardinando le nostre logiche, provocando le nostre certezze. In un modo pure piuttosto rude. L’accoglienza del mistero pasquale ci fa comprendere che ci sono passaggi da non disertare, strettoie da attraversare per abbracciare la vita piena.
«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze, per entrare nella sua gloria?» (Luca 24,25-26)
Il terzo passo è sedersi a mensa. Riscoprire il gusto della condivisione che nasce dalla frazione del pane, dall’Eucaristia che racchiude tutto il sapore buono della vita di Gesù.
A questo punto scopriamo che non c’è motivo di fuggire. Anzi, sentiamo il desiderio di ributtarci nella mischia, di dare il nostro contributo per una Chiesa più evangelica, un mondo più umano. Perché ora il nostro cuore arde: abbiamo compreso di non essere più soli.
Fonte:http://www.twittomelia.it/
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