Abbazia Santa Maria di Pulsano

Abbazia Santa Maria di Pulsano Lectio divina Domenica «DI ÈMMAUS»

III di Pasqua

Lc 24,13-35; At 2,14.22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21

La stupenda narrazione lucana di Èmmaus ha come sfondo la liturgia in cui si spiegano le Scritture e si spezza il pane eucaristico; ma nelle pericopi pasquali l’incredulità e la non accoglienza sembra trionfare su tutto e in specie nei riguardi di Gesù, inviato di Dio. In lui infatti si compie la profezia concernente il servo di Iahvé: «Chi ha creduto alla nostra parola?» (Is 53,1; Gv 12,38; Rom 10,16). L’incarnazione del Figlio di Dio e la sua opera redentrice vengono rifiutate (Mt 11,20-24; 23,37-38; ecc.).

Anche nel gruppo dei discepoli l’incredulità trova posto: alcuni di essi si rivelano «uomini di piccola fede»; così quando hanno paura della tempesta (Mt 8,26) o dei flutti del lago (14,31), o quando si preoccupano del pane che manca (16,8). L’incredulità e la non accoglienza di Dio nella propria vita raggiunge poi il suo vertice quando l’uomo si trova davanti alla sapienza divina che sceglie la croce come via alla gloria (1 Cor 1,21-24). All’annuncio della sorte dolorosa che attende Gesù, Pietro non è più capace di seguire il Maestro (Mt 16,23); e quando giunge l’ora, lo rinnega, scandalizzato, come Gesù aveva preannunciato (26,31.35.69.75). In presenza del mistero pasquale, dunque, la reazione spontanea dell’uomo è l’incomprensione, l’incredulità, il rifiuto! Gli stessi discepoli non sospettano neppure lontanamente la realtà della risurrezione, tanto questa è poco credibile (cf. Atti 26,8) e l’incredulità radicata nel cuore dell’uomo (cf. Mt. 28,17). «Udito che (Gesù) era vivo ed era stato visto… – dice Marco – non vollero credere» (Mc 16,11.13.14).

I due pellegrini di Èmmaus sono l’esempio tipico di questa mancanza di intelligenza e durezza di cuore. Essi, che tante volte avevano visto e ascoltato il Maestro, ora non sono in grado di riconoscerlo accanto a loro. La tristezza e lo sconforto hanno invaso il loro cuore. La delusione ha preso il posto della speranza: «Noi speravamo… ma è ormai il terzo giorno dacché sono accadute queste cose…».

Come parlare di fede e di accoglienza nei giorni interminabili della paura del contagio, della malattia e del lutto? Come richiamare storie accoglienti senza scadere nel nostalgico, nel pericoloso gioco del rimpianto, ora che siamo costretti a difenderci dall’altro e a difendere l’altro da noi stessi? Si può sperimentare accoglienza nel tempo della quarantena, nel chiuso della propria casa? Nella clausura forzata di spazi ridotti alla dimensione domestica, con il corpo che desidera la stanchezza delle lunghe camminate, il fiato corto per le salite verso terrazzi dove lo sguardo è rapito da panorami dai confini lontanissimi è possibile vedere le cose con occhi diversi? Io credo, non solo come monaco ma come uomo, che non solo si può, ma si deve. Per resistere. Non basta dare ordine alle nostre giornate, riempirle con nuovi rituali; bisogna anche imparare a riconoscere le tante piccole e grandi situazioni in cui riceviamo accoglienza. Come acrobati, percorriamo, con passi incerti, la fune di questo tempo sospeso. Senza qualcuno che ci accoglie, che cammina accanto a noi, rischiamo di precipitare nell’abisso delle nostre fobie, nel buio della nostra solitudine. Propongo qui semplicemente una riflessione di tipo esperienziale che dalle Scritture vede e vive la quotidianità nell’impatto tra la realtà materiale e la vocazione cristiana nella sua ricerca di nutrimento spirituale.

Oltre quaranta giorni di «vita altra», per la maggior parte di noi ore da trascorrere in casa, in pochi metri quadrati e, per molti, anche giornate di solitudine. Abbiamo dovuto inventarci “cosa fare”. Molte sono state le modalità per tentare di sfuggire alla noia e occupare il tempo e lo spazio in cui siamo costretti. Stare davanti alla tv, navigare per ore sul web, esercitarci in cucina, impegnarci in lavori di pulizia o riordino della casa…

Appena ieri sentivamo tutti ch’era troppo furioso il nostro fare quotidiano. Chi viene alcuni giorni in monastero si lamenta sempre della sua vita nel mondo e ci chiama beati per il nostro stile di vita sobrio e più “spirituale”. Probabilmente perché sa poi di poter ritornare presto a casa, nel mondo “reale”. Ci dovevamo fermare e lo sapevamo. Non lo abbiamo fatto, ci siamo stati costretti! Forse dimenticheremo presto la sensazione che abbiamo acquisito come consapevolezza e abbiamo magari ripetuto a noi stessi e agli altri: fermarsi, restare nella quiete, meditare. Come eravamo caduti nella superficialità. La nostra scala dei valori è precipitata. Il denaro, il successo, il potere non bastano più, oggi si comprende bene come i valori siano altri. Quante cose inutili: oggi invece possiamo essere diversi, e trovare addirittura il coraggio di parlare ai bambini della morte. La morte ora è davanti a noi. Prima l’unica esperienza di morte che facevamo era quella che ci colpiva quando mancavano i nostri cari.

Abbiamo riscoperto il gusto delle relazioni non solo virtuali. Per troppo tempo siamo usciti al mattino per rientrare alla sera stanchi e terminare le nostre giornate addormentati davanti alla tv. Questi giorni ci hanno offerto qualcosa di diverso. Lo stare in casa rimane comunque una grande fatica e so di donne che proprio in questi giorni subiscono da parte dei loro mariti, compagni, figli, violenze terribili, esacerbate proprio dall’essere costretti entro le mura domestiche. Si deve superare sempre l’egoismo, amare l’umanità e non fare come la Mafalda di Charles M. Schulz che diceva: «Io amo l’umanità, è il vicino di casa che detesto». Molti hanno riscoperto la gioia della preghiera ed alcuni con la Bibbia, i salmi: «Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in lui» (37,7).

L’espressione “non temere” ricorre nella Scrittura esattamente per 365 volte? Per un anno si potrebbe ogni mattina fare propria una di queste espressioni, come una sorta di “buon giorno” da parte di Dio. Ecco come ci accoglie Dio in questi tempi difficili! E noi riusciamo ad accoglierlo o lo lasciamo fuori dalla porta, lo teniamo ben lontano per paura del contagio?

Oggi possiamo provare ad incontrarlo nelle letture di questa III Domenica di Pasqua.

L’itinerario dei due discepoli di Emmaus può essere scandito in quattro tappe. Nella prima (vv. 13-18) appaiono gli attori sconsolati «in cammino», «discutendo tra loro» e «fermi con il volto triste». È un ritratto vivissimo della crisi di fede. Nella seconda fase (vv. 19-24) il messaggio pasquale è dichiarato dal credente in crisi o quasi incredulo. Il terzo quadro (vv. 25-27) è dominato dalla lettura dell’evento pasquale fatta da Gesù e quindi condivisa dal credente. Attraverso la meditazione sulla parola di Dio si riesce a penetrare nel mistero del Cristo. Alle riflessioni del personaggio misterioso l’animo dei due discepoli comincia a rasserenarsi, ma non è ancora la fede. L’ultima scena (vv. 28-35) è dedicata al «riconoscimento» nella fede di Gesù e all’annuncio ai fratelli. Si raggiunge, così, la pienezza della fede nel Cristo risorto.

Sappiamo che la Scrittura ha sempre da dire qualcosa alla nostra vita, alla nostra vita feriale, fatta a buchi, a trappole da cui non riusciamo a uscire da soli. Ebbene, che cosa dice il testo? Che c’è un coraggio femminile e un coraggio maschile ed è nell’unione dei due che si arriva ad ascoltare il Signore Risorto, vincere la paura ed aprirsi alla Vita. Pur tenendo conto della suggestiva e stimolante ipotesi che i due discepoli di Èmmaus siano una coppia (vedi note esegetiche) non abbiamo prove per fare delle affermazioni probanti in tal senso ma certamente non dobbiamo dimostrare, ma possiamo affermare che le apparizioni del Risorto, nelle narrazioni dei quattro evangeli, si dividono tra i discepoli di Gesù: prima alle donne e poi agli uomini.

Quali riflessioni possiamo condividere? Una è che certamente vi sono momenti nella storia familiare, di cui la coppia è il nucleo costitutivo, in cui il coraggio di combattere il nemico è un coraggio a due o non è coraggio. C’è dunque un vedere e un coraggio al femminile che spunta dalle sue viscere (le viscere di misericordia1), per così dire: è il coraggio di vedere ciò che spesso gli uomini non vedono, è il coraggio di segnare la strada, di sapere quale direzione prendere, di percepire il pericolo, mentre gli altri non lo percepiscono; ma è anche il coraggio della speranza, della fiducia che qualcosa bisogna pur fare, del vedere una piccola luce dove altri vedono ancora buio. È il coraggio delle donne che incontrano il Risorto: mentre i discepoli se ne stanno costernati e incapaci di azione, loro sanno che c’è ancora qualcosa da fare, se non altro, andare a ungere il corpo dell’amato. Forse, agli occhi maschili può sembrare questo un gesto inutile: tanto è morto, sembrano dire gli uomini, con quel realismo che tante volte blocca ogni passo, anche quelli inutili, appunto. Ed è grazie a questi gesti inutili che possono sentire la voce degli angeli-messaggeri che annunciano l’impensabile: il Signore è risorto dai morti!

Ma il coraggio femminile è anche il coraggio della debolezza: se pretende di fare tutto da sola, lei prevarica, esclude, annienta e lascia soli. Povere donne, che combattono da sole le loro sacrosante battaglie, ma si dimenticano che è proprio del coraggio femminile chiamare a combattere l’altro. Molte sirene, oggi, nella nostra cultura, invitano le donne a fare da sole; pensiamo solo al fatto che le maternità da single stanno numericamente aumentando, e per di più in età sempre più avanzata: come a dire, le donne non hanno bisogno degli uomini, le loro battaglie sanno portarle avanti da sole! Ma questa è una trappola, lo sa bene il figlio/a che di fronte a una madre “belligerante da sola”, si ritira, emette i suoi verdetti di svalutazione, impara a distanziarsi, anzi a disprezzare il femminile. Il coraggio della debolezza è l’unica risorsa autentica: non risulta che le donne della risurrezione si siano messe a predicare da sole, hanno soltanto avvertito i fratelli discepoli di questo impensabile oltre.

E com’è il coraggio al maschile? Gli uomini vanno alla guerra, è vero, e, quando sono sul campo, sono generosi, non si risparmiano. Ma quando partono per la guerra, devono anche vincerla. E, lasciati soli, rischiano di far fuori il nemico (di buttare il bambino insieme all’acqua sporca): cioè rischiano di non controllare più la violenza. Anzi, si può pensare che questa sia una delle ragioni per cui “non vanno alla guerra” e appaiono ritirati e passivi: «Non do neanche una sberla a mio figlio – diceva un papà – anche quando ci vuole, perché ho paura di non sapermi fermare». Lasciato da solo, il coraggio maschile può essere distruttivo. Ma – insegna Barak nel libro dei Giudici – «se vieni anche tu con me, andrò2».

È il coraggio del limite: il coraggio maschile sa che ha bisogno del femminile, per potersi fermare, per trattenersi al di qua del baratro della violenza gratuita. Purtroppo, il coraggio femminile può essere semplicemente istigatorio, vedi il coraggio di Erodiade, cioè può spingere l’uomo alla violenza; la storia è piena di uomini istigati alla violenza da donne che li usano per il proprio privato potere. Il coraggio maschile, da solo, può essere semplicemente brutale: il vero coraggio è a due, cioè un alleanza sana tra maschile e femminile. E il coraggio di Pietro che annuncia la risurrezione, la mattina di Pentecoste e sa che questo può costargli la vita; ma, dietro, ci sono le donne che hanno portato l’annuncio impensabile. Come a dire che l’uno e l’altra, il coraggio maschile e il coraggio femminile hanno bisogno della stella polare, della guida dello Spirito pena la violenza dell’uno e l’inconsistenza dell’altra. Il coraggio a due è opera dello Spirito!

Possiamo riflettere:

  • tra gli uomini: quando nella mia vita ho fatto esperienza del coraggio femminile, come vi ho reagito? L’ho percepito come istigazione o come sostegno? Come si è manifestato questo sostegno?
  • tra le donne: quando nella mia vita ho percepito il coraggio maschile? Mi sono fidata, oppure ho voluto “comandarlo” ai miei scopi? Quando ho avuto il coraggio della debolezza?

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Sal 65,1-2

Acclamate al Signore da tutta la terra,

cantate un inno al suo nome,

rendetegli gloria, elevate la lode. Alleluia.

Nel salmo 65 l’Orante vuole cantare al Signore per tutti i benefici di cui fu gratificato. Il Salmo nella versione greca e nella Volgata ha un titolo molto singolare: è detto «canto del Salmo di resurrezione» (v. la).

Di fatto il poema parla delle prove di morte subite, e insieme dell’intervento onnipotente del Signore, che libera e dona la sua pace ai suoi fedeli. L’applicazione alla Resurrezione è conseguente. Perciò l’Orante, nel tempo della salvezza, tempo benedetto, con un imperativo innico investe la terra intera affinché “giubili” festosamente in Dio (v. lb; anche Sal 80,2; 94,1; 97,4; 99,1). La Redenzione è avvenuta (Is 44,23). Non esiste motivo più grande dell’opera massima della Redenzione avvenuta, la Resurrezione di Cristo.

Canto all’Evangelo Cf Lc 24,32

Alleluia, alleluia.

Signore Gesù, facci comprendere le Scritture;

arde il nostro cuore mentre ci parli.

Alleluia.

Nell’alleluia all’Evangelo (Lc 24,32, adattato) si accentua la proclamazione dell’Evangelo di oggi con la riproposizione del nucleo sostanziale del fatto avvenuto ad Èmmaus. Lì il Signore Risorto aprì le Scritture con tutto il loro significato, come poi ripeté ancora ai discepoli nel cenacolo (v. 45), e riempì il cuore dei due fuggitivi con il Fuoco bruciante dello Spirito Santo (Sal 38,4; Ger 20,9). Il testo qui è usato in forma epicletica, per chiedere al Signore stesso di ripetere, ancora e sempre questi fatti benedetti per i fedeli qui presenti oggi.

II Colletta:

O Dio, che in questo giorno

memoriale della Pasqua

raccogli la tua Chiesa

pellegrina nel mondo,

donaci il tuo Spirito,

perché nella celebrazione

del mistero eucaristico

riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto

che apre il nostro cuore

all’intelligenza delle Scritture,

e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane.

Egli è Dio…

Le letture bibliche di questa III Domenica di Pasqua concorrono nel dirci come, in forza della sua resurrezione, il Signore Gesù ha veramente realizzato la liberazione del suo popolo (cf II colletta): restando presente e facendosi riconoscere nei segni sacramentali (Evangelo); dimostrandosi presente e attivo con la forza dello Spirito Santo nei suoi discepoli (I lettura); rendendo salde e fisse in Dio Padre la fede e la speranza dei cristiani (II lettura).

I lettura: At 2,14.22-33

La prima lettura odierna ci offre un estratto del discorso tenuto da Pietro nel giorno della Pentecoste. Gli Atti non ci danno una riproduzione stenografica di quel discorso: la tradizione primitiva e lo stesso Luca hanno apportato alcuni ritocchi al testo primitivo, allo scopo di farne un esempio tipico della predicazione ai giudei. Si trattava di dare ai predicatori cristiani che percorrevano la Palestina uno schema completo delle testimonianze e delle idee da diffondere.

[Il primo annuncio o kèrygma della Chiesa, la mattina stessa di Pentecoste, a Gerusalemme, per bocca di Pietro, capo e «corifeo degli Apostoli», si estende in At 2,14-36, letti in parte questa Domenica III e poi nella Domenica IV, a cui si rimanda.

Pietro, riempito di Spirito Santo, prende la parola, con la formula dichiarativa solenne: «Uomini ebrei e tutti quelli che abitate in Gerusalemme, questo a voi noto sia, e date orecchio alle parole mie» (v. 14b), «ascoltate queste parole (o discorsi)» (v. 22a). La mente corre subito all’antecedente più prestigioso, 1’«Ascolta, Israele!» di Dt 6,4. Con tali formule il popolo è costituito in giudizio, poiché dopo le parole che seguono ciascuno deve assumersi la decisione finale per sempre.

Pietro perciò esordisce subito sui contenuti. Anzitutto pone avanti il nome, «Gesù il Nazareno», poi richiama quanto gli ascoltatori stessi già sanno, come dirà la conclusione di questo v. 22, sull’Uomo approvato (Lc 24,19!), autorizzato da Dio in favore degli ascoltatori presenti (Gv 3,2), per così dire testimoniato da Dio in forza di «potenze e prodigi e segni». Questa è la formula ricorrente nell’A. T. per ricordare quanto Dio operò dall’Egitto all’ingresso nella terra promessa (ad es. Dt 6,22-23). Tale tratto di Gesù era noto ai due di Emmaus (Lc 24,19, vedi sopra), e Pietro in altro contesto, nel discorso a Cornelio, lo darà come caratteristico del Signore (10,38). Ora però, Dio stesso mediante Gesù operò quei fatti, proprio in mezzo ai presenti, come appunto essi sanno (Mt 12,28). Stava infatti in azione la Potenza di Dio, lo Spirito Santo in Gesù il Nazareno.

Il Consiglio divino immutabile, la sua Prescienza onnipotente dall’eternità aveva decretato che Gesù fosse consegnato nelle mani degli iniqui, i Romani senza la Legge divina; ma tutti i presenti, e qui come rappresentanti di tutti gli uomini peccatori, Lo “affissero”, verbo che allude alla Croce, e così Lo uccisero (3,13; 5,30). Si ha qui una vertiginosa teologia della storia, provocata dall’Eternità che irrompe nello spazio tempo dell’iniquità e della rovina di tutti gli uomini. Il Disegno divino è eterno (Lc 22,22; At 3,18; 4,28), è Disegno sapienziale, e quindi predestinante con onniscienza (1 Pt 1,2 e 20). Corre alla conclusione prefissata, non trova ostacoli, travolge Gesù stesso, in apparenza solo vittima predestinata (v. 23). Ma questo è in realtà solo l’inizio del divino Disegno.

Viene inevitabilmente il culmine: «Dio Lo resuscitò». E il centro del kèrygma di Pietro, degli Apostoli, della Chiesa. Ricorre immutabile, e insieme con infinite variazioni, per tutto il N.T, e qui è imbarazzante rinviare ai testi (alcuni sono: At 2,32; 3,15; 4,10; 10,40; 13,30.33.34.37; 17,31; Rom 4,24; 10,9; 1 Cor 6,14; 15,3-8.15.20; 2 Cor 4,14; Gal 1,1; Ef 1,20; 2,5; Col 2,12; 1 Tess 1,9-10; Ebr 13,20; 1 Pt 1,21…).

Per ottenere questo, Dio «dissolse le doglie della morte» (Sal 17,9; 114,3), le «sofferenze messianiche» (heble ha-Mašîah), i terrificanti i dolori del «parto messianico» attesi all’ultimo dei tempi per il Re consacrato dallo Spinto del Signore, il Servo. Egli apparirà come il Figlio dell’uomo glorioso solo dopo la missione presso gli uomini ai quali è inviato. E stando Egli nel pieno possesso dello Spirito del Signore, era impossibile che la Morte (personificazione) potesse dominarlo per sempre (Gv 10,18; 2 Tim 1,10; Ebr 2,14; 1 Pt 3,21), Lo Spirito della Vita divina è onnipotente e irresistibile (v. 24). Come era stato già annunciato, e doveva essere conosciuto da ogni Ebreo fedele.

Infatti David parla di Lui, quando nel Salmo 15,8-11 aveva cantato:

Io preponevo il Signore davanti a me sempre,

poiché Egli sta alla destra mia, affinché io non sia scosso.

Perciò gioì il cuore mio e si allietò la bocca mia

e in più anche la carne mia abiterà nella speranza,

poiché Tu non lascerai l’anima mia all’Inferno

né darai che il Santo tuo veda la corruzione.

Tu facesti note a me le vie della Vita,

mi riempirai di gioia con il Volto tuo (vv. 25-28).

Gesù il Nazareno aveva cantato questo Salmo fin da bambino, era cresciuto nella sua consapevolezza, era la norma della sua esistenza dedicata al Padre e agli uomini con lo Spirito Santo, era la sua fede irremovibile e la sua speranza incrollabile. Il fine della sua vita, adempiuto il Disegno eterno, era perciò la visione eterna del Volto del Padre, la beatitudine eterna che con la Croce e la Resurrezione Egli ha procurato a sé e a tutti i suoi fedeli. E se la corruzione orribile della Morte, la Nemica di Dio, l’ultima Nemica, (1 Cor 15,26; 2 Tim 1,10; Ap 20,14; 21,4), nulla poté contro il Santo di Dio (Ebr 7,26; Sal 88,49; Lc 2,26; Gv 8,51; Ebr 11,5), nulla potrà contro i redenti da Lui.

Pietro adesso ai fratelli che l’ascoltano si rivolge «con franchezza» (la divina parrhèsià; anche 4,13.29-30, 9,27-28; 13,46; 14,3; 18,26; 15,8; 26,26), che è spinta dalla divina Verità. E parla di David, «il patriarca», il padre della nazione. Il Salmo non si riferisce a lui, che invece morì (1 Re 2,10; Esr 3,16) e fu sepolto per sempre, tanto che la sua tomba è ancora visibile (probabilmente presso la fonte di Siloè), testimonianza irrefragabile (v. 29). Ma come profeta (2 Sam 23,2; Mt 22,43; Ebr 11,32; Gv 11,50-51), che parlava nello Spirito Santo (Mc 12,36), sapeva bene che con fedele promessa, sigillata da giuramento divino, Dio gli aveva preannunciato che un suo Discendente si sarebbe seduto sul trono della sua regalità (2 Sam 7,12-13; Sal 88,4-5; Lc 1,32), in eterno (v. 30). Profeticamente contemplando il futuro, egli parlò quindi solo della Resurrezione di Cristo, che realizzò l’intera predizione del Salmo (15,10), in quanto Dio non L’abbandonò all’Inferno, né la sua carne provò io sfacelo della corruzione (v. 31, e v, 27).

Così Pietro nello Spirito Santo può adesso testimoniare (1,22; 3,15; 4,33; 5,32; 10,39.41; 15,31; 1 Pt 5,1; Gv 15,27; 1 Cor 15,15) il centro di tutto l’Evento: «Questo Gesù, resuscitò Dio» (v. 32; e v. 24). Tale è la testimonianza di tutti i discepoli, corale, immediata, potente, nello Spirito Santo. E a questo è apposta la spiegazione, in un testo denso tra i più importanti del N. T. Dio con la sua Destra (Es 15,6; At 5,31; Ef 1,20), la Potenza dello Spirito Santo, «esaltò questo Gesù». E questi, avendo ricevuto dal Padre in eterno la Promessa, che è lo Spirito Santo (Gal 3,14; Lc 24,49), ha effuso questo Spirito a Pentecoste, quella stessa mattina (v. 17). Così il Risorto nella sua Umanità è stato costituito dal Padre in eterno come unica Fonte dello Spirito Santo. I testi fondamentali qui sono At 2,32-33, e 1 Cor 15,45: Egli infatti, come Uomo, divenne «Spirito vivificante», per tutti gli uomini.

La clausola finale è del tutto singolare. Pietro infatti afferma che i presenti «sia vedono sia ascoltano» questo Spirito (v. 33). È il “segno” della Rivelazione plenaria, che avviene sempre attraverso «la visione e l’ascolto», l’Icona e la Parola. Ora, dove lo Spirito Santo è visibile, dove ascoltare? Egli che è l’Invisibile per natura, e il Silenzioso per essenza? È semplice. Nei discepoli del Risorto che sono pieni del Fuoco dello Spirito Santo, e sono rigenerati, i loro volti sono mutati, le loro parole sono “altre”, nuove, straordinarie. Lo Spirito Santo è presente e parla in essi, da adesso fino al Ritorno del Signore.] (cf T. Federici, Cristo Signore Risorto amato e celebrato, Piana degli Albanesi, Palermo 2001).

L’episodio di Èmmaus, accennato anche da Mc 16,12-13, mostra dunque le contraddizioni che i discepoli soffrono dopo la Resurrezione, un evento che li soverchia sino a quando non verrà il Risorto stesso con il suo Spirito a donare la fede. Tra i discepoli alcuni restano insieme, spauriti e indecisi, altri fuggono; solo la Pentecoste segnerà la loro compatta unità, ed insieme il loro sciamare per il mondo non in fuga, ma per annunciare l’Evangelo della Resurrezione fino ai confini del mondo. La struttura del racconto è facilmente rilevabile come abbiamo già anticipato sopra:

  1. vv. 13-24, il dialogo dei due discepoli con un «pellegrino» su un argomento di estrema attualità, ciò che è accaduto in Gerusalemme in quei giorni;
  2. vv. 25-27, l’illustrazione delle Sacre Scritture da parte di Gesù;
  3. vv. 28-32, l’apice del racconto, con il riconoscimento di Gesù da parte dei discepoli nel contesto della cena e con il riferimento al tema delle Scritture;
  4. vv. 33-35, segue poi una notizia circa il loro ritorno a Gerusalemme.

Molti considerano questa pagina una delle più belle di Luca e di tutto il N.T.; valenti esegeti non esitano a qualificarla come un capolavoro, aiutandoci a cogliere le caratteristiche individuanti, o se si preferisce il genere letterario. Ci sono certamente forti contatti tra questa pagina e le formule del kérygma3 apostolico: i più ovvi sono questi: v. 34 e 1 Cor 15,3-5; tra i vv. 19-20 e At 2,22s. Ci sono sicuramente dei motivi di ordine apologetico: il loro dubbio insistente, il rimprovero di Gesù, il loro comportamento familiare con Gesù. Vi è certamente una dimensione liturgico-sacramentale: l’allusione eucaristica nel fatto che i due discepoli riconoscono Gesù allo spezzar del pane (vv. 30-35: cf At 2,42.46; 20,7.11) e poi questo accenno alla cena, la prima del Signore risorto, dopo quella dell’istituzione dell’Eucaristia.

Infine vi è certamente l’influsso della catechesi biblica ed eucaristica della Chiesa primitiva (quella nella quale e per la quale Luca scriveva). Tuttavia si deve notare che questi elementi non sono che una parte dell’episodio e che non è lecito insistere a tal punto da togliere al racconto ogni valore storico.

Per concludere: c’è forse del vero in tutte queste ipotesi, ma è necessario abbordare il testo con estrema semplicità. Si tratta, ovviamente, di un’apparizione del Risorto (aspetto storico), nella quale si arriva ad un riconoscimento e si ribadisce un messaggio (aspetto teologico), presentata allo scopo di aiutare la fede e la prassi dei lettori (aspetto catechetico-liturgico).

Esaminiamo il brano

v. 13 «Ed ecco»: il fatto è annunciato dalla formula solenne, che introduce le figure di «due », senza altra esplicitazione; certo sono discepoli, proprio quelli che il Signore aveva istruito per inviarli «a due a due», ma con ben altra missione (10,1).

«quello stesso giorno»: siamo sempre nel giorno della risurrezione di Gesù. Questi discepoli, pur avendo udito l’annunzio delle donne (24,9-11), se ne vanno, fuggono verso un villaggio distante 60 stadi (secondo altri manoscritti si parla di 160 stadi), approssimativamente a 11 Km (circa 26 Km nell’altra versione) da Gerusalemme, chiamato Èmmaus (forse dall’ebr. ‘àmòs = fortezza, solo qui in Luca e in tutto il N.T.). Si discute ancora in archeologia sul sito, rivendicato da diverse località.

v. 14 «conversavano»: (gr. omileò = fare l’omelia) i due si intrattenevano sui fatti che pur non avendo capito tuttavia conservavano ancora nel loro cuore. Non potevano dimenticarli!

vv. 15-17 La discussione si fa animata, come sempre quando la passione prende il sopravvento, ma essi sono privi della fede, le loro conclusioni sono vaghe. Gli occhi dei due sono trattenuti dal riconoscerlo, ma presto si apriranno (v. 31), Gesù è con loro. La visione del Risorto infatti è condizionata da due fattori: l’iniziativa del Risorto stesso e la fede necessaria, ambedue doni grandi. Notare come Luca (ed anche Giovanni), nel seguito della Resurrezione fa sempre intervenire «Gesù», il medesimo che i discepoli avevano visto da vivo; quando questi lo riconoscono, appare sempre come «il Signore» nello splendore pieno del suo significato.

v. 18 «Cléopa»: solo qui in Luca e in tutto il N.T., forse un vezzeggiativo di Kleopatros = gloria del padre; la citazione del nome di questa persona è garanzia di sicurezza storica. Secondo una tradizione testimoniata da Egesippo (II sec; cf Eusebio, Hist. Eccles. 111,32) Cléopa sarebbe un fratello di Giuseppe, e quindi zio di Gesù, e padre di Simone, vescovo di Gerusalemme dopo il 70 (succedette a Giacomo). Va ricordato anche che il nome Cléopa ricorre nell’evangelo di Giovanni dove si parla di una «Maria, madre di Cléopa» (Gv 19,25), dando come assodata la conoscenza di quest’ultimo da parte delle comunità delle origini. Questo il dato storico di cui ora vi offro due suggestive letture a partire dalla domanda «Chi era l’altro discepolo?»:

  1. il fatto che l’altro discepolo resti anonimo permetterà ad ognuno, che ascolti con fede il racconto, di potersi riconoscere in lui e fare la medesima esperienza.
  2. qualche commentatore propone l’ipotesi che il discepolo senza nome di Emmaus possa essere una donna, quella Madre o moglie (come traduce la Bibbia di Gerusalemme cf Gv 19,25) di Cléopa. L’assenza del nome è forse dovuta alla presenza dell’uomo (come anche il silenzio, parla infatti solo l’uomo). Una probabile testimone, una di quelle donne che nel racconto evangelico della resurrezione sono una presenza mai sufficientemente valorizzata nel commento del testo evangelico e nella vita ecclesiale allora come oggi. Suggestiva anche l’ipotesi che il Risorto in Luca sia apparso prima alle donne, poi ad una coppia e poi ai discepoli compresi gli 11 apostoli. Una prima sollecitazione è certamente ad essere più umili: Dio chiama tutti al servizio dell’annuncio e non vi sono posti di prestigio o comando ma solo servizio nella sua Chiesa. I capi del popolo (sacerdoti, anziani ed… apostoli!) sono i più bisognosi della misericordia divina ed occorre nella fedeltà alla sequela di Cristo, ricordarlo sempre.

vv. 19-24 «Che cosa?»:Dopo aver preso l’iniziativa del dialogo, Gesù fa lo “gnorri”; in realtà è l’evangelista che si esibisce nella sua abilità letteraria. Il dialogo si fa serrato, tutto il racconto acquista in dinamismo. Comincia l’antievangelo dei discepoli disperati; per comprenderlo bene occorre rileggerlo con la sintesi kerygmatica tracciata da Pietro a Cornelio, in At 10,34-43 (messa Giorno di Pasqua). Si ha il negativo della non-fede, che doveva essere di molti discepoli anche dopo la Resurrezione, e fino alla Pentecoste, e si ha il positivo della proclamazione di Cristo e della Chiesa nei secoli.

Il sunto di Cléopa: Gesù Nazareno era un «uomo» (cf anèr nel testo greco) semplicemente, benché profeta (7,16; 13,13; Mt 21,11), accreditato da Dio e dal popolo come potente in «parole ed opere» (At 2,22). Il suo fallimento disastroso fu la consegna alle autorità (At 2,23; 5,30; ecc.), la condanna a morte, e l’infamia terrificante della croce. La reazione dei discepoli a tutto questo è solo una: «Noi speravamo», allora, adesso non speriamo più. Sono ormai passati «3 giorni4»da quanto avvenuto, la promessa antica della resurrezione non si è verificata. Tutto è perduto. Benché il corpo di lui sia scomparso e le donne dicano di aver assistito ad una scena strana, con visioni di Angeli, alcuni discepoli corsi al sepolcro, trovarono tutto come le donne avevano detto, ma non trovarono «lui». Non lo videro, l’unica prova valida per loro; non lo videro come adesso «non lo vedono».

vv. 25-28 «Ed egli parlò ad essi»: Luca introduce adesso le parole dure del Signore; l’esordio ha la violenza profetica e sapienziale, che colpisce direttamente i due come «insensati e tardi di cuore». La strigliata è questa ottusità a credere all’intero messaggio dei «Profeti». Questa parte della pericope è da leggere in parallelo con At 8,26-40, l’episodio del diacono Filippo e il funzionario etiope. Il confronto si rivela molto illuminante: nei due casi la perplessità iniziale è risolta attraverso l’esegesi della Scrittura che rivela chi è Gesù (il Figlio dell’uomo-il servo sofferente) ed ognuno dei due racconti per Luca si conclude con un’azione sacramentale (Il Battesimo in Atti e l’Eucarestia nell’Evangelo).

«Non bisognava..»: tutto quello che è accaduto non è una caduta rovinosa del Cristo; il Messia doveva presentarsi non sotto l’aspetto glorioso ed invincibile, come si attendeva il mondo, ma come il Servo sofferente, proprio come non lo si attendeva; e sarebbe stato poi manifestato come il Figlio dell’uomo glorioso (cf. Dan 7,13-14). Questo è un tratto fondamentale, in quanto coniuga per la prima volta nel N.T. due figure così opposte, come il Messia e il Figlio dell’uomo, circonfusi di gloria sia terrena che divina, e l’umile e mite figura del Servo. Gesù adesso «spiega, dierménéuò», fa ermeneutica; comincia a spiegare come le Scritture «parlano di lui».

Anzitutto «da Mosè», espressione che indica il Pentateuco per intero (cf ad esempio alcuni testi quali Gen 3,15; 12,1-3; Num 21,9; 24,17; Dt 18,15-18). Poi il Signore passa ai «Profeti», altra espressione tipica per indicare il resto delle scritture, nella divisione «Profeti anteriori», o libri storici, e «Profeti posteriori» i libri profetici e sapienziali [anche qui cf ad esempio Is 7,14; 9,6; 52,13-53,12 (IV canto del servo sofferente); Mich 5,2; Dan 7,13-14; 9, 24-27; Zac 6,12; 9,9; 12,10; Mal 3,1. Cosi il Signore passa in rassegna «tutte le Scritture».

vv. 29-32 Il viaggio è al suo termine (e non solo perché si è giunti alla meta o perché è sera: è finito il cammino dell’incredulità, è il momento della conversione), Gesù fìnge di proseguire, poiché desidera che i due lo trattengano.

«Resta con noi»: imperativo aoristo positivo che ordina di dare inizio a un’azione nuova. Si ripete (secondo le usanze orientali) la costrizione di Abramo verso i Tre Personaggi (Gen 18,3-4) e di Lot verso gli angeli (Gen 19,3), che si riprodurrà nella Chiesa antica At 16,15 (a Filippi, Lidia verso Paolo ed i suoi accompagnatori). Ha spiegato la Scrittura, adesso può sigillare la sua Parola con il Pane del suo Corpo; è il dono supremo. Tale dono produce l’effetto divino: i loro occhi, che prima erano chiusi, si aprono e ricevono l’esperienza vitale di lui, la conoscenza più profonda, totale (cf Ap 3,20: «sto alla porta…. ascolta la mia voce… cenerò con lui ed egli con me»).

«si aprirono»: di-anoigo è lo stesso verbo usato da Luca per indicare la spiegazione delle Scritture, subito dopo (v. 32).

«sparì dalla loro vista»: corporalmente il Signore non si fa vedere più; non è più con noi, ma in noi. Egli usava sempre spezzare prima il Pane della Parola, solo dopo quello della Mensa, ma come unica azione divina; in questo il Signore vuole essere riconosciuto e contemplato. Ha mostrato per sempre come la sua Presenza sia il Fuoco dello Spirito che consuma il cuore degli uomini (Sal 38,4; Ger 20,9), nella continua spiegazione delle Scritture. Non vediamo più il suo volto di fratello, perché si è fatto il nostro stesso volto di figli.

vv. 33-35 I due immediatamente «sorgono» (anistànó verbo della resurrezione), tornano a Gerusalemme dagli undici (è la conversione!). Nel crescere delle testimonianze cresce anche la gioia, avviene ora lo scambio delle esperienze:

  1. gli undici dicono ai due il centro della fede, l’Evento: «Veramente il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (cfr 1 Cor 15,3-8);
  2. i due comunicano quanto avvenne per strada, la spiegazione delle scritture e come lo riconobbero dallo «spezzare il Pane».

La celebrazione eucaristica infatti si compone di due parti, dette liturgia della parole e liturgia eucaristica, che formano un unico atto di culto, secondo l’insegnamento del Concilio (SC 56). Da notare che è vero che il riconoscimento avviene nello spezzare il pane e non mentre parla, tuttavia dobbiamo considerare quanto detto per il verbo greco di-anoigo = aprire – schiudere (spiegare) dei vv. 31-32.

Lo «spezzare il Pane» resta come termine tecnico, benché non unico, della Mensa del Signore; tale azione implica sempre la spiegazione delle Scritture e il Fuoco dello Spirito nel cuore di chi le ascolta.

Il coraggio di medici, infermieri, sacerdoti, volontari che hanno perso la vita in questi giorni di pandemia per dare aiuto ai contagiati è enorme ed è per noi una risposta chiara di fede e di accoglienza grande del Fuoco dello Spirito. Queste persone hanno adempiuto la legge dell’amore esternata da Gesù nell’ultima cena: non c’è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici. Da loro ci viene una grande lezione, la lezione di una resilienza che si trasforma. Resilienza viene dal latino resilire, che significa rimbalzare. È un termine spesso usato per indicare un metallo che assorbe un colpo senza rompersi. In psicologia, la resilienza è un concetto che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità. Ricostruendo un impianto personale emerge una interiorità grande che non si sospettava di avere. Ecco forse è questa una chiave utile per noi. Non possiamo non vedere questa grande testimonianza di accoglienza nella quale, come diceva Pascal, «l’uomo supera infinitamente l’uomo». Se nel chiasso di ieri Dio non aveva nessuno spazio nella nostra vita, nel silenzio di oggi possiamo vedere lo spazio che noi abbiamo nella Sua Vita!

I Colletta

Esulti sempre il tuo popolo, o Padre,

per la rinnovata giovinezza dello spirito,

e come oggi si allieta

per il dono della dignità filiale,

così pregusti nella speranza

il giorno glorioso della risurrezione.

Per il nostro Signore…

Lunedì 20 aprile 2020

Abbazia Santa Maria di Pulsano

1 Cf Lc 15,20: «vide e si commosse»: Vedere e commuoversi sono anche le due azioni attribuite al samaritano (10,33) e allo stesso Gesù nell’episodio della vedova di Nain (7,13). Questo sentimento che sconvolge il cuore del Padre fornisce la chiave della sua condotta; in quella commozione è narrata tutta la sua passione per l’uomo. Letteralmente «fu colpito alle viscere» (in gr. esplangnìsthe) indica l’aspetto materno della paternità di Dio. È la qualità di quel Dio che è misericordia. In Lc 6,36 Dio ci è presentato come «padre misericordioso», cioè insieme come padre e come madre (Luca usa oiktírmōn, che traduce l’ebraico rahamin, che indica il ventre, l’utero materno che genera). La paternità di Dio per sé viene dopo la sua maternità; per questo siamo generati e amati senza condizioni, da sempre e per sempre accolti. In quanto madre, ci ama visceralmente, ed entra con noi in un rapporto di necessità biologica, dandoci la vita, la casa e il cibo. In quanto padre ci ama liberamente ed entra in rapporto con noi mediante la parola: ci dà un nome e ci fa crescere adulti e responsabili. Lo sguardo di Dio verso il peccatore è tenero e benevolo come quello dì una madre verso il figlio malato (cfr. Is 49,14-16; Ger 31,20s; Sal 27,10; Os 11,8; ).

2 Giudici 4,6-8: «6Ella (Dèbora) mandò a chiamare Barak, figlio di Abinòam, da Kedes di Nèftali, e gli disse: «Sappi che il Signore, Dio d’Israele, ti dà quest’ordine: «Va’, marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli di Nèftali e figli di Zàbulon. 7Io attirerò verso di te, al torrente Kison, Sìsara, capo dell’esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua gente che è numerosa, e lo consegnerò nelle tue mani»». 8Barak le rispose: «Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò».

3 Termine tecnico, dal gr. kérygma: «proclamazione, predicazione». In senso largo il kérygma ingloba la catechesi: è la risposta, come un’eco, all’esperienza che la Chiesa fa del Signore vivente.

4 L’osservazione del tempo trascorso, dal momento della morte riveste grande importanza nell’economia del segno: la speranza della resurrezione «al terzo giorno», come annunciava la profezia (cf Os 6,1-2), è svanita per sempre. Secondo la mentalità giudaica, nel quarto giorno dalla morte l’anima aveva abbandonato definitivamente il cadavere, mentre si riteneva che nei primi tre giorni aleggiasse attorno al corpo esanime.


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