padre Gian Franco Scarpitta “Il Pastore della chiesa pasquale

Vangelo:Gv 10,1-10

 (03/05/2020)IV Domenica di Pasqua (Anno A)

Restiamo nell’ordine della Resurrezione e di tutti gli elementi che corredano l’argomento, anche se la prospettiva sembrerebbe spostarsi alquanto.

Gesù Risorto ha infatti donato lo Spirito, che permette a Pietro di delineare la vera identità del fenomeno che era stato interpretato dalla popolazione antistante alla stregua di un eccesso dovuto allo stato di ebrezza (“Sono ubriachi di mosto dolce” At 2, 13): è in ragione di quel Gesù che proprio loro, osservantissimi Giudei convenuti nel giorno di Pentecoste, avevano fatto uccidere in cambio di un assassino e che Dio aveva risuscitato, avviene il fenomeno del dono dello Spirito Santo. E lo stesso Spirito adesso conduce alla verità sia quanti ascoltano, sia tutti coloro che prima non avevano compreso. E’ lo stesso Signore risorto che continua ad operare nella persona stessa degli apostoli e per loro tramite attira centinaia di fedeli al suo seguito. Quasi 3000 persone infatti restano turbate dal discorso di Pietro e accetteranno, ravvedute, di farsi battezzare nel nome di Gesù, che poi è la stessa cosa che farsi battezzare nel nome di Dio “Padre, Figlio e Spirito Santo”(Mt 28, 19).

I sacramenti celebrati dalla Chiesa sono i segni visibili della presenza invisibile di Gesù Cristo e tutte le volte che vengono amministrati è Cristo stesso che vi opera mutando una determinata situazione. Anche la Chiesa stessa può essere definita “sacramento” perché è segno della continua presenza di Cristo che in essa opera la comunione degli uomini con Dio e la salvezza di tutto il genere umano. A differenza del simbolo, che indica una realtà estratta o un ideale (la bandiera che indica la Nazione), il segno indica una presenza immediata o ravvicinata (il fumo indica che c’è un fuoco); la chiesa è segno, ossia sacramento perché indica che Cristo è con noi “fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19) e in essa agisce per raggiungere tutti gli uomini e convogliarli nella comunione con il Padre conducendoli alla salvezza. Questo avviene nella ministerialità di Pietro, primo apostolo, che raduna in simbiosi e in comunione tutta la comunità umana rappresentata da etnie e popolazioni di origine differente.

Ma proprio per queste attitudini di continua azione salvifica per mezzo della Chiesa, Cristo si qualifica come “pastore” universale. Nel versetto succitato di Matteo, ancor prima di ordinare ai discepoli di battezzare, aveva detto: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”, un potere che evidentemente gli deriva dal Padre e che lui trasmette agli apostoli. Nel loro agire e operare, sia pure nella forma invisibile e indiretta, Cristo sarà il Pastore, il cui interesse sarà quello della cura delle pecore, la cui abnegazione e la cui premura saranno quelle di salvaguardare qualsiasi capo del suo bestiame da ogni pericolo. Inoltre egli è il pastore che familiarizza con le pecore, le conduce, le porta al pascolo e le trattiene nell’ovile e per questo esse “conoscono la sua voce”.

Probabilmente il testo si rifà alle consuetudini pastorizie dell’epoca, quando i pastori erano soliti mettere al sicuro negli ovili il loro gregge e non di rado affidavano a un guardiano la custodia notturna del medesimo.

Tutte le volte che il pastore entrava per la porta del recinto le pecore erano abituate alla sua presenza e riconoscevano subito la sua “voce”; questi le radunava ad una ad una e quelle lo seguivano mentre camminava davanti a loro per condurle al pascolo. Il ladro o il malfattore era solito penetrare nell’ovile non dalla porta d’ingresso, ma forzando altre probabili entrate del recinto, oppure scavalcando il muro di protezione. Non era impossibile che un malvivente, oltre ad asportare le bestie, potesse anche uccidere il guardiano o il pastore stesso. Alla presenza di un ladro di cui misconoscevano la voce, le pecore si mostravano perplesse e imbarazzate, cioè non si comportavano come con il loro pastore consueto.

In forza di tutte queste similitudini, Gesù si identifica con il pastore vero che differisce dal ladro e dal profittatore, il quale tutela il proprio gregge e lo preserva da ogni vandalismo e distruzione e guarda caso per amore del gregge viene ucciso. Alcuni “ladri” entrano nel suo recinto e fanno razzia, disperdendo tutto il suo gregge e mettendo a morte Gesù sulla croce. Gli esegeti sono discordi nell’identificazione di questi “malfattori” che sono venuti prima di lui; alcuni pensano ai profeti dell’Antico Testamento, ma si potrebbe anche dire che essi siano tutti coloro che non hanno voluto accogliere l’identità di Cristo Figlio di Dio nonostante l’evidenza delle opere e dei fatti. Dei Giudei, scribi e farisei che mal sopportavano che Gesù si definisse il Messia o peggio ancora Dio uno con il Padre e per questo avevano già tentato di lapidarlo o di farlo morire (Gv 8, 59; 10, 31 – 39). Poiché essi preferiscono la menzogna alla verità e non accettano la testimonianza che Dio Padre fa del Cristo, sono inequivocabilmente malfattori, che uccidendo il pastore disperdono il gregge. La condizione di Gesù non è quindi quella di uno stato di pace e di benessere, quale potrebbe descrivere Virgilio nelle Bucoliche, ove la campagna è luogo di sollievo e di serenità; è piuttosto una posizione sacrificata, pericolosa, che sottende al continuo divario violento fra chi ama e vuol custodire il proprio gregge e chi lo vuole asportare con la forza. La lotta che Gesù fa conosce anche delle sconfitte e delle delusioni, non esclusa la fuga stessa del suo gregge da lui (Gv 6) e si esaurisce con l’apparente vittoria dei depredatori che lo cattureranno e lo condurranno al patibolo, mentre il gregge si disperderà e perfino Pietro, capo degli apostoli, rinnegherà il suo Maestro.

Tuttavia il pastore ha una carta in più da giocare: nonostante lo mandino al macello, egli risusciterà, vincerà la morte e sarà invitto e glorioso e proprio in questa identità di Signore Risorto egli coinvolgerà il suo gregge radunandolo in un unico ovile, nel ministero della Chiesa fondata sugli apostoli. Con la Resurrezione Cristo si mostra pastore che vince sulla morte e che anche alle pecore da garanzia di vita eterna e chi segue lui avrà la vita per sempre. Occorrerà solo radicarsi in lui, credere e aderire e vivere, per essere sempre sue pecore condotte e accompagnate dal pastore sollecito, il quale da’ garanzia di pascoli ubertosi.

C’è di più: oltre che pastore indomito e sollecito Gesù qualifica se stesso come la “porta” del recinto attraverso la quale ogni pecora smarrita può trovare protezione e assistenza. “Io sono la via, la verità e la vita”, dirà poi Gesù consolando i suoi discepoli e aggiungerà che nella casa del Padre suo vi sono molti posti, riservati per l’appunto alle sue “pecore”, che vorranno mantenere la fedeltà alla sequela.(Gv 14, 1 – 6).

Una sintesi per noi: Gesù è morto e risorto perché noi possiamo avvalerci della sua guida, esercitata costantemente per mezzo del ministero degli apostoli. Particolarmente nel successore di Pietro, il papa, possiamo riscontrare la figura dello stesso Cristo che ci fa imboccare la vera porta del recinto perché restiamo nell’ovile, cioè nella comunione fra di noi e con lui; questo perché ci sentiamo un solo gregge con un solo pastore, vivendo tutti “un solo corpo, un solo spirito, una sola speranza… una sola fede, un solo battesimo, perché uno solo è Dio e uno solo il suo Figlio Gesù Cristo.”(Ef 4, 4). Se la Pasqua è dunque la vita della chiesa, non possiamo che vivere da risorti nella gioia, ma perché questo sia possibile occorre che davvero ci sentiamo pecore condotte da un solo pastore.

Fonte:https://www.qumran2.net/


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