Mons.Francesco Follo Lectio “Il Pastore: l’Agnello che salva le pecore”

IV Domenica di Pasqua – Anno A – 3 maggio 2020
Rito Romano

At 2,14a.36-41; Sal 22; 1 Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

Rito AmbrosianoAt 6,1-7; Sal 134; Rm 10, 11-15; Gv 10, 11-18

1) Il Pastore vero, quindi buono.La liturgia odierna ci invita a contemplare Gesù come pastore e porta dell’ovile, mentre a Pasqua lo abbiamo contemplato come Agnello, vittima pasquale che redime le pecore, vincendo la morte per sempre.Oggi, nel mondo occidentale sviluppato, l’immagine del pastore non è molto presente e quando lo è, ciò avviene con un po di disprezzo, tant’è vero che l’espressione “non sono una pecora” è usata per definirsi persone adulte, indipendenti e coraggiose, quindi non bisognose di pastori.Nei tempi addietro e nella civiltà ebraica la figura del pastore era famigliare, molto nota: Abramo era pastore, Mosè era pastore del suo popolo, e così lo fu pure il re Davide. In effetti, nella civiltà biblica era consueta l’immagine del re pastore che guida il suo popolo ed era consueta anche l’immagine del Dio Pastore che porta il suo popolo verso la libertà, verso la vita.La Storia di Salvezza cantata nei Salmi e raccontata, in particolare, nell’Esodo, ha reso famigliare agli Ebrei l’esperienza di un Dio vicino che è ben espressa dall’immagine di Dio che porta ai pascoli il suo popolo, lo difende dai nemici, lo porta in salvo attraverso i pericoli del deserto e lo guida verso il compimento delle Sue promesse, verso la Terra promessa.E’ un idillio divino che riassume il tormentato rapporto tra il popolo e Dio che usa l’immagine del pastore per teneramente dire: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutte le praterie della regione. Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti d’Israele; là riposeranno in un buon ovile e avranno rigogliosi pascoli sui monti d’Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia” (Ez 34, 11-16).Gesù, che portava in sé la verità e il compimento di tutte le profezie, si mette in questo solco e mostra di essere il vero, buon Pastore, che conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono Lui, come il Padre Lo conosce e come Lui conosce il Padre (cfr Gv 10,14-15). Come è meravigliosa questa conoscenza, che arriva fino fino all’eterna Verità e all’Amore, il cui nome è il “Padre”. Proprio da questa sorgente proviene quella particolare conoscenza, che fa nascere la piena e pura fiducia. Non è questa una conoscenza astratta, una certezza puramente intellettuale: è una conoscenza liberatrice che suscita la fiducia.

2) Il Pastore che è la PortaCome ho sopra accennato l’allegoria del pastore, con la quale Gesù descrive la sua identità: “IO SONO il buon pastore” (Gv 10,11) si muove su uno sfondo ancora molto familiare alla vita in Terra Santa. La sera i pastori conducono il gregge in un recinto per la notte. Un recinto comune serve generalmente a diversi greggi. Il mattino ciascun pastore grida il suo richiamo e le pecore – le sue pecore che conoscono la sua voce – lo seguono.Raccontando questa scena famigliare, Gesù sottolinea anzitutto che Lui è il vero pastore perché – a differenza del mercenario – non viene a rubare le pecore, ma a donare la vita. La caratteristica del vero pastore è il dono di sé.Ma c’è anche un secondo pensiero: Gesù è la Porta dell’ovile: “IO SONO la Porta” (Cfr Gv 10, 7 e 9). E questo assume due significati: uno in direzione dei capi, e un secondo in riferimento ai fedeli. Gesù è la porta per la quale si deve passare per essere legittimi pastori. Nessuno può avere autorità sulla Chiesa se non legittimato da Gesù. E, secondo, nessuno è discepolo se non passa attraverso Gesù ed entra nella sua comunità. Come si vede, Gesù è al centro, sia dell’autorità che in suo nome governa, sia dei fedeli che in comunione con Lui possono appartenere veramente al popolo di Dio.Nel Vangelo di oggi, Gesù dice: “Io-Sono” e lo dice per quattro volte: Io-Sono la porta, ancora Io-Sono la porta, poi Io-Sono il Pastore bello, Io-Sono il Pastore bello; dove Io-Sono richiama il Dio dell’Esodo, la rivelazione del Nome di Dio, del Dio che salva l’uomo e lo libera.Chi entra per la porta è il Pastore, gli altri sono ladri e malfattori. La porta è una breccia nel muro e nel recinto da dove si può uscire verso la libertà. Gesù presenta la porta che è l’apertura tra uomo e Dio; in quanto Parola di Dio incarnata, è la porta dell’uomo su Dio. È la porta dell’uomo sulla verità dell’uomo che è figlio di Dio e chi entra per questa porta, entra attraverso l’intelligenza perché il Figlio è il Verbo del Padre, è l’intelligenza; entra attraverso la libertà e l’amore perché il figlio libero, che ama, risponde all’amore e fa un certo tipo di vita.Rispetto al recinto dell’ovile, che pur necessario per la protezione delle pecore è anche una barriera, la porta significa la capacità, la possibilità di comunicazione, di comunione.Quella porta che è Gesù è la rottura di tutto ciò che separa Dio da noi e noi da Dio e quindi la possibilità di una comunicazione e di una comunione, desiderata da lui e anche da noi.
3) Seguire il Pastore, per evangelizzare.Però nel brano del Vangelo di oggi non si descrive soltanto la figura del Pastore Gesù e dei Pastori della Chiesa, ma si descrive anche il comportamento delle pecore chiamate per nome a seguire. La sequela è frutto di una chiamata (“Egli chiama le sue pecore una per una”), implica un’appartenenza (le pecore sono sue) ed esige un ascolto (“ascoltano la sua voce”).Chiamata, appartenenza e ascolto costituiscono i tratti della comunità, che cammina insieme con Gesù. Naturalmente tutto questo richiede il netto rifiuto di ogni altro pastore, e di ogni altro maestro (“un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui”).Gesù, luce del mondo, conduce verso i pascoli della vita: fa di noi un unico gregge di persone libere, di figli e fratelli tutti simili a lui e diversi tra loro. Egli è l’Agnello che sa esporre, deporre e disporre la sua vita a favore degli altri. È Capo perché Servo di tutti: è il Pastore vero, diverso dai personaggi famosi che troppo spesso sono seguiti come modello, ma sono modelli che rubano la vita, non la donano.Il modello d’uomo che Gesù ci propone di vivere: è il modello del pastore. Lui, il buon Pastore, viene per portarci alla libertà, che vuol dire non seguire quei modelli correnti, alla moda e devianti. Lui è il Pastore buono e vero che offre la sua vita per le sue pecore” (cfr. Gv 10,11.15).C’è però anche un altro tratto, che è indicato qualche riga dopo. Gesù Pastore non solo traccia la strada al gregge (cammina davanti al gregge), né è soltanto colui che raduna il gregge (che ama e chiama le sue pecore), ma è colui che – camminando davanti al gregge – pensa alle pecore che non appartengono all’ovile. Così Pietro: è il pastore della Chiesa, ma il suo pensiero è per il mondo intero. La sua funzione è anche di non permettere alla comunità cristiana di chiudersi nel particolare, di estraniarsi dal mondo, di pensare a se stessa.A questo riguardo la Vergini consacrate nel mondo mostrano che essere religioso non significa “risparmiarsi” per la vita eterna… ma è addentrarsi, come il Verbo di Dio, nella quotidianità del lavoro, mostrando il volto del Padre che attende, del Figlio che rifà tutte le cose, dello Spirito che anima.Inserirsi nel mondo vuol dire portare l’esempio del limite dell’Incarnazione del Verbo fino all’ambito più intensamente drammatico. San Paolo: «Quelli che usano di questo mondo non si attacchino ad esso, perché passa la scena di questo mondo» (cf 1Cor 7,31). Si tratta di mettere il trascendente nel nucleo stesso della vita e dell’attività quotidiana della nostra consegna. Questa dimensione configura una consacrazione e una “consegna che crea una speciale relazione con il servizio e la gloria di Dio” (Con Vat. II, Cost. Dog. Lumen Gentium, 44).
Lettura Patristica
Dai “Discorsi” di sant’Agostino, vescovo(Serm. 229/N, 1-2, 3)L’amore alle pecore e al pastoreEcco il Signore che, apparendo di nuovo ai discepoli dopo la risurrezione, interroga l’apostolo Pietro e lo mette in condizione di confessare per tre volte il suo amore lui che per tre volte l’aveva rinnegato per timore. Cristo risuscitò nella carne, Pietro nello spirito, perché, mentre Cristo era morto soffrendo, Pietro era morto rinnegando. Cristo Signore è risuscitato, dai morti e nel suo amore egli, risuscita Pietro. Lo interrogò perché dichiarasse il suo amore e gli consegnò le sue pecore. Che cosa Pietro avrebbe potuto donare a Cristo per il fatto che amava Cristo? Se Cristo ti ama, il vantaggio è per te, non per Cristo; e se tu ami Cristo, il vantaggio è per te, non per Cristo. Ma volendo Cristo Signore far vedere dove gli uomini debbano dimostrare il loro amore per Cristo, si identificò con le sue pecorelle e lo fece capire con chiara evidenza. Miami? ti amo. Pasci le mie pecorelle (Io 21, 15-17)Così una volta, così una seconda, così una terza. Nient’altro lui rispose se non che l’amava; nient’altro il Signore gli chiede se non se lo ami; nient’altro alla sua risposta gli affidò se non le sue pecorelle. Amiamole e così amiamo Cristo. Cristo infatti, Dio da sempre, è nato come uomo nel tempo. Uomo da uomo, dagli uomini si fece vedere come uomo e, come Dio nell’uomo, operò molte meraviglie. Come uomo, subì dagli uomini molte sofferenze; come Dio nell’uomo, dopo la morte risuscitò. Come uomo si intrattenne con gli uomini sulla terra per quaranta giorni; come Dio nell’uomo davanti ai loro occhi salì al cielo e siede alla destra del Padre. Noi tutto questo lo crediamo, non lo vediamo. Abbiamo ordine di amare Cristo Signore, che non vediamo, e tutti esclamiamo dicendo: Io amo Cristo. Però senon ami il fratello che vedi, come puoi amare Dio che non vedi? (Io 4, 20).Amando le pecorelle fa’ vedere che hai amore per il pastore, perché proprio esse sono le membra del pastore. Affinché le pecorelle diventassero sue membra, lui stesso si è degnato di farsi pecorella; perché le pecorelle diventassero sue membra, come una pecora fu condotto al macello (Is 53, 7);perché le pecorelle diventassero sue membra, di lui fu detto: Eccol’Agnello di Dio; ecco colui che toglie i peccati del mondo (Io 1, 29).Maquanta fu la forza di quest’Agnello! Vuoi sapere quale fu la forza che si manifestò in quest’Agnello? L’Agnello fu crocifisso, ma restò vinto il leone. Guardate, considerate con quale potenza Cristo Signore regge il mondo, lui che con la sua morte ha vinto il diavolo!Amiamolo dunque e nulla ci sia piú a cuore di lui. Non vi pare che il Signore interroghi anche noi? Solo Pietro meritò di essere interrogato, e noi no? Quando si fa quella lettura, nel suo cuore viene interrogato ogni cristiano. Quando perciò senti il Signore che dice: Pietro, mi ami? considera quelle parole come uno specchio e guardatici dentro. Pietro infatti che cosa rappresentava, se non la figura di tutta la Chiesa? E allora quando il Signore interrogava la Pietro, interrogava noi, interrogava la Chiesa.Tutti amiamo Cristo, tutti siamo sue membra e, quando egli affida ai pastori le sue pecorelle, tutto il gran numero dei pastori si riconduce al corpo dell’unico pastore. […] L’amore dunque di quel Cristo che noi amiamo in voi, l’amore di quel Cristo che anche voi amate in noi, tra le prove, tra le fatiche, tra i sudori, tra le sollecitudini, tra le miserie, tra i gemiti, ci condurrà là dove piú non sarà fatica alcuna, alcuna miseria, alcun gemito, alcun sospiro, alcuna molestia; dove nessuno nasce, nessuno muore, nessuno ha paura dell’ira di un potente perché si aderisce al volto dell’Onnipotente.

In breve…Quando (Cristo) affidava le sue pecore a Pietro, affidava le sue membra alla Chiesa. O Signore, sì, affida la tua Chiesa alla tua Chiesa! E la tua Chiesa si affidi a Te. (Serm. 229/P, 4)

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