Don Marco Ceccarelli Commento V Domenica di Pasqua “A”

Via,Verità,Vita

V Domenica di Pasqua “A” – 10 Maggio 2020
I lettura: At 6,1-7
II lettura: 1Pt 2,4-9
Vangelo: Gv 14,1-12

  • Testi di riferimento: Gen 28,11-19; 1Re 8,30; Sal 132,5; Is 18,7; 60,13; 66,1; Ger 17,12; Ez 43,7;
    Mt 11,27; 16,27; Gv 1,18; 4,20-23; 6,46; 7,34; 8,19; 10,9.38; 12,26.45; 13,33.36; 14,19-20.27;
    16,22; 17,3.24; At 1,11; 2Cor 4,6; Ef 2,18; Col 1,15; 1Ts 4,17; Eb 1,3; 11,16; 1Gv 2,23; 5,20
  1. La via al Padre. La tematica del brano odierno di Vangelo si riallaccia a quella di domenica scorsa, in cui Gesù si è presentato come la porta, attraverso la quale si accede alla salvezza. Analogamente nel brano odierno Gesù si definisce la via, attraverso la quale si accede al Padre, all’incontro
    con Dio. L’accesso a Dio è qualcosa che fa parte dei desideri profondi di ogni uomo, in ogni luogo,
    in qualsiasi modo lo si voglia esprimere. L’uomo desidera incontrarsi con Dio e cerca il modo di
    mettersi in contatto con Lui, creando dei luoghi, degli spazi, dei santuari, dei templi, dove trovarlo.
    Le religioni sono la dimostrazione più chiara di questo desiderio. E tuttavia Dio rimane inaccessibile se Egli stesso non si vuole manifestare. Dio è l’invisibile per eccellenza e non si può conoscere se
    Egli non si manifesta. Però Egli ha voluto farlo, ha voluto manifestarsi e rendersi accessibile nel suo
    Figlio unigenito fatto uomo. Nessuno può accedere al Padre se non per mezzo di lui (v. 6). Lui è il
    “luogo” dove l’uomo può incontrare Dio.
  2. Il “luogo” nella casa del Padre (vv. 2-3).
  • Il contesto del discorso di Gesù è quello del suo ritorno nella casa del Padre. Gesù va al Padre e lì
    prepara un “luogo” (questa è la traduzione più corretta) per i suoi discepoli. La metafora del “luogo” (topos) può indicare certamente anche l’esistenza ultraterrena in paradiso, ma è preferibile intenderla in un senso più ampio. In Gv 4,20 il termine topos indica il luogo del culto a Jahvè, sulla
    scia dell’Antico Testamento. In esso infatti “il luogo” era un posto dove esisteva un santuario in cui
    gli uomini potevano incontrarsi con Dio (Gen 28,17-19); in particolare veniva usato per designare il
    Tempio di Gerusalemme (vedi testi di riferimento). Per i giudei la “casa di Dio” era il Tempio. In
    esso c’erano diverse “stanze”, spazi appropriati, dove le persone, a seconda del loro stato, potevano
    incontrarsi con il Signore. Il Tempio rappresentava la possibilità che l’inaccessibile Dio dava all’uomo di avere un incontro con Lui, di entrare in qualche modo in comunione con Colui che il cielo e
    la terra non possono contenere.
  • Possiamo dire che il luogo di cui parla Gesù è lo “spazio” dell’incontro con Dio. Quello che Gesù
    va a preparare è un nuovo luogo in cui l’uomo, da ora in poi, si potrà incontrare con Dio. È la possibilità di entrare nella comunione con il Padre, nell’intimità della vita divina. I veri adoratori non
    adoreranno più in un luogo, ma in spirito e verità (Gv 4,20-23). Al tempo di Gesù, era già in uso
    l’espressione hammaqom, “il luogo”, come sostitutivo del nome di Jahvè. Ne abbiamo una palese
    testimonianza da Filone: «Dio stesso è chiamato “luogo” (topos) perché contiene tutte le cose e non
    è contenuto da nessuna cosa, e perché Egli è lo spazio che si contiene da solo […] La divinità non
    essendo contenuta da nulla, è necessariamente il suo proprio luogo» (De Somniis I,62-64). Questa
    affermazione del filosofo giudeo ci apre ad un’importante considerazione. Nell’immaginario del
    credente il paradiso viene a volte concepito come un “luogo” all’interno del quale si trovano Dio,
    gli angeli e i santi; come se ci fosse qualcosa più grande di Dio che lo contenga. Ma questo modo di
    pensare appare fuorviante, perché non ci può essere altro luogo che Dio stesso, entro il quale si vive
    nella comunione con lui. Secondo il libro dell’Apocalisse, nella Gerusalemme celeste non c’è tempio perché Dio e l’agnello sono il suo tempio (Ap 21,22), vale a dire il “luogo” stesso dove si vive
    nella comunione con Dio. Ma questa Gerusalemme celeste è già presente nella Chiesa terrestre che
    vive fin da ora esistenzialmente all’interno della casa del Padre.
  • In definitiva il “luogo” non è altro che Gesù stesso, perché lui è nel Padre e il Padre è in lui (v.
    11). Dal momento in cui Gesù lascia i suoi per andare al Padre, vale a dire dal compimento del mistero pasquale, l’unico vero Tempio è il corpo di Cristo (Gv 2,21). È su di lui che gli angeli salgono
    e scendono (Gv 1,51), perché lui è Betel, la casa di Dio (cfr. Gen 28,19). Il mistero pasquale di Cristo introduce l’umanità all’incontro con Dio, apre la strada alla comunione con il Padre. E come
    sappiamo Cristo si identifica con i suoi discepoli: «Chi accoglie colui che io mando accoglie me; e
    chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). È dal momento della sua risurrezione infatti che il Padre di Gesù è anche Padre dei discepoli, ed essi, per la prima volta, sono chiamati
    “fratelli” (Gv 20,17). La risurrezione di Cristo sarà efficace dal momento in cui egli vivrà nei suoi
    discepoli: «Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per
    sempre … Voi lo conoscete perché dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, verrò a
    voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, poiché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,16-20). Gesù
    scompare perché sale al Padre, ma solo per “poco” (Gv 16,16-17) perché riappare in una nuova
    forma; lo si potrà vedere di nuovo dal momento che egli vive nei suoi discepoli. Rimanendo nel Padre, Cristo continua ad essere presente in mezzo ai suoi perché vive in loro. Gesù chiama così i suoi
    fratelli a vivere nell’intimità con lui, a vivere in lui e nel Padre, per mezzo dello Spirito Santo. Il discepolo di Cristo abita lì dove abita lui (Gv 1,39); e lui abita nel Padre. Chi è in Cristo è nel Padre.
    L’accesso all’inaccessibile Dio è possibile soltanto attraverso Cristo; chi vede lui vede Colui che lo
    ha mandato (Gv 12,45), vede il Padre (Gv 14,9). Nessuno può arrivare al Padre se non passa attraverso la porta che è il Figlio: Lasciata alle sue forze naturali, l’umanità non ha accesso alla “casa
    del Padre” (Gv 14,2), alla vita e alla felicità di Dio. Soltanto Cristo ha potuto aprire all’uomo questo accesso «per darci la serena fiducia che dove è lui, Capo e Primogenito, saremo anche noi, sue
    membra, uniti nella stessa gloria» (CCC 661).
  • Cristo vive nel Padre. Il Verbo che era rivolto verso il Padre (Gv 1,1.2), è tornato nel Padre dopo
    la sua incarnazione e missione terrena (Gv 1,18). Ma anche durante la sua vita terrena Cristo era
    continuamente nel Padre, vivendo una vita sempre rivolta al Padre (1Gv 1,2: «la vita eterna che era
    rivolta al Padre si è manifestata a noi»). Cristo ha vissuto esistenzialmente in un rapporto profondo
    di comunione con il Padre. Egli ci ha rivelato il Padre mostrandoci il suo rapporto con Lui durante
    tutta la sua esistenza terrena. Questa stessa esistenza di comunione con il Padre viene donata ai suoi
    discepoli. La fede in Cristo ci apre la possibilità di vivere continuamente orientati verso il Padre, in
    un rapporto con un Dio che abbiamo conosciuto come Padre. Nel linguaggio biblico la conoscenza
    è una esperienza intima e profonda della realtà conosciuta. La conoscenza di Dio come Padre è una
    esperienza profonda di Colui che ci ha dato l’esistenza, che ci ha generati, che ci ha fatti suoi figli.
    E, come dice sant’Ireneo, “la visione di Dio è la vita degli uomini”. In qualche modo noi siamo ciò
    che conosciamo. Tutti credono in un “dio”, e ciascuno conforma la propria vita a quel dio che conosce. Conoscere Dio in quanto Padre produce una fiducia enorme in questa “persona” che mi ama
    profondamente, e di conseguenza produce un cambiamento nell’agire quotidiano. La conoscenza di
    Dio cambia radicalmente il proprio modo di vivere. Innanzitutto l’obbedienza al Padre è radicalmente diversa dall’obbedienza ad un Dio “anonimo”. Possiamo obbedire a Dio non più per timore,
    ma per amore, per fiducia nel Padre che ci ama (Rm 8,15). In secondo luogo scopriamo che tutta la
    nostra vita è nel Padre, che la nostra vita cioè, fin dal suo concepimento, è un’opera d’arte, che è un
    prodigio, che tutti i nostri giorni sono scritti nel cielo. Per questo il cristiano che vive nel Padre respingerà tutto ciò che viene a mettere in discussione la paternità di Dio, tutto ciò che pretende di
    minare la verità che da Dio Padre non ci può venire nulla di cattivo, tutto ciò che ci vuole fare dubitare di Dio e del suo amore. La conoscenza del Padre ci permette di non “essere turbati”, di non
    avere paura (Gv 14,27), di avere la pace di Cristo che nessuno ci può togliere (Gv 16,22).
  • Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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