Mons.Francesco Follo Lectio “Osservare i comandamenti è mettere in pratica l’amore”

VI Domenica di Pasqua – Anno A – 17 maggio 2020
Rito RomanoAt 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

Rito AmbrosianoAt 4,8-14; Sal 117; 1Cor 2,12-16; Gv 14,25-29

Premessa:Il rischio che tutti possiamo correre in questo tempo di pandemia è quello di essere determinati da ciò che non si ama invece di essere determinati da ciò che si ama: Cristo risorto.Trascorrere le giornate con il telelavoro o “ammazzando il tempo” ci fa correre il rischio di reagire o alle cose da fare o alla noia di non sapere come occupare le lunghe giornate che siamo obbligati a passare in casa.In tutte e due i casi l’abitudine al quotidiano, all’ordinario e – spesso – al noioso, può soffocare la felicità recata dalla risurrezione di Cristo, che in questo peridio pasquale siamo chiamati a celebrare con particolare intensità.Come fare in modo che la nostra vita, qui e ora, sia la narrazione della fedeltà all’incontro con Cristo risorto, che vivifica il nostro cuore, come il fuoco della primavera vivifica il grano seminato nella terra?Propongo due risposte.

  1. Domandando la grazia di vivere l’amore a Cristo in modo diligente, attento, assiduo, sollecito, così che il “banale” quotidiano diventi eroico, cioè ricolmo dell’amore grande di Cristo. Questo affetto premuroso, questa domanda costante non è solo dei santi ma anche di noi peccatori. E la preghiera del peccatore pentito da pace a noi e gioia a Dio. Una gioia come quella di una madre quando il bambino neonato le sorride la prima volta.
  2. Osservando i comandamenti di Cristo come risposta amorosa al Suo amore, che ci indica la strada della verità. Amare è osservare la “Parola” (i comandamenti di Cristo sono parole d’amore della Parola), perché l’amore consiste non tanto nelle parole o nei sentimenti, l’amore consiste nei fatti e nella verità. Quindi quei fatti, in quelle azioni, che corrispondono alla verità del cuore. Osservare vuol dire “guardare bene, con cura, per conoscere”, ma vuol dire anche “praticare”: è una pratica, cioè l’amore diventa conoscenza, ma anche pratica, diventa “fare”.

1) La libertà è osservare i comandamenti.Il Vangelo ci insegna che l’essenziale è amare Cristo e custodire la sua parola per attuarla, ed anche il brano evangelico di oggi mette a tema l’amore: “Se mi amate … chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 15.21). L’amore, che Gesù chiede, si esprime nell’osservare i suoi comandamenti1 ed è reso possibile dall’amore che per primo Dio ci ha offerto: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). In effetti, quando ci si sente amati, siamo più facilmente spinti ad amare. L’amore è il pieno compimento della vocazione di ciascuno di noi. E’ il grande dono che ci rende veramente e pienamente “umani”. E’ di questo amore che l’umanità, oggi più che mai, ha bisogno, “perché solo l’amore è credibile”(Giovanni Paolo II).Ma come possiamo credere e praticare l’amore? Il Vangelo di oggi ci offre due suggerimenti.Il primo modo è quello di obbedire ai comandamenti di Dio, riconoscendoli come il contenuto ed il linguaggio dell’amore, che ci “afferra” teneramente.Entrare nell’Amore di Cristo significa essere afferrati da un dinamismo, per il quale non solo si osserva la Legge come un obbligo, ma la si mette in pratica come un’esigenza del cuore: chi gusta l’Amore di Cristo non può che amare e vivere di questo Amore, che è vita. In effetti non c’è vera vita se non nel vero Amore. Un Amore che ci fa esistere come figli e vivere da fratelli e sorelle.“L’essenziale è invisibile agli occhi” (Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo Principe) è il segreto che la volpe consegna al piccolo Principe dopo che quest’ultimo l’ha addomesticata e tra loro è nato il legame indissolubile dell’amicizia vera. Il lungo e difficile cammino che Gesù ha compiuto con i suoi discepoli ha portato ad un “addomesticamento” reciproco, come quello che è narrato nel libro di Saint-Exupéry. Gesù è legato ai suoi discepoli che chiama amici, e loro sono legati a lui e tra di loro (“amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”). Questo legame affrontò la prova terribile della morte e il mistero della resurrezione, ma non si spezzò. Da parte di Gesù c’è la promessa che l’amicizia non sarebbe venuta meno: il dono dello Spirito Santo è proprio questo. Ma, come dice la volpe al piccolo principe, “non si vede bene che con il cuore”, e i comandamenti di Dio educano il cuore che così può vedere.
2) Liberi perché figli “legati” al Padre dall’amore obbediente, e non orfani “slegati” dall’Amore.Si potrebbe obiettare: “Come si può comandare l’amore? E come l’amore può avere dei comandamenti? L’amore non è libertà?” Sì, l’amore è libertà, è quella libertà che aderisce alla verità e all’amore lietamente e decisamente. L’amore conosce molti obblighi e molti doveri, ma sono vissuti come espressione di libertà, realizzazione di sé stessi e non come costrizione. L’amore non è fare quel che mi pare e piace, l’amore è amare l’altro, volere il bene dell’altro, l’amore è servire, l’amore è mettere in gioco la propria vita, l’amore è esattamente il contrario dell’egoismo.L’amore non è dare ciò che si ha, ma ciò che si è; allora si vuole anche ciò che gli altri sono, non le loro cose. Non il dono delle proprie cose è amore, ma il dono di sé stessi. Non per nulla nel Vangelo l’amore è identificato all’obbedienza, perché l’obbedienza è il dono di sé. Se mi amate, osservate i miei comandamenti… Chi osserva i miei comandamenti, quello è colui che mi ama, dice Gesù nell’Ultima Cena.L’amore di Cristo è la legge suprema che mi fa capire se quell’azione, piccola o grande che sto facendo, è vera o falsa; se conduce alla vita o alla morte. L’amore per Gesù, la Sua legge d’amore e di libertà è la sorgente di ogni azione, di ogni comando. Lui ci ha amati per primo, noi “dobbiamo” rispondere a questo amore, per essere come Lui e vederLo: “L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo però che si deve praticare… Amando il prossimo, rendi puro il tuo occhio per poter vedere Dio” (Sant’Agostino d’Ippona, In Io. Ev. tr., 17, 8).La nostra mente ed il nostro cuore non possono mai stare vuoti, o si riempiono di una cosa oppure si colmano di un’altra. Anche durante le nostre attività quotidiane dobbiamo tenere lo sguardo fisso su Gesù, che vedremo se il nostro cuore e i nostri occhi hanno una purezza angelica.A chi domanda come fare una preghiera continua, suggerisco di fare, durante la giornata, brevi soste per rimettere ordine, per raddrizzare la rotta, per liberarsi dai cattivi pensieri e alimentarsi di nuovo con un versetto del Vangelo, o di un salmo o di un episodio della vita del Signore. 
Per questo lo Chiesa ha stabilito le Liturgia delle “Ore”. Basta poco per smarrirsi, per perdere il centro di gravità, uscire e distrarsi. Ecco allora i salmi a intervalli regolari, per ritrovare il centro (Cristo) e ricordarsi della “presenza” che abita nel profondo del nostro cuore. Il cuore è cuore la sede dove possiamo riconoscere che Gesù non ci ha abbandonati e che il legame stabilito con i suoi discepoli non si è spezzato nonostante il passare dei secoli e le tante fragilità e limiti dei cristiani dall’inizio fino ai giorni nostri.Questo accade nei monasteri dove niente deve essere anteposto all’Ufficio divino, perché niente deve essere anteposto all’accoglienza di questa divina “presenza”. 
Occorre praticare lo custodia del cuore e dei sensi. Il voler guardare tutto, parlare di tutto, curiosare su tutto, riempiono la nostra casa di cianfrusaglie, quando non di cose cattive. Il Signore allora, non può parlarci, entrare in colloquio di amore con noi.Questo accade nella vita della Vergini consacrate nel mondo, che sono chiamate a vivere una vita monastica dentro la società. A questo riguardo il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: Emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, [le vergini] dal Vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa”. Mediante questo rito solenne (Consecratio virginum), “la vergine è costituita persona consacrata” quale “segno trascendente dell’amore della Chiesa verso Cristo, immagine escatologica della Sposa celeste e della vita futura”.Aggiungendosi alle altre forme di vita consacrata,l’ordine delle vergini stabilisce la donna che vive nel mondo (o la monaca) nella preghiera, nella penitenza, nel servizio dei fratelli e nel lavoro apostolico, secondo lo stato e i rispettivi carismi offerti ad ognuna.Le vergini consacrate possono associarsi al fine di mantenere più fedelmente il loro proposito.”(CCC, nn 923 e 924).Queste donne consacrate mostrano con la loro esistenza donata interamente a Dio, che la profonda verità di questa affermazione di Cristo: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21). La conseguenza dell’amore e dell’obbedienza a Gesù è il dono del Paraclito2, inviato dal Padre su richiesta orante del Figlio Gesù. Non siamo e non saremo mai orfani, Gesù ce lo assicura nel Vangelo di oggi. L’amore con il quale il Signore Gesù ci ama si traduce nella sua preghiera costante che ci ottiene, istante dopo istante, il dono del Paraclito. E’ un nome che designava l’avvocato, colui che assiste e soccorre nel processo per difendere contro l’accusatore. E Satana3 significa appunto accusatore. Lo Spirito Santo è chiamato presso di noi, anche oggi, in questo istante, e in ogni secondo della nostra vita, per difenderci, per ricordarci e annunciarci la Verità, che siamo figli di Dio nel Figlio Gesù.Di fronte alle accuse di infedeltà, di ipocrisa, di incostanza, di fronte al disprezzo di noi stessi cui ci spinge l’accusatore, il Paraclito ci con-sola, ci colma dell’amore del Signore, compie in noi ogni comandamento, lo custodisce e lo accoglie sprigionando in noi l’amore a Cristo. E’ vero: lo Spirito Santo è l’amore ,con il quale amiamo il Signore, lo stesso amore che unisce il Padre ed il Figlio, e ci fa intimi della loro intimità. Nello Spirito Santo siamo dimora di Dio, e la nostra vita, tutta, è trasformata in una cattedrale meravigliosa dove ogni uomo può riconoscere la presenza amorevole e misericordiosa di Dio.
1 Faccio notare che questa indicazione del v 15 è ripresa ai vv. 21 e 26, anche se in forma diversa.2Paraclito deriva dal grecoπαράκλητος (paraclētus) ossia chiamatopressoinvocato accanto. Il Paràclito o Avvocato è colui che è vicino, che sta dalla mia parte, prende le mie difese, intercede per me, quindi il Consolatore, che è uno degli appellativi dello Spirito Santo.3Satana (in ebraicoשָׂטָןSatàn; in grecoΣατᾶν o ΣατανᾶςSatàn o Satanâs; in latinoSatănas. Il significato in ebraico sarebbe “accusatore in giudizio”, “avversario”, “colui che si oppone”, “contraddittore”.

LETTURA PATRISTICASant’Agostino d’Ippona (354 -430)Commento al Vangelo di San Giovanni
OMELIA 74Il dono di un altro Paraclito.Chi ama è segno che ha lo Spirito Santo, e quanto più amerà tanto più lo avrà, affinché possa amare sempre di più.1. Abbiamo ascoltato, o fratelli, mentre veniva letto il Vangelo, il Signore che dice: Se mi amate, osservate i miei comandamenti; ed io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, il quale resti con voi per sempre; lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce; ma voi lo conoscete, perché rimane tra voi e sarà in voi (Gv 14, 15-17). Molte sono le cose da approfondire in queste poche parole del Signore; ma sarebbe troppo cercare ogni cosa che qui si può trovare, o pretendere di trovare ogni cosa che qui si può cercare. Tuttavia, prestando attenzione a ciò che noi dobbiamo dire e che voi dovete ascoltare, secondo quanto il Signore vorrà concederci e secondo la nostra e vostra capacità, ricevete per mezzo nostro, o carissimi, ciò che noi possiamo darvi, e chiedete a lui ciò che noi non possiamo darvi. Cristo promise agli Apostoli lo Spirito Paraclito; notiamo però in che termini lo ha promesso. Se mi amate – egli dice – osservate i miei comandamenti; ed io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, il quale resti con voi per sempre: lo Spirito di verità. Senza dubbio si tratta dello Spirito Santo, una persona della Trinità, che la fede cattolica riconosce consostanziale e coeterno al Padre e al Figlio. E’ di questo Spirito che l’Apostolo dice: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rm 5, 5). Come può dunque il Signore, riferendosi allo Spirito Santo, dire: Se mi amate, osservate i miei comandamenti; ed io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, dal momento che senza questo Spirito non possiamo né amare Dio, né osservare i suoi comandamenti? Come possiamo amare Dio per ricevere lo Spirito, se senza lo Spirito non possiamo assolutamente amare Dio? E come possiamo osservare i comandamenti di Cristo per ricevere lo Spirito, se senza questo dono non possiamo osservarli? E’ forse da pensare che prima c’è in noi la carità, che ci consente di amare Cristo, e, amandolo e osservando i suoi comandamenti, si può meritare il dono dello Spirito Santo così che la carità (non di Cristo che già era presente, ma di Dio Padre), si riversi nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato? Questa è un’interpretazione errata. Infatti, chi crede di amare il Figlio e non ama il Padre, significa che non ama il Figlio, ma una invenzione della sua fantasia. Perciò l’Apostolo dichiara: Nessuno può dire: Gesù è il Signore, se non nello Spirito Santo (1 Cor 12, 3). Chi può dire: Gesù è il Signore, nel senso che intende l’Apostolo, se non chi lo ama? Molti infatti riconoscono Gesù a parole, mentre col cuore e con le opere lo rinnegano; come appunto dice l’Apostolo: Confessano sì di conoscere Dio, ma con le opere lo negano (Tt 1, 16). Se con le opere si può negare Dio, è altrettanto vero che è con i fatti che lo si confessa. E così nessuno può dire: Gesù è il Signore – con l’animo, con le parole, con i fatti, con il cuore, con la bocca, con le opere – se non nello Spirito Santo; e nessuno lo dice in questo senso se non chi lo ama. Ora, se gli Apostoli dicevano: Gesù è il Signore, e non lo dicevano in modo finto come quelli che lo confessano con la bocca e lo negano con il cuore e con le opere, se insomma lo dicevano in modo autentico, sicuramente lo amavano. E come lo amavano, se non nello Spirito Santo? E tuttavia il Signore ordina loro, prima di tutto di amarlo e di osservare i suoi comandamenti, per poter ricevere lo Spirito Santo, senza del quale essi di sicuro non avrebbero potuto né amarlo né osservare i suoi comandamenti.[Viene promesso lo Spirito Santo anche a chi lo ha.]2. Dobbiamo dunque concludere che chi ama lo Spirito Santo, e, avendolo, merita di averlo con maggiore abbondanza, e, avendolo con maggiore abbondanza, riesce ad amare di più. I discepoli avevano già lo Spirito Santo, che il Signore prometteva loro e senza del quale non avrebbero potuto riconoscerlo come Signore; e tuttavia non lo avevano con quella pienezza che il Signore prometteva. Cioè, lo avevano e insieme non lo avevano, nel senso che ancora non lo avevano con quella pienezza con cui dovevano averlo. Lo avevano in misura limitata, e doveva essere loro donato più abbondantemente. Lo possedevano in modo nascosto, e dovevano riceverlo in modo manifesto; perché il dono maggiore dello Spirito Santo consisteva anche in una coscienza più viva di esso. Parlando di questo dono, l’Apostolo dice: Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo ma lo Spirito che viene da Dio, affinché possiamo conoscere le cose che da Dio ci sono state donate (1 Cor 2, 12). E non una volta, ma ben due volte il Signore elargì agli Apostoli in modo manifesto il dono dello Spirito Santo. Appena risorto dai morti, infatti, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20, 22). E per averlo dato allora, forse che non inviò anche dopo lo Spirito promesso? O non era il medesimo Spirito quello che Cristo alitò su di loro e poi ancora inviò ad essi dal cielo (cf. At 2, 4)? Qui si pone un’altra domanda: perché questo dono fu elargito in modo manifesto due volte? Forse questo dono fu elargito visibilmente due volte perché due sono i precetti dell’amore: l’amore di Dio e quello del prossimo, e per sottolineare che l’amore dipende dallo Spirito Santo. Se bisogna cercare un altro motivo, non è adesso il momento, dato che non possiamo tirare troppo in lungo questo discorso. L’importante è tener presente che senza lo Spirito Santo noi non possiamo né amare Cristo né osservare i suoi comandamenti, e che tanto meno possiamo farlo quanto meno abbiamo di Spirito Santo, mentre tanto più possiamo farlo quanto maggiore è l’abbondanza che ne abbiamo. Non è quindi senza ragione che lo Spirito Santo viene promesso, non solo a chi non lo ha, ma anche a chi già lo possiede: a chi non lo ha perché lo abbia, a chi già lo possiede perché lo possieda in misura più abbondante. Poiché se non si potesse possedere lo Spirito Santo in misura più o meno abbondante, il profeta Eliseo non avrebbe detto al profeta Elia: Lo Spirito che è in te, sia doppio in me (2 Sam 2, 9).3. Quando Giovanni Battista disse: Iddio dona lo Spirito senza misura (Gv 3, 34), parlava del Figlio di Dio, al quale appunto lo Spirito è dato senza misura, perché in lui abita tutta la pienezza della divinità (cf. Col 2, 9). Non potrebbe infatti l’uomo Cristo Gesù essere mediatore tra Dio e gli uomini senza la grazia dello Spirito Santo (cf. 1 Tim 2, 5). Infatti egli stesso afferma che in lui si è compiuta la profezia: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto, mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella (Lc 4, 18-21). Che l’Unigenito sia uguale al Padre, non è grazia ma natura; il fatto invece che l’uomo sia stato assunto nell’unità della persona dell’Unigenito, è grazia non natura, secondo la testimonianza del Vangelo che dice: Intanto il bambino cresceva, si fortificava ed era pieno di sapienza, e la grazia di Dio era in lui (Lc 2, 40). Agli altri, invece, lo Spirito viene dato con misura, e questa misura aumenta, finché si compie per ciascuno, secondo la sua capacità, la misura propria della sua perfezione. Donde l’esortazione dell’Apostolo: Non stimatevi più di quello che è conveniente stimarsi, ma stimatevi in maniera da sentire saggiamente di voi, secondo la misura di fede che Dio ha distribuito a ciascuno (Rm 12, 3). Lo Spirito infatti non viene diviso; sono i carismi che vengono divisi come sta scritto: Vi sono diversità di carismi, ma identico è lo Spirito (1 Cor 12, 4).4. Dicendo poi: Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, il Signore ci fa capire che egli stesso è Paraclito. Paraclito corrisponde al latino avvocato; e Giovanni dice di Cristo: Abbiamo, come avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto (1 Io 2, 16). In questo senso dice che il mondo non può ricevere lo Spirito Santo, così come sta scritto: Il desiderio della carne è inimicizia contro di Dio: esso infatti non si assoggetta alla legge di Dio né lo potrebbe (Rm 8, 7). Come a dire che l’ingiustizia non può essere giusta. Per mondo qui si intende coloro che amano il mondo di un amore che non proviene dal Padre. E perciò l’amore di Dio, riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato, è l’opposto dell’amore di questo mondo, che ci sforziamo di ridurre e di estinguere in noi. Il mondo quindi non lo può ricevere perché non lo vede né conosce. L’amore mondano, infatti, non possiede occhi spirituali, senza dei quali non è possibile vedere lo Spirito Santo, che è invisibile agli occhi della carne.5.Ma voi – dice il Signore – lo conoscerete perché rimarrà tra voi e sarà in voi. Sarà in loro per rimanervi, non rimarrà per esservi; poiché per rimanere in un luogo, prima bisogna esserci. E affinché non credessero che l’espressione: rimarrà presso di voi, volesse significare una permanenza simile a quella di un ospite in una casa, spiegò il senso delle parole: rimarrà presso di voi, aggiungendo: e sarà in voi. Lo si potrà dunque vedere in modo invisibile, e non potremmo conoscerlo se non fosse in noi. E’ così che noi vediamo in noi la nostra coscienza; noi possiamo vedere la faccia di un altro, ma non possiamo vedere la nostra; mentre possiamo vedere la nostra coscienza e non possiamo vedere quella di un altro. La coscienza, però, non esiste fuori di noi, mentre lo Spirito Santo può esistere anche senza di noi; e che sia anche in noi, è un dono. E se non è in noi, non possiamo vederlo e conoscerlo così come deve essere veduto e conosciuto.

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