DANIELE PRESSI”Cosa significhi scalare “

Cosa significhi scalare – Ascensione del Signore

Sono un prete e arrampico. No, non hai capito… Mica per fare carriera! Sulla roccia, hai presente? Sì, forse era meglio usare “scalo”. No, ma cosa c’entrano le navi, adesso?? Uff.

Ricominciamo, va’. Sono un prete e mi piace scalare. Talvolta capita che qualcuno mi chieda che ci azzecchi una cosa con l’altra. Oppure il perché lo faccia. E molto più spesso capita che si dia per scontata la risposta: che discorsi… raggiungere la vetta, no? La soddisfazione di superare i tuoi limiti e di arrivare là in alto, più su più su, dove gli altri se lo sognano, where the eagles fly.

E, quando questa domenica leggiamo che Gesù “fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi” (Atti 1,9), come non sentirsi solleticare all’idea di raggiungere quelle vette? Provi quasi automaticamente il desiderio di innalzarti a quell’amore smisurato, a quella relazione piena con il Padre. In effetti, è questo che spesso cerchiamo con la fede: innalzarci a Dio, elevarci da una vita fin troppo piatta e traumatica, per arrivare là. Là dove speriamo che la domande siano risolte, le tensioni sciolte, la vita semplice. Una vetta da raggiungere. Che ben presto miete le prime vittime. Già, perché troppo in fretta ci scopriamo insufficienti a tanto ardire: poca forza, poca costanza, troppi limiti strutturali, poco allenamento. E cambiamo sport.

Eppure, la sai una cosa? Io non arrampico per raggiungere una meta. Io arrampico per il motivo più bello e convincente del mondo: perché mi piace. E me ne frego bellamente delle mete. Perché la più grande benedizione ce l’ho sotto le mani: la roccia. La roccia che mi educa a movimenti che non farei. Che mi spinge a fare fatiche che non mi aspetterei da me stesso. La roccia che mi chiede di dosare le forze. Che mi chiede pazienza, dedizione. Che mi chiede non volerla diversa e più facile. La roccia su cui una volta devo osare la follia di lanciarmi in un unico lungo movimento, mentre un’altra accarezzare la delicatezza di tacche da rispettare.

E, in effetti, anche Gesù che ascende al cielo, forse non ti chiede la fatica di raggiungerlo: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (Atti 1,11). Più probabilmente ti chiede di scoprire che la benedizione più grande ce l’hai tra le mani: la tua umanità, quella degli altri. Tanto benedetta, da essere già e per sempre in Dio: portata là dalla sua fedeltà in Gesù alla terricolità di cui siamo impastati.

Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. (Matteo 28,19)

L’invito non è a fare proseliti, ma a far scoprire (prima di tutto a noi stessi) “a quale speranza vi ha chiamati” (Efesini 1,18). Quanto bello sia essere uomini e donne amati. Quanto valga la pena dedicarsi a questa roccia.

Prova a essere fedele alla roccia che hai sotto le mani. Ti suggerirà lei come muoverti. E, quando scoprirai quanto Dio sia dentro quelle tacche e quelle fessure, forse riuscirai a fare la cosa più difficile. Che non è scalare per salire, ma… disarrampicare. Scalare per scendere. Per abbassarsi. Come l’Innalzato sulla croce. Per amore.

Non monti, anime di monti sono
queste pallide guglie, irrigidite
in volontà d’ascesa. E noi strisciamo
sull’ignota fermezza: a palmo a palmo,
con l’arcuata tensione delle dita,
con la piatta aderenza delle membra,
guadagnammo la roccia; con la fame
dei predatori, issiamo sulla pietra
il nostro corpo molle; ebbri d’immenso,
inalberiamo sopra l’irta vetta
la nostra fragilità ardente. In basso,
la roccia dura piange. Dalle nere,
profonde crepe, cola un freddo pianto
di gocce chiare: e subito sparisce
sotto i massi franati. Ma, lì intorno,
un azzurro fiorire di miosotidi
tradisce l’umidore ed un remoto
lamento s’ode, ch’è come il singhiozzo
trattenuto, incessante, della terra.

– Antonia Pozzi