
Ascensione del Signore – Anno A
At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20.
“Ho abbandonato tutto e ho ricondotto la nave,
sia pure tutta squassata, alla desiderata quiete”,
Agostino, De beata vita, 1,4
Il viaggio della vita
Non sempre riusciamo a portare integra la barca della nostra vita sull’altra sponda del lago. Attraversiamo tempeste, affrontiamo gli ammutinamenti interni, subiamo il fuoco amico e l’assalto dei pirati. Eppure quella barca tutta squassata racconta la nostra storia, il nostro viaggio. Forse non a caso, la barca è diventata immagine della Chiesa che solca le onde dei tempi e a volte si infrange sugli scogli di una logica umana.
Una comunità imperfetta
Anche i discepoli alla fine del Vangelo si ritrovano davanti a Gesù con una barca che porta i segni del dubbio e della fatica. Si tratta di una nave che ha perso dei pezzi, che non è arrivata integra alla fine del suo viaggio. Lungo tutto il Vangelo siamo diventati familiari del numero dodici. Dodici uomini, tanto diversi tra loro, che costituivano il primo nucleo dei discepoli del maestro. Quel numero evocava un tempo nuovo, la ricostruzione del Regno di Israele: le dodici tribù dell’antico popolo che ora si estendono all’umanità intera. E invece in questa scena finale troviamo un altro numero: davanti a Gesù, in Galilea, nella terra dove tutto era cominciato, si ritrovano in Undici. Come la barca squassata, ora quel numero racconta una storia, una storia di cammino, di amicizia, di speranze e di tradimenti. Eppure, è a quella comunità imperfetta che Gesù affida il compito di portare la sua Parola in tutto il mondo.
Una storia da raccontare
Spesso ci vergogniamo della nostra storia, ci vergogniamo delle cicatrici che portiamo addosso e vorremmo nasconderle. Gesù invece ci prende come siamo, anche in Undici, perché sarà proprio quella storia di fallimenti e di sconfitte a rendere credibile la nostra parola. Racconteremo infatti come siamo stati salvati, come siamo stai raggiunti nelle nostre tempeste, come siamo stati amati nonostante la nostra imperfezione. Proprio per questo i discepoli possono essere inviati a insegnare, cioè a raccontare, quello che Dio ha operato nella loro vita fragile. Insegneranno agli altri come lasciarsi amare nella propria imperfezione.
La dinamica della vita spirituale
Nel gesto degli Undici davanti a Gesù c’è tutta la dinamica della nostra vita spirituale: vedono – si prostrano – dubitano. Anche noi incontriamo il Signore, lo vediamo nella nostra storia, arriviamo anche a riconoscerlo, ma poi quel ricordo pian piano si cancella e torniamo a dubitare.
Dentro una promessa
Ma in quell’ultimo incontro, raccontato dal Vangelo, c’è anche il nostro destino, possiamo intravvedere in esso la meta del cammino: Gesù si avvicina, invia ad annunciare, ci ricorda la sua promessa. La promessa di Gesù è il fondamento della missione: “sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Tutta la vita del mondo si distende dentro questa promessa. Se andiamo infatti all’inizio del Vangelo di Matteo, ritroviamo le stesse parole: Gesù è chiamato Emmanuele, Dio con noi. Lungo il cammino possono accadere tante cose, ci possiamo perdere, possiamo tradire e dubitare, possiamo cadere e rialzarci, ma tutto, dall’inizio alla fine, è contenuto nello spazio di questa promessa di Dio: sono con voi sempre, fino alla fine.
Leggersi dentro
– Sei capace di accogliere la tua imperfezione?
– Ti fidi della promessa di Dio?
P. Gaetano Piccolo S.I.
Compagnia di Gesù (Societas Iesu)
Fonte:http://www.clerus.va/
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