padre Gian Franco Scarpitta”Il nostro atto di nascita”

Il nostro atto di nascita

 Pentecoste – Messa della Vigilia (31/05/2020)

Vangelo: Gv 7,37-39 

Prima di ascendere al Cielo, Gesù aveva promesso solennemente che la sua dipartita era necessaria perché andando via da loro sarebbe andato a preparare per loro un “posto per poi tornare e prenderli con sè”(Gv 14,2 – 3) e con questa affermazione intendeva dare due garanzie: avrebbero condiviso la stessa posizione di gloria di Gesù nella vita eterna, guadagnando assieme a lui il premio degli eletti in cielo quanto all’altra vita, ma allo stesso tempo che “Dio avrebbe preso posto in loro”, cioè avrebbe dimorato in loro e li avrebbe condotti lungo i percorsi restanti della loro vita. Più esplicitamente, Gesù aveva promesso ai suoi che, andando lui (visibilmente) via da loro, sarebbe arrivato lo Spirito Santo, che non solamente avrebbe fatto in modo da attualizzare la presenza di Gesù consentendo che essi facessero di lui esperienza continua, ma li avrebbe anche condotti alla scoperta della verità, illustrando a loro tutto ciò che ancora non riuscivano a comprendere. Lo Spirito li avrebbe innanzitutto conquistati, avrebbe preso “dimora in loro”, poi li avrebbe indottrinati su tutto perché “prenderà del mio (di Gesù) e ve lo darà”(Gv 16, 14). Lo Spirito stesso infatti è la verità (1Gv 5, 6) e non può lasciare i figli di Dio privi di appropriate conoscenze: come Gesù aveva insegnato nel tempio istruendo, ammonendo, consolando e dando slancio e forza motivazionale, così lo Spirito Santo avrebbe insegnato agli apostoli. Di conseguenza li avrebbe sospinti verso luoghi sconosciuti per essere testimoni di ciò da cui erano stati formati e di tutto quanto avevano appreso e vissuto in prima persona: avrebbero annunciato la Buona Novella con l’annuncio della Risurrezione e con la narrazione di opere e di fatti di Gesù. Questo non per esibizionismo o ostentazione di vanagloria, e neppure per esaltare la spettacolarità di un uomo capace di fuoriuscire dal sepolcro, ma affinché tutti coloro che avessero prestato ascolto sarebbero stati raggiunti da questo messaggio di salvezza e avrebbero ottenuto (appunto) la salvezza e la gloria futura.

Tutto questo avviene nel giorno della pentecoste ebraica, festa agricola che indicava l’inizio della mietitura e successivamente avvalorata anche per la commemorazione della comunicazione delle Tavole della Legge a Mosè sul monte Sinai. In quel giorno, una molteplicità di giudei provenienti da tutte le nazioni e le etnie si ritrovavano al tempio di Gerusalemme per l’offerta delle primizie. Il giorno era già festoso e vivace quindi per la ricchezza dell’evento, tranne che per un gruppo di uomini (e Maria madre di Gesù) che, rintanati in un rifugio che presumibilmente doveva essere la casa di Maria madre di Marco, sostavano in preghiera guardandosi attorno con circospezione per paura di essere sorpresi dalla foga assassina dei Giudei.

Improvvisamente ecco quello che accade: per mezzo di segni teofanici, cioè allusivi alla presenza e alla manifestazione del divino, irrompe su di loro lo Spirito Santo e vengono messi in condizioni di parlare in modo da essere compresi da tutte le rappresentanze delle nazioni ivi presenti. Tutti quanti infatti strabiliano nel constatare che questi sconosciuti parlano loro con chiarezza nonostante la molteplicità degli idiomi presenti. Il fenomeno di cui gli apostoli sono interessati infatti è identificato come xenoglossia, cioè capacità straordinaria di esprimersi in altre lingue, secondo la modalità consentita in quel momento dallo stesso Spirito Santo. Non una proprietà di derivazione umana, ma un carisma profetico che solo Dio può dare. E per una sola finalità: perché tutti ascoltino e apprendano le grandi opere di Dio. Un tale fenomeno (Come poi ricorda Pietro nella sua arringa al popolo presente) era già stato prefigurato dal profeta Gioele, che aveva annunciato come Dio avrebbe infuso lo Spirito su tutti gli uomini, che avrebbero avuto visioni e avrebbero profetizzato; la predizione si realizza adesso, in virtù della Resurrezione di Gesù e della sua dipartita visibile da noi.

Il giorno di Pentecoste è l’atto di nascita della storia della Chiesa. Secondo le promesse di Gesù, Egli è colui che, una volta disceso, inabita nell’uomo e con i suoi doni infonde le caratteristiche necessarie per rinnovare nell’intimo, risollevare. Lo Spirito infonde fiducia e alimenta la fede, dando quindi motivazioni plausibili di speranza, sostenendo, rincuorando e ravvivando. Nell’Antico Testamento veniva identificato a volte come semplice soffio, vento, alito, alla stregua di una prerogativa che si distaccava da Dio, pur essendo parte di lui. Nel giorno di Pentecoste se ne può parlare come una potenza personale di Dio, dell’indentità di Dio stesso, la Terza Persona in azione che supera la nostra immaginazione, ma della quale si ravvisano sempre le tracce nella nostra stessa vita. E’ lo Spirito Santo stesso che attesta al nostro spirito che siamo figli Dio (Rm 8, 16), incutendoci lo zelo per vivere come tali; è sempre lo Spirito che interviene in noi nella preghiera (Rm 8, 22) e questa diventa efficace nell’intimità con Dio; lo stesso Spirito suscita la Parola e rende propensi nei confronti di questa e per mezzo dei suoi doni conduce di volta in volta alla comprensione della verità. Scrive Emery che lo Spirito Santo agendo nella fede incide nella vita personale del credente in modo da superare le deviazioni di senso proprie dell’inconscio, in modo che sia la fede a dare il vero senso dell’esistenza e con esso anche una maturità oggettiva nella persona in grado di garantire un appropriato rapporto con se stesso e con la società. La fede non può trascurare in effetti un impatto psicologico per avere valenza liberante e caratterizzante. Lo Spirito di pentecoste, ancora perdurante in mezzo a noi, eleva e dona coraggio nell’incertezza e ci sprona nell’indecisione e nella titubanza, una ragione in più questa per pregarlo con fiducia e risolutezza, esponendo i propri problemi, affidando a lui angosce e difficoltà, trovando nella preghiera stessa la decisioni di lanciarci nelle incertezze.

In tutto questo Gesù non è assente. Egli non è stato infatti “sostituito” dallo Spirito, ma al contrario lo Spirito stesso ne attualizza la presenza costante e in forza di Questi Gesù si manifesta come “con noi fino alla fine del mondo”. Grazie allo Spirito Santo Gesù nella forma invisibile opera nella persona degli apostoli che gli rendono testimonianza in tutto il mondo, creando comunione e unità di intenti nella Chiesa, man mano che questa procede nell’espletamento del suo mandato di annuncio. Lo Spirito suscita innovazioni e carismi anche in tempi di crisi e di precarietà morale, suscitando uomini sapienti e di integerrimi nella virtù che esaltano il vero Cristo in una Chiesa tante volte screditata dalle perversioni e dalla controtestimonianza. In forza dello Spirito la Chiesa va rinvenendo sempre più i suoi errori e le sue defezioni, individuando sempre più le pecchie e le aberrazioni a cui porre rimedio e rilevando appropriati atteggiamenti e linguaggi per interagire con gli uomini di ogni epoca.

Solo nello Spirito è possibile anche essere illuminati nella carità, perché qualsiasi opera o organizzazione a favore degli altri non si può certo affidare alla fatalità o all’improvvisazione, ma dev’essere frutto di ispirazione e ponderazione attenta; e così lo Spirito Santo, talora anche quando questi non se ne accorgevano, ha infuso talento agli operatori di misericordia nell’edificazione di impianti di missione, di assistenza caritativa e ospedaliera, non ultima la creazione di case e ospedali sullo stile del Santo Spirito.

Non possiamo dire che lo Spirito Santo sia un capitolo aggiuntivo del nostro libro. Lo Spirito è piuttosto l’agente di coesione, il vincolo onnipresente senza il quale i capitoli non possono formare libro alcuno. E ogni pagina lo deve contenere per non rischiare di restare lettera morta. Non è una qualità o una risorsa che possiamo adottare nella nostra vita accanto alle altre. Piuttosto deve permeare tutte le nostre risorse e incidere in tutte le qualità.

Fonte:https://www.qumran2.net/