don Roberto Seregni “Il respiro di Dio”

Il respiro di Dio – At 2,1-11

Domenica di Pentecoste

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

In questi mesi abbiamo fatto l’esperienza della nostra fragilità e precarietà. Eravamo convinti di essere potenti e poderosi, ma un virus microscopico ci ha messi in ginocchio.
Lo ripeto anche questa domenica: da tutto questo c’è qualcosa che dovremmo imparare.
Forse ad essere piú umili, ad abitare la terra con leggerezza, senza distruggere, senza sentirci super eroi. Adamo ed Eva volevo prendere il posto di Dio, e hanno dovuto coprirsi con una foglia di fico. E noi, ingenui e presuntuosi, che ci sentivamo padroni dell’universo, abbiamo dovuto coprirci con guanti e mascherine.
Nonostante tutto questo, Lui non ci abbandona; anzi, compie la sua promessa: “riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderá su di voi”.
Nonostante tutto quello che abbiamo fatto per tenerlo lontano, negarlo e inscatolarlo, Lui ci dona niente meno che il suo Spirito.

Forse vale la pena ricordare che lo Spirito Santo è il respiro di Dio e, se noi lo riceviamo, significa che Lui respira in noi, vive in noi, si muove e parla in noi. La pentecoste segna proprio questo passaggio nella vita della chiesa: non solo Dio è in mezzo a noi, a Lui è in noi. Paolo descrive molto bene cosa significhi essere abitati da Lui: “Non sono piú io che vivo, ma è Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
Allora vivere la Pentecoste significa lasciar vivere Lui in me, lasciare che Lui prenda possesso della mia vita. Ed è quello che è successo agli apostoli: appena lo Spirito Santo è disceso su di loro, sono schizzati fuori dal cenacolo parlando lingue nuove e tutti rimasero sorpresi.
Il primo segno dello Spirito è l’universalità.
La chiesa nasce per il mondo, per schizzare fuori dai cenacoli, dai sepolcri, dai bei nascondigli profumati di incenso, per percorrere le vie del mondo ed annunciare che vivere con Lui, o senza di Lui, non è per niente la stessa cosa. La chiesa è sale, lievito, luce e seme che si deve mischiare con il mondo, che deve amare il mondo, come Dio che tanto amò il mondo da dare il suo figlio (Gv 3,16).

Uniti nella preghiera, un abbraccio.
Ringrazio di cuore per le numerose mail che mi sono arrivate in queste settimane e, soprattutto, per vostra preghiera.

Don Roberto