Domenica della SS. Trinità – Solennità – Anno A – 2020

La fede cristiana è camminare con gli altri come Dio fa con noi: con pazienza, amore, fedeltà.

Chissà quante volte ci siamo chiesti, ci chiediamo, continueremo a chiederci: “Come è fatto Dio?”. E ancora di più: “Come è fatto un solo Dio in tre persone”. Questa nostra domanda non è irrispettosa, perché l’esigenza di avere davanti un volto con il quale confrontarsi è alla base del dialogo, che per essere vero richiede un “io” e un “tu”, altrimenti diventa un parlare da soli. Ma c’è una risposta a questa domanda? Una risposta come noi la vorremmo non c’è. Però qua e là nella Bibbia si aprono spiragli che come è fatto Dio ce lo fanno intuire. Uno spiraglio tra i più significativi è quello offertoci dalla prima lettura di questa domenica, dedicata a Dio Trinità.

Il contesto. Dio ha chiesto a Mosè di tornare sul monte Sinai con due nuove tavole di pietra da riscrivere al posto delle precedenti, frantumate dal Liberatore in uno scatto potente di delusione alla vista del vitello d’oro costruito in sua assenza. Una volta sul monte, Dio gli si presenta come una voce che proclama: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». È il suo biglietto da visita con il quale manifesta i suoi titoli: “misericordioso, lento all’ira, ricco di amore e fedeltà”, che non rimandano a una vita solitaria, all’affermazione soddisfatta di se stesso, alla preoccupazione di imporre la sua autorità, ma a competenze che presuppongono il rapporto con gli altri. La misericordia, l’amore, la fedeltà, la pazienza esistono soltanto quando si vive con gli altri in un rapporto circolare di affetti che nell’esperienza umana trova la sua massima espressione nella vita di famiglia. Ecco, Dio cammina tra noi come un padre nella sua famiglia.

Mosè comprende il significato di questi “titoli”, infatti non gli fa una lode, una incensata, ma gli chiede: «Cammina in mezzo a noi». È ciò che si chiede a un padre: cammina con noi per assisterci, per amarci, per scuoterci, per perdonarci. Era ciò che Dio desiderava gli venisse chiesto. Così sul monte Sinai, due volontà sì incontrano e Dio camminerà tra loro «di giorno con una colonna di nube, e di notte con una colonna di fuoco» (Es 13,21), con i Giudici durante la conquista della Terra Promessa, con i profeti nell’esilio a Babilonia. Fino a Gesù, quando scompaiono i segni perché cammina tra noi di persona, fisicamente, realmente.

Abituati ad ascoltare il vangelo a brani isolati dal contesto e utilizzati per riflessioni e commenti, facciamo poca attenzione alla “familiarità” con la quale Gesù ha camminato con noi, dando per scontato il fatto che abbia voluto subito accanto a sé una “famiglia”, composta non soltanto dai Dodici, ma da tante altre persone che lo seguivano, che lo accoglievano, che lo frequentavano di nascosto come Nicodemo, che intervenivano nel momento del bisogno come Giuseppe di Arimatea, che gli chiedevano salute e perdono. È in questa “familiarità” che egli realizzava i “titoli” del Padre: “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.

È con questa “familiarità” che siamo chiamati a vivere la nostra fede. Se il Padre e il Figlio camminano con noi con misericordia, amore, fedeltà, pazienza, questi devono essere anche i nostri “titoli”. La fede cristiana non è una questione interiore e personale di credenze, preghiere e riti, ma camminare con gli altri come il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo che è l’amore del Padre e del Figlio che si riversa su di noi. Vivere la fede “facendo famiglia”. È quello che san Paolo raccomanda: «Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi».

Qual è il volto di un solo Dio ma in tre persone? Non lo capiremo mai, l’esperienza umana della famiglia però ce lo fa intravedere. E vivere la fede come famiglia ce lo fa sperimentare.

Fonte:https://www.paoline.it/


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