Monastero Matris Domini Lectio “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Anno A
Gv 6,51-58
Dal Vangelo secondo Giovanni


La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
In quel tempo Gesù disse alla folla: 51“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di
questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da
mangiare?”. 53Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio
dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il
mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo
e il mio sangue vera bevanda. 56
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in
lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che
mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i
padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
Lectio
Questo brano è tratto dal capitolo 6 di Giovanni. Gesù che si trovava con una grande folla sull’altra
riva del mare di Galilea, aveva moltiplicato il pane per circa cinquemila uomini (Gv 6,1-13). Poiché
la gente voleva farlo re, si era ritirato da solo sulla montagna in preghiera (14-15). Venuta la sera
raggiunse camminando sulle acque i suoi discepoli che si trovavano sulla barca in mezzo al lago
(16-21). Il mattino dopo la gente che lo cercava sull’altra riva, attraversò anch’essa il lago e
raggiunse Gesù a Cafarnao (22-25). Qui Gesù pronunciò uno dei discorsi più importanti riportati da
Giovanni, quello sul pane della vita. (26-59). La tradizione cristiana lo ha subito interpretato come
una catechesi eucaristica, ma a una lettura più attenta si nota soprattutto che parla del mistero
dell’unione tra Gesù e il credente. Gesù comunica la vita a colui che lo «mangia».
51 “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane
che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Questo versetto acquista maggior senso se lo si legge insieme ai due che lo precedono. Gesù
infatti aveva appena detto: «Sono io il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel
deserto… e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo: chi ne mangia non muore». Pur
avendo mangiato la manna i padri sono morti: questo nutrimento (la Legge) si è dimostrato
inefficace per comunicare la vita. Ora il pane del cielo che è Gesù abolisce per sempre la morte per
colui che ne mangia. Gesù aveva già detto in 5,24: «Chi ascolta la mia parola è passato dalla morte
alla vita».
Ma ecco qui qualcosa di nuovo che dà fondamento all’affermazione precedente: Gesù afferma di
essere non solo il pane di vita, ma il pane vivente. Immediatamente il lettore è condotto a una
nuova rivelazione: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Questa parola di
Gesù deve essere esaminata da vicino. Essa è introdotta da un costrutto tipicamente greco kaì dé
che può essere reso così: «Quanto al pane…» oppure «Più ancora! Il pane…». Queste affermazioni
le aveva fatte già ai vv. 6,35.48.51a. Ma al v. 51c egli si dichiara anche il donatore di questo pane.
La metafora del pane ora è decodificata: in questo nuovo annuncio Gesù la interpreta
chiaramente. E’ importante anche sottolineare il senso dei termini «carne» e «per».
Col termine «carne» (sarx) Gesù intende se stesso nella sua condizione mortale. La parola «carne»
si richiama poi direttamente a quanto detto nel Prologo sul modo in cui il Logos si fa presente tra
noi (1,14). L’uso di questo termine ci riporta quindi tiene viva qui al mistero dell’Incarnazione, che
il discorso del cap. 6 ha messo in rilievo col tema della discesa dal cielo.
2
La preposizione «per» (hyper) con il suo senso «a favore di» in Gv indica di solito la finalità del
dono che Gesù fa per la sua vita per (a favore) delle sue pecore, per il popolo, per le nazioni, per i
suoi discepoli.
Questo linguaggio esprime anzitutto, attraverso il termine sarx, l’effetto vivificante dell’incarnazione e con il futuro «io darò», anche la morte di Gesù come sorgente di vita per il mondo.
Come si può intuire, Gesù non sta ancora parlando dell’Eucarestia, piuttosto il suo discorso è un
invito ad aderire a Lui, salvatore del mondo.
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne
da mangiare?”.
I giudei hanno capito bene: la morte volontaria di Gesù produrrà «la vita del mondo». Essi
rifiutano che la salvezza universale (e anzitutto la loro salvezza), possa provenire dal dono di sé di
un uomo.
Essi si rifiutano di dipendere radicalmente, per la vita eterna, da questo Gesù che sta parlando con
loro, dipendenza intollerabile e anche sacrilega per chi non riconosce altro salvatore che JHWH. E’
lo scandalo della croce che qui affiora.
Ma perché questa obiezione è espressa in modo così crudo? E’ possibile che il narratore volesse
rimproverare l’incomprensione degli ambienti giudaici verso l’eucaristia praticata dai cristiani. La
formulazione, tuttavia, si giustifica anche con la tecnica dei dialoghi giovannei: all’insaputa di chi le
solleva, le obiezioni annunciano ulteriori chiarificazioni, mettendo così in evidenza il punto
nevralgico della parola di Gesù.
53Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e
non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
Gesù risponde a coloro che disputavano sulle sue parole rincarando ancora di più la dose. Egli
infatti introduce nel discorso anche la necessità di «bere il suo sangue». Però sfuma un po’
l’affermazione. Non dice più «la mia carne», ma «la carne del Figlio dell’uomo». Era proprio la
sfiducia in Gesù come uomo qualunque che aveva fatto avanzare obiezioni tra i giudei. Gli uditori
sono chiamati così ad andare oltre alla sua presenza corporea e a riconoscerlo come l’Inviato da
Dio. Nella sua risposta all’obiezione dei giudei, Gesù coinvolge pienamente i suoi uditori: bisogna
che mangino la sua carne e bevano il suo sangue. Cosa significa? Non dobbiamo avere fretta di
giungere al significato eucaristico con cui queste pagine sono state lette lungo i secoli. Mangiare e
bere il Figlio significa accogliere la rivelazione del sacrificio del Figlio dell’uomo. Significa credere.
Attraverso questa fede il discepolo vivrà della vita stessa del Figlio di Dio.
Cosa indicano le espressioni «la carne e il sangue»? Solitamente indicano la fragilità della
condizione umana, nella sua dimensione terrestre (Mt 16,17; Eb 2,14), è la condizione mortale che
il Logos ha fatto propria nell’Incarnazione.
Ma la carne e il sangue indicano anche i due elementi del sacrificio ebraico. La carne veniva
mangiata e il sangue versato sull’altare (Lv 7,14s; Dt 12,27). C’è un riferimento alla morte di Gesù
come superamento dei sacrifici che si facevano nel Tempio.
Ancora il sangue per i giudei è la vita stessa, di cui solo Dio dispone; il sangue della vittima
sacrificale è versato sull’altare e ha valore espiatorio (Lv 17,10-14).
54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo
giorno.
Questo versetto ripropone il contenuto del precedente, volto alla forma positiva. Promette ancora
la vita e avvalora la propria affermazione con la promessa della risurrezione nell’ultimo giorno.
55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
3
Il perno della risposta di Gesù ai giudei è questo versetto. Qui si parla di un vero cibo. Questo
termine si trova già nel v. 31 in cui si parla di «pane del cielo» o «pane della vita». L’aggettivo
«vero» equivale all’avverbio «veramente». Davvero questa carne e questo sangue si rivelano come
gli elementi in grado di compiere perfettamente la funzione di soddisfare la fame e la sete di cui
parlava Gesù in Gv 6,35b: «Chi viene a me non avrà mai più fame, chi crede in me non avrà mai più
sete». Mangiare e bere hanno il senso di credere, di aderire fermamente al mistero di Cristo.
56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.
Questo versetto introduce il tema del «dimorare». Il mangiare la carne e bere il sangue annulla le
distanze tra Dio e la persona umana. Come nei libri sapienziali (Pr 9,5) chi si appropria del
nutrimento che è l’insegnamento celeste, entra nell’amicizia divina: la Parola apre nuovi orizzonti
alla persona che la ascolta. Così il Figlio nei confronti di chi lo accoglie, di chi crede in Lui.
57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia
me vivrà per me.
Ma come si realizza questo «dimorare»? Sul modello della relazione che vi è tra il Padre e il Figlio.
Vi è una comunione di due persone che non produce fusione, annullamento delle due identità. C’è
un equazione: come il Padre fa vivere il Figlio, così il Figlio fa vivere il credente che lo mangia. Il
rapporto Padre/Figlio è il modello fondante. Ogni vita, avendo la sua origine nel Padre che è
vivente, può esistere unicamente nella comunione con Lui, sia nel Figlio, sia nel credente: è questa
«dimora» che esprime la relazione Padre/Figlio e la relazione Figlio/credente.
58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi
mangia questo pane vivrà in eterno”.
Questo versetto incornicia tutto il discorso del pane di vita. Infatti già al v. 49 Gesù aveva ricordato
i padri che avevano mangiato la manna nel deserto e che erano morti. C’è un evento passato che
deve essere superato. La norma per il presente è il v. 57: la relazione tra il discepolo e Gesù che dà
nuova vita. La manna e la Legge date da Dio erano delle prefigurazioni del vero pane che è Gesù,
dato da Dio e donatosi fino alla morte per compiere il nostro passaggio dalla morte alla vita.
Meditatio

  • Di quale «pane» sto nutrendo la mia vita? Mi sta dando la vita o è un cibo di morte?
  • Quale importanza ha per me la morte e la risurrezione di Gesù?
  • Ho mai sentito che il Padre e il Figlio “dimorano” in me?
    Preghiamo
    (Colletta della domenica del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo)
    Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte
    inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo,
    compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa
    del regno.
    Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Fonte:https://www.matrisdomini.org/


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