Don Marco Ceccarelli Commento Ss. Corpo e Sangue di Cristo “A”

Ss. Corpo e Sangue di Cristo “A” – 14 Giugno 2020
I lettura: Dt 8,2-3.14-16
II lettura: 1Cor 10,16-17
Vangelo: Gv 6,51-58

  • Testi di riferimento: Es 16,4.13-15; Lv 17,11; Sal 78,24-28; 105,40; Lc 22,19-20; Gv 1,14; 3,13;
    6,27.39.63; 11,50-52; 15,4-7; At 2,42.46; 4,32; 20,7; Rm 12,4-5; 1Cor 10,20-21; 11,23-30; 12,12-
    13.20.27; 2Cor 5,15; Gal 2,20; 3,28; Ef 4,4.16; 5,2.25; Eb 9,13-14; 10,29; 1Pt 1,18-19; 1Gv 1,7
  1. La festa di oggi non è solo del Corpus Domini, ma del “Corpo e Sangue di Cristo”. Ciò orienta il
    focus di questa ricorrenza non tanto sull’adorazione eucaristica, quanto piuttosto sulla celebrazione
    eucaristica e sul mistero pasquale a cui essa a indissolubilmente connessa. La seconda lettura e il
    Vangelo mettono in evidenza l’importanza del sangue per comunicare alla vita di Cristo. Per poter
    dare il sangue il Figlio di Dio deve prendere un corpo umano. Il valore del sangue di Cristo versato
    per i nostri peccati è enorme. Non c’è dono più grande che Dio poteva fare per dimostrarci il suo
    amore. Il sangue di Cristo in croce è il “sacramento” della nuova alleanza, del matrimonio che egli
    instaura con la sua Chiesa, donandosi completamente ad essa. La nuova alleanza che Dio stringe
    con l’umanità è stipulata nel sangue di Cristo che ci lava dai nostri peccati (1Gv 1,7). Il sangue è la
    vita, e partecipare al sangue di Cristo significa partecipare alla sua vita divina. E l’effusione del
    sangue, proprio perché esso è la vita, compie l’espiazione dei peccati (Lv 17,11). Privarsene sarebbe
    allora disprezzare un tesoro inestimabile; significherebbe rimanere volontariamente nei propri peccati.
  2. “Un solo corpo”. La seconda lettura, pur breve, mette il dito su un aspetto essenziale della vita
    cristiana, della partecipazione alla Chiesa. Si tratta della comunione tra i fedeli, tra i fratelli. Gli Atti
    degli Apostoli ci dicono che “quelli venuti alla fede erano un cuor solo e un anima sola” (4,32). Una
    delle lacune più evidenti presenti nella comunità cristiana è questo senso di appartenenza ad un unico corpo. Diventa palese soprattutto nella celebrazione eucaristica. Troppa gente vive la Messa, vi
    partecipa, in maniera completamente individualistica. Molti vivono il rapporto con Dio in maniera
    individuale, senza preoccuparsi, o ritenere importante, che per un cristiano la comunione con Dio
    implica la comunione con i fratelli. È proprio nella liturgia dove maggiormente appare questa
    frammentazione, questo insieme di persone che difficilmente riescono ad essere un cuor solo ed
    un’anima sola, andando piuttosto ognuno un po’ per conto proprio. Eppure la comunione al corpo di
    Cristo, all’unico pane, implica necessariamente la comunione tra i fratelli. Per questo Gesù ha detto
    che prima di andare all’altare occorre recuperare la comunione con gli altri, oltre che con Gesù stesso.
  3. Il Vangelo.
  • «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51). Questa affermazione di Gesù ha
    certamente un legame con quelle analoghe usate nel racconto dell’ultima cena (Lc 22,19; 1Cor
    11,24). La “carne” in ebraico indica la “persona” umana, nella sua condizione di debolezza e fragilità dovuta alla sua realtà corporale. Quando si dice che il Verbo si fece carne (Gv 1,14) si vuol dire
    che egli si è fatto uomo nella sua completezza, con tutto ciò che esso comporta. Il Logos, la seconda
    persona della Trinità, ha preso la natura umana per poter dare la sua vita in favore degli uomini. Il
    Verbo impassibile, colui che non poteva né soffrire né morire, ha preso un corpo, cioè si è fatto
    realmente uomo per morire per il mondo. Gesù ha realizzato questo sulla croce. Nell’ultima cena
    Gesù anticipa sacramentalmente quello che realizzerà sulla croce dando il suo corpo per la salvezza
    degli uomini. Cristo offre se stesso perché gli uomini possano ricevere la vita. L’offerta della sua
    vita è in funzione (“per”) della salvezza degli uomini, affinché essi ricevano la vita.
  • Il paradosso sta nel fatto che un morto non può essere un cibo di vita. Come il corpo di un morto
    in croce può saziare la fame dei vivi? Il corpo di un morto si corrompe, perisce. Eppure Gesù dice che il pane che egli dona rimane per la vita eterna (Gv 6,27). Ciò significa che questo corpo, anche
    se ha sperimentato la morte, non ha però visto la corruzione, non è perito; ciò significa che egli è risorto e continua a vivere. Così da un lato Gesù morirà perché “darà” la sua carne per la vita del
    mondo. Ma d’altro lato, proprio perché è un cibo di vita eterna, egli continuerà a vivere per sempre.
    Il pane celeste è il Cristo morto-e-risorto, il Cristo che appare in mezzo agli apostoli con i segni della passione e che comincia a vivere in loro attraverso il dono dello Spirito. Perciò egli è il “pane vivente”, il pane che continua a vivere in coloro che si nutrono di esso perché è colui che ha vinto la
    morte.
  • Gesù parla della necessità di avere in se stessi questo pane “vivente” per poter vivere. Nel v. 53
    egli afferma che non c’è altra possibilità di avere la vita se non mangiando e bevendo la carne e il
    sangue del figlio dell’uomo. Non solo egli è il vero pane dal cielo che dà la vita al mondo, ma anche
    è l’unico. Soltanto mangiando di lui si ha la vita eterna (v. 54), perché la sua carne e il suo sangue
    sono vero cibo e bevanda (v. 55). Cristo offrendo oltre che il cibo anche la bevanda mostra che può
    soddisfare completamente l’esigenza umana di sazietà. Senza dubbio in queste frasi si fa riferimento
    al banchetto eucaristico nel quale i cristiani hanno sempre avuto consapevolezza di comunicare al
    corpo e al sangue di Cristo (1Cor 10,16; 11,25ss.). Ciò che vive dentro a colui che mangia la carne
    di Cristo e beve il suo sangue è la persona stessa di Cristo, indicata dai termini “carne” e “sangue”.
    Non si tratta quindi di una realtà puramente simbolica. Cristo, nella concretezza della sua persona,
    viene a vivere veramente in chi si nutre di lui. Si viene a creare fra i due un’unione profonda nella
    quale l’uno è il principio vitale dell’altro. Chi mangia di Cristo vive “per” lui (v. 57) perché da un
    lato Gesù diventa il principio vitale di colui che lo assume; il quale, d’altro lato, vive “in funzione”
    di lui, così come troviamo splendidamente espresso da san Paolo in Gal 2,20. Come Cristo vive del
    Padre, cioè ha in sé la stessa vita del Padre, ugualmente chi si nutre di lui vive per lui. Fra Cristo e
    colui che lo mangia si crea un’unione così forte dove da un lato il primo è fonte di vita e il secondo
    vive in funzione dell’altro; ma quella vita che egli vive per Cristo non è altro che la vita stessa che
    Cristo gli ha donato (cfr. 2Cor 5,15).
  1. Ecclesia de eucharistia.
  • La Chiesa vive dell’eucarestia. La Chiesa fa l’eucarestia e l’eucarestia fa la Chiesa. Ciò significa
    che la vita cristiana deve nutrirsi. Qualsiasi forma di vita necessita di un nutrimento. Così anche la
    vita cristiana, il cui nutrimento fondamentale è l’eucarestia. Senza nutrimento non si può vivere;
    questo è un dato di fatto. È impossibile essere cristiani senza l’eucarestia. Non basta che Cristo abbia realizzato il mistero pasquale per la nostra salvezza; per ricevere tale salvezza occorre partecipare di questo mistero pasquale. Cristo ha fatto sì che ogni uomo possa venire in contatto con il mistero pasquale attraverso la celebrazione eucaristica. Partecipando all’eucarestia io comunico alla salvezza del mistero pasquale. Se Cristo ha voluto che questo fosse ripetibile continuamente significa
    che non possiamo privarci della eucarestia senza privarci della salvezza.
  • Ma che significa “partecipare all’eucarestia”? Quanti cosiddetti praticanti partecipano veramente
    all’eucarestia? È indispensabile imparare a vivere bene l’eucarestia, a far sì che la grazia abbondante che l’eucarestia ci trasmette non vada perduta. Non è escluso che tanti praticanti ricevano pochissima grazia, se non nulla, perché partecipano male all’eucarestia. Ci sono tanti approcci sbagliati.
    Da un lato ci sono quelli che si accostano alla ricezione dell’eucarestia molto di rado, o per un erroneo rispetto o per trascuratezza. D’altro lato ci sono quelli che vi si accostano continuamente ma
    con una estrema superficialità. Per questo il beneficio che ne potrebbero ricevere va perduto. Essere
    presenti alla Messa non significa che io sto partecipando. Si partecipa quando si è attivi. Se sono
    presente ad un pranzo non significa che io stia mangiando. Per mangiare devo muovere forchetta e
    coltello, devo aprire la bocca, devo masticare, ecc. Se sono in mezzo ad un coro non significa che
    stia partecipando al canto; partecipo se apro la bocca, tiro fuori l’aria e canto. Partecipo alla Messa
    non se assisto passivamente come ad un teatro, ma se mi sento coinvolto in prima persona in quello
    che si fa. E quello che lì si fa è la ripresentazione del mistero pasquale al quale io vado ad alimentarmi. Essere profondamente consapevoli di questo fa molta differenza.

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