padre Fernando Armellini” Davvero rischioso andare contromano!”

XII Per annum: Davvero rischioso andare contromano!

Prima di imboccare una strada bisogna fare attenzione alla segnaletica, è necessario verificare se, per caso, non ci si è avventurati in un senso vietato.

Quando osserva il senso di marcia in cui si muovono gli altri uomini, il discepolo di Cristo ha l’immediata e nitida sensazione di guidare contromano. Se sceglie le vie della rinuncia, della condivisione dei beni, dell’amore disinteressato, del perdono senza limiti, della fedeltà alla parola data, vede il traffico muoversi in direzione opposta e si rende conto che, per quanto proceda con circospezione e prudenza, lo scontro diviene inevitabile e che sarà sempre lui ad avere la peggio, ad essere considerato fuori posto, ad essere accusato di infrangere le regole accettate da tutti.

Il giusto è per l’empio “insopportabile solo al vederlo” (Sap 2,14), “crea imbarazzo” (Sap 2,12); infastidisce “perché la sua vita è diversa da quella degli altri e del tutto diverse sono le sue strade” (Sap 2,15).

Nei momenti di persecuzione, può insorgere nel cristiano anche il dubbio di avere sbagliato direzione.

Dopo aver verificato se sta realmente seguendo le indicazioni del Maestro, non deve farsi prendere dal timore: è quella la direzione giusta, è lui che guida con gli occhi aperti e procede nella luce.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Non ci verrà chiesto se avremo vinto o perso, ma se avremo lottato per la causa giusta”.

Prima Lettura (Ger 20,10-13)

10 Sentivo le insinuazioni di molti:
“Terrore all’intorno!
Denunciatelo e lo denunceremo”.
Tutti i miei amici spiavano la mia caduta:
“Forse si lascerà trarre in inganno,
così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta”.
11 Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,
per questo i miei persecutori
cadranno e non potranno prevalere;
saranno molto confusi perché non riusciranno,
la loro vergogna sarà eterna e incancellabile.
12 Signore degli eserciti, che provi il giusto
e scruti il cuore e la mente,
possa io vedere la tua vendetta su di essi;
poiché a te ho affidato la mia causa!
13 Cantate inni al Signore, lodate il Signore,
perché ha liberato la vita del povero
dalle mani dei malfattori.

Geremia vive in uno dei momenti più drammatici della storia del suo popolo. L’esercito di Nabucodònosor ha circondato Gerusalemme, sta per prenderla d’assalto e saccheggiarla. Il re e i comandanti dell’esercito hanno perso completamente la testa e prendono decisioni folli. I capi religiosi, invece di rendersi conto che si sta avvicinando la rovina, benedicono le scelte dei militari e incitano il popolo: “Tutto va bene, non vi accadrà nulla di male” (Ger 6,13-14), mentre invece tutto va male ed è prossima la catastrofe.

Geremia sembra la persona meno indicata per entrare in questo conflitto: è giovane timido, sensibile, amante della vita quieta, alieno dalle polemiche; il suo sogno è vivere tranquillo in Anatot con la sua famiglia, ma il Signore lo chiama a una missione difficile e rischiosa “contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese”. “Cingiti i fianchi – gli dice – alzati e di’ loro ciò che ti ordinerò… Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” (Ger 1,17-19).

Nemico giurato di Geremia è un sacerdote, Pascùr, figlio di Immer, sovrintendente-capo del tempio. Costui fa fustigare e mettere in ceppi il profeta. Il giorno seguente, liberato dalla prigione, Geremia lo incontra e, ironicamente, ne storpia il nome, chiamandolo Magòr, che significa terroreterrore all’intorno (Ger 20,1-3). Pascùr – assicura il profeta – non spaventerà più nessuno, ma presto sarà lui, sbigottito e sgomento, a cercare disperatamente rifugio in qualche nascondiglio della città, quando i soldati di Babilonia lo inseguiranno. Verrà catturato e ridotto in schiavitù, sarà condotto in esilio dove morirà assieme a coloro che ha ingannato con menzogne: prometteva pace, mentre si stavano avvicinando giorni di terrore.

La lettura di oggi si apre con le parole di Geremia che ricorda la reazione della folla alle sue denunce. Riprendendo il nomignolo rivolto a Pascùr – terrore all’intorno – la gente si fa beffe del profeta chiamandolo terrore all’intorno, come dire: adesso atterrito sei tu, non Pascùr, lo vediamo tutti che stai morendo di paura.

I nemici di Geremia non si limitano alle burla e ai sarcasmi; tramano, cercano ragioni per imbastire un processo‑farsa e poterlo condannare. Pensano anche al linciaggio (v. 10).

Confusi fra la moltitudine che grida ci sono anche i suoi migliori amici. Il profeta, rimasto solo, vede fallire la sua missione, si sente rifiutato dal suo popolo e abbandonato da tutti. Inevitabili e comprensibili a questo punto sono lo scoraggiamento, le incertezze, lo sconforto e addirittura il dubbio che la sua vocazione sia stata un inganno. Si sfoga allora con il Signore, gli grida tutto il suo dolore, giunge addirittura a maledire il giorno della sua nascita (Ger 20,14-18).

Questa preghiera, fatta di espressioni audaci, ma sincere, fa riemergere in lui la certezza della fedeltà di Dio. Le delusioni, le contrarietà, le persecuzioni hanno fatto vacillare, per un momento, la sua fiducia e la sua speranza, ma non sono riuscite a soffocarle e a spegnerle. Eccolo, infatti, proclamare: “Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso” (v. 11). Ormai è sicuro: Dio interverrà, farà splendere la verità e farà trionfare chi ha difeso la giusta causa.

Gli ultimi versetti della lettura (vv. 12-13) contengono uno sfogo piuttosto violento contro i nemici. Le parole di Geremia non vanno intese come un’esplosione di odio, ma come un desiderio, giusto e umano, di veder trionfare le proprie ragioni, riconosciuta la propria innocenza e smascherata la malvagità degli avversari.

 È difficile essere profeti, è difficile dire la verità, essere i primi ad alzare la voce per denunciare ciò che non va. Più comodo è nascondersi, fingere di non vedere, lasciare che siano altri a parlare. Eppure, se si vuole una società nuova, una chiesa più conforme al vangelo e più docile allo Spirito, se si aspira a una novità di vita, sono necessari profeti che, come Geremia, abbiano il coraggio di dire ciò che il Signore suggerisce loro, anche a rischio della vita.

Seconda Lettura (Rm 5,12-15)

12 Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. 13 Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, 14 la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.

 15 Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini.

In questo brano molto difficile della Lettera ai romani, Paolo pone a confronto Adamo e Gesù: contrappone le conseguenze del peccato del primo uomo alla giustificazione operata da Cristo.

Dice che, fin dall’inizio, gli uomini hanno peccato e non si sono inseriti nel progetto di Dio. Poi, lungo i secoli, hanno continuato a commettere errori e a praticare l’ingiustizia, seguendo l’esempio di Adamo che aveva disobbedito e si era allontanato da Dio.

Gesù si è comportato in modo opposto: è stato obbediente al Padre, ha compiuto la sua volontà fino alla morte.

La conseguenza del peccato di Adamo fu la morte. Non la morte biologica – che è un fatto naturale – ma la “non vita” scelta da chiunque rifiuti di seguire il cammino tracciato da Dio. La grazia ottenuta dall’obbedienza di Cristo, tuttavia, è di gran lunga superiore ai guai provocati dall’insensatezza umana. Per merito di Cristo, Dio ha comunicato a tutti la sua vita.

Vangelo (Mt 10,26-33)

26 Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. 27 Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti. 28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; 31 non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

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