Figlie della Chiesa XII Domenica del Tempo Ordinario

XII Domenica del Tempo Ordinario

Contesto liturgico
Riprendiamo il ciclo della liturgia per annum con la domenica XII, dopo la lunga parabola dei tempi forti di Quaresima e Pasqua, dopo le grandi Solennità del Tempo Ordinario immediatamente seguenti alla Pasqua. Giungiamo a questo punto (speriamo) con il cuore e la vita rinnovati nello Spirito del Risorto, consapevoli un po’ di più del nostro essere umanità caduta ma continuamente risollevata e redenta dall’amore misericordioso del Padre effuso nel dono del Figlio fino alla fine; l’amore che non può morire, l’amore sgorgato dal Cuore trafitto di Gesù sulla Croce. Con la Pentecoste, le porte del cenacolo si sono spalancate verso i popoli in attesa della ‘bella notizia’ e gli apostoli si sono fatti annuncio vivente della salvezza nel Nome di Gesù, oltre ogni confine geografico e culturale. Anche noi, come loro, percorriamo le strade della storia camminando in una vita nuova, che il Padre assicura a coloro che gli chiedono lo Spirito, elargito dal Figlio senza misura.

L’antifona d’ingresso di questa domenica sembra essere il sigillo che la corona: “Il Signore è la forza del suo popolo e rifugio di salvezza per il suo Cristo. Salva il tuo popolo, Signore, benedici la tua eredità, e sii la sua guida per sempre” (Salmo 27,8-9).

Contesto biblico
Puntuale, il Vangelo ci mette in guardia da facili entusiasmi: “Non abbiate paura degli uomini … non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo … abbiate paura piuttosto di colui … Non abbiate dunque paura”. Sappiamo che quando ci sono alcune espressioni ricorrenti, l’evangelista vuole farci cogliere un messaggio molto importante. Seguiamolo nell’itinerario che ci offre …

Il capitolo 10 di Matteo contiene, sin dai versetti precedenti fino a quelli odierni, quello che viene definito il ‘discorso missionario’. Gesù dopo aver chiamato a sé i suoi discepoli li manda “come pecore in mezzo ai lupi […] prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (v. 16), ad annunciare che “il regno dei cieli è vicino” (v. 7), mettendoli in guardia dalle persecuzioni, che non saranno loro risparmiate per il fatto stesso di essere ‘suoi’. Dunque, niente di più facile e più naturale che immaginare lo stato d’animo dei discepoli di fronte alle esigenze e alla prospettiva che sta loro davanti. Il cuore palpita non solo di entusiasmo, ma anche di paura!

vv.26-27: La prima paura che ci può attanagliare nell’annuncio del Regno è la paura di essere ostacolati nel bene. Quest’ultimo è come il seme che ha in sé una potenza straordinaria di vita, ma risente dei terreni su cui è seminato; può essere anche soffocato, può isterilire, può essere fecondo. Tuttavia, il seme deve sempre attraversare la logica del ‘marcire’ per portare frutto. Tale logica percorre anche le antitesi sopra riportate: nascosto–svelato, segreto–conosciuto, tenebre–luce, ascolto–annuncio.
Il Regno è l’annuncio e l’esperienza luminosa della verità nell’amore, che non può essere taciuta, ma nel momento stesso in cui viene manifestata, può trovare consensi oppure opposizione più o meno violenta. Nel tempo di Pasqua abbiamo spesso ritrovato nel racconto degli Atti le contrapposizioni sofferte dagli apostoli, fino a vere e proprie persecuzioni da parte di chi rifiutava la fede nel Cristo. E gli apostoli sempre, dopo aver proclamato con franchezza il Vangelo della libertà, se ne andavano “lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù” (At 5,41).
La profezia di Simeone dinanzi al Bambino Gesù presentato al tempio e accolto fra le sue braccia si compie anche nella vita e nell’annuncio dei suoi discepoli: “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35).

vv.28-30: Un maestro dello spirito dei nostri giorni che guida in un percorso di autoconoscimento, pone ad un certo punto del cammino questo interrogativo: di che cosa ho paura quando ho paura? Non è un gioco di parole, ma la possibilità di scavare onestamente in noi e smascherare la nostra paura radicale, quella di ogni uomo: la paura della morte, dell’annientamento.
Dietro il timore di essere ostacolati nel bene, c’è la paura ben più profonda di morire, anche di morte violenta, ad esempio pensando ai contesti odierni di alcuni Paesi del Medio Oriente, in cui l’appartenenza esplicita al Cristo può essere davvero questione di vita o di morte. La Parola di oggi risulta comunque, luminosa, pur nella sua drammaticità.
Che cosa fa da pendant alla paura della morte per un cristiano? La sua altissima dignità filiale, che lo fa eternamente vivo – se possiamo dire così – per la grazia battesimale dell’immersione nel Cristo Crocifisso e Risorto. Il valore di ognuno di noi agli occhi del Padre va oltre la vita nella carne, oltre ogni misura e paragone: Voi valete più di due passeri […] di molti passeri […] perfino dei capelli del vostro capo.
Scriveva Mon. Pierre Claverie, vescovo domenicano martire ad Algeri († 1 agosto 1991): “Il valore della mia vita consiste nella mia capacità di donarla”. La vita che non può essere uccisa è lo Spirito che abita in noi, l’amore che ci spinge fino a dare la vita; il nostro dramma non è perdere il corpo, ma vivere in esso l’amore filiale e fraterno, che è già vita eterna.

vv.31-33: La nostra pericope si chiude con un giudizio molto stringente, che sembra non lasciare spazio che ad un’unica risoluzione finale davanti a Dio: la salvezza o la dannazione eterna.
Ri-conoscere o ri-negare sono due espressioni che sfumano qualitativamente un’esperienza: riconoscere il Figlio dice il dinamismo di crescita interna ad una relazione d’amore con lui, dice un’appartenenza profonda e continua, dice gratitudine per il dono che Lui è, dice la conformazione del volto e del cuore ai lineamenti e ai sentimenti di Colui che ha dato se stesso per me (Gal 5,20); rinnegare è il tentativo difensivo ultimo che mettiamo in atto di fronte alla paura della morte, di fronte al rischio di una caduta d’immagine, in quelle piccole morti quotidiane del nostro ‘io’ per far morire l’uomo vecchio e dar vita a quello nuovo, che rifuggiamo perché ci scomodano.
Ma il Figlio dell’uomo ci può rinnegare? Interrogativo tremendo per noi! Ci soccorre San Paolo: “Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2, 11ss). La sua fedeltà ci è davvero scudo e corazza; la sua fedeltà nell’amore fonda la certezza del nostro poter imparare da lui come si rimane fedeli al Padre e ai fratelli fino alla fine. Ne abbiamo una testimonianza radicale nell’esperienza di Pietro, al cui “non lo conosco!” (Lc 22,57) nella notte della passione del Maestro, Gesù Risorto risponde: “mi ami tu? […] pasci, nutri, i miei agnelli, le mie pecore” (cf Gv 21,15) e gli affida la Chiesa intera.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/