Don Marco Ceccarelli

Don Marco Ceccarelli Commento XII Domenica Tempo Ordinario “A”

XII Domenica Tempo Ordinario “A” – 21 Giugno 2020
I lettura: Ger 20,10-13
II lettura: Rm 5,12-15
Vangelo: Mt 10,26-33

  • Testi di riferimento: Sal 119,46; Is 8,12-13; 41,10-14; Is 51,12-13; 52,7; Ger 1,8.17-19; Ez 2,6-7;
    3,9.17-18; Mt 5,11-12.16; 7,23; 14,27; 26,70-72; 28,19-20; Lc 9,26; Gv 1,20; 9,22; 12,42; 14,1.27;
    15,18-21; At 4,17-20.29-31; 14,3-4; 18,9; 27,34; 28,22; Rm 1,16; 10,9-10; 1Cor 4,5; 2Cor 4,1-4; Ef
    6,18-20; 1Ts 2,2; 1Tm 6,12; 2Tm 2,12-13; Tt 1,16; Eb 10,31.35; Gc 4,12; 1Pt 3,14; 2Pt 2,1; 1Gv
    2,23; Ap 2,10; 3,5
  1. «Non abbiate paura».
  • Riprendiamo le domeniche del tempo ordinario e l’ascolto continuato del Vangelo di Matteo con
    un brano che si trova all’interno del “discorso missionario” che Gesù rivolge a suoi discepoli. Gesù
    invia i dodici ad annunciare l’avvento del regno dei cieli, a guarire, a risuscitare, ecc. (10,7-8). Tutto
    questo è meraviglioso. Però, sorprendentemente, ciò causerà conflitto. La missione dei discepoli,
    come quella di Cristo, susciterà opposizione e persecuzione. Per questo nel brano odierno l’esortazione centrale consiste nel triplice comando di “non temere” quelli che si opporranno alla loro predicazione (vv. 26.28.31), e di temere soltanto Dio (28). Questo ammonimento è tipico nell’Antico
    Testamento per incoraggiare i profeti inviati da Jahvè per missioni difficili. Essi non dovevano indietreggiare davanti ai pericoli la loro missione che comportava, perché il Signore li avrebbe protetti, avrebbe combattuto in loro favore (prima lettura). I dodici inviati da Gesù, e la futura Chiesa che
    essi rappresentano, continuano per Israele, e poi per tutte le nazioni (Mt 28,19-20), la missione profetica di Cristo. La profezia aveva costituito in Israele un canale per quello che noi chiamiamo Rivelazione, vale a dire per la conoscenza di Dio, nel suo agire e parlare. Dio parla e si fa conoscere al
    suo popolo per mezzo di profeti. Come afferma Am 3,7 “Il Signore Dio non fa nulla senza rivelare
    il suo segreto ai suoi servi i profeti”. Con l’apparire della Rivelazione definitiva di Dio in Cristo,
    riappare il ministero profetico, costituito tuttavia non più da singoli individui, ma dall’insieme dei
    discepoli di Gesù. La Chiesa continua in mezzo agli uomini a rivelare l’unico vero Dio manifestatosi in Gesù Cristo, prolungando, fino alla fine dei tempi, l’opera del maestro.
  • Perciò anche agli apostoli viene raccomandato di “non avere paura” in mezzo all’inevitabile persecuzione. Non ci si riferisce qui al breve periodo in cui i dodici, a due a due sono andati per i villaggi della Galilea, ma al periodo successivo alla nascita della Chiesa. È a partire da quel momento
    che non solo gli apostoli ma i cristiani in genere saranno perseguitati e spesso uccisi. Se ci si fa
    prendere dalla paura si fugge, si viene meno alla missione. Ma la Chiesa non può venire meno alla
    sua missione profetica. La Chiesa non deve aver paura di annunciare la verità perché essa deve essere manifestata a tutti (v. 26). «Anche se ora il nostro Vangelo rimane velato, è velato per quelli
    che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato le menti incredule» (2Cor 4,3-4). Però
    un giorno tutto diventerà chiaro. Il comando “non temere” è una chiamata ad essere forti, a non tirarsi indietro di fronte ad un nemico che si presenta più potente. Il motivo sta nel fatto che il discepolo di Cristo ha una vita che nessuno gli può togliere se non Dio solo. È di questa vita che egli dà
    testimonianza, non avendo paura di perderla. Il Signore infatti “metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni del cuore; e allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” (1Cor 4,5).
    L’ultima parola spetterà a Dio e al suo giudizio, che ha il potere di far perire tutto l’uomo.
  1. La persecuzione del profeta.
  • Il brano odierno risuona Mt 5,11-16. Come fu per gli antichi profeti, anche i discepoli di Cristo incontreranno il rifiuto e la persecuzione; ma di questo non si devono amareggiare, bensì rallegrare
    (5,11-12). E come i profeti i cristiani hanno un ruolo pubblico, “davanti agli uomini” (5,16). Questa
    espressione appare nel brano odierno 2 volte. La missione dei cristiani è quella di “confessare”
    (omologheo) – e non di “rinnegarlo” – Cristo davanti agli uomini (vv. 32-33). Questo significa “risplenda la vostra luce” (5,16). Confessare Cristo significa riconoscerlo come Signore, ma anche “dire alla luce” quello che si è ascoltato da lui (10,27).
  • Il primo a realizzare la profezia di Gesù riguardo all’uccisione è il cristiano Stefano. Egli conclude
    il suo discorso davanti ai correligionari ebrei affermando che i loro padri hanno perseguitato tutti i
    profeti che avevano annunciato la venuta di quel Giusto che essi hanno ucciso (At 7,51-53). E dopo
    questo dà testimonianza a Cristo confessandolo seduto alla destra del Padre, vale a dire Signore,
    Dio. Per questa sua confessione viene ucciso, diventando il primo di una lunghissima serie di martiri cristiani che hanno proclamato la verità di – che è – Cristo.
  • Dunque, come anche nella prima lettura, si sottolinea il compito di parlare. L’attività del profeta
    ha a che fare innanzitutto con il comunicare. Egli deve, senza paura, rivelare le cose nascoste, portare alla luce ciò che è coperto (Mt 10,26). La tendenza dell’uomo è quella di nascondere le cose cattive che fa; di nascondersi davanti alla luce quando si sente sporco, in peccato, come hanno fatto
    Adamo ed Eva davanti a Dio. Non ci piace essere colti in fallo. Per questo si vuole tenere nascosto
    o negare le verità che non piacciono, che ci sono scomode, perché si vuole vivere nella menzogna.
    “Chi fa il male odia la luce” (Gv 3,19). Tendiamo a negare la verità, quando questa ci denuncia,
    quando manifesta il male che facciamo. Lasciamo cadere nell’oblio il buon senso, la razionalità, il
    sentimento religioso, la coscienza, pur di non sentirci in torto. Siamo anche capaci di costruirci filosofie, ideologie, sistemi di pensiero, che giustifichino il nostro voler rimanere nell’errore. Chi vìola
    questo tacito accordo, chi cioè rivela la verità delle cose, diventa immediatamente una minaccia da
    eliminare. Questa è la situazione in cui viene a trovarsi il profeta che ha invece il compito scomodo
    di rivelare le cose nascoste, quelle che non si vogliono vedere; e non può tirarsi indietro, anche
    quando il suo parlare diventa per lui inevitabilmente fonte di persecuzione. In questo senso il profeta è veramente un “terrore all’intorno” (Ger 20,10), uno che mina quella presunta stabilità sociale
    basata sulla menzogna e sull’autogiustificazione.
  • La missione del cristiano e della Chiesa è quella di manifestare la verità, cioè Cristo. Se non viene
    fatto, i cristiani non servono a nulla, sono sale che non sala e luce nascosta che non serve (Mt 5,13-
    15). Sono destinati ad essere “rinnegati” in quanto cristiani perché non hanno solto la loro missione,
    sono stati inutili. Però Cristo non può rinnegare se stesso; egli comunque rimane fedele (2Tm 2,12-
    13). Pietro che sarà il primo a rinnegarlo verrà comunque rimesso in gioco e gli sarà data, come a
    tutti gli altri apostoli, una nuova possibilità di confessarlo. Ma non si rinnega Cristo soltanto quando
    apertamente lo si ripudia, quando si abbandona esplicitamente la fede, quando – magari per paura di
    soffrire e di morire – si abiura. Si rinnega Cristo ogni volta che si nega di conoscerlo. E questo può
    avvenire anche semplicemente quando nella quotidianità si negano le verità che Cristo ci ha insegnato, quando si accetta il peccato, nostro o degli altri, come fosse un bene, senza dare testimonianza alla verità di Cristo. Si può confessare Cristo a parole, ma negare di conoscerlo coi fatti. Per questo san Paolo afferma: «Confessano (omologheo) di conoscere Dio, ma con le loro opere lo rinnegano» (Tt 1,16).
  1. La fede del profeta. Nel corso della sua missione il profeta non ha appoggio se non in colui che lo
    invia. Non può contare su sostegni umani; non può ricorrere agli stessi mezzi dei suoi persecutori.
    Non può, soprattutto, cedere alla paura. Per questo Geremia davanti alla grande difficoltà della sua
    missione non ha altra via che pronunciare una professione di fede nella certezza dell’aiuto divino
    (20,11-13). L’unico supporto del profeta è costituito dalla certezza che Dio veramente lo ha inviato
    e che alla fine prevarrà Dio e la Sua verità annunciata dal Suo inviato. Dio rimane in controllo di
    tutto, anche quando sembra che gli uomini prevalgano, poiché la morte non è la fine di tutto. Il timore di Dio, la fede in Lui, la certezza che Lui ha potere sopra ogni cosa (come affermerà Gesù
    nell’ultimo invio ai discepoli in Mt 28,18), esclude ogni paura verso gli uomini. Il timore di Dio
    (10,28), la certezza della sua protezione, esclude il timore di tutto il resto.
  2. La franchezza. Invece del possibile timore suscitato dalla dura opposizione a Cristo e al Vangelo,
    ai discepoli è richiesta la parressia, la franchezza. Si tratta del coraggio di dire apertamente la verità, senza paura delle conseguenze negative che si possono subire. Questa è la caratteristica principale della predicazione primitiva presentata negli Atti degli Apostoli (dove il termine appare 12 volte).
    I cristiani hanno la missione di essere la luce del mondo e la luce non può restare nascosta (Mt
    5,14). Il carisma profetico si contraddistingue per la capacità di parlare con franchezza, senza temere di perdere la vita. Con il suo martirio il profeta rende piena testimonianza alla verità, alla sua fedeltà a Dio, verità suprema, e all’esistenza di un’altra vita, quella vera.

Fonte:www.donmarcoceccarelli.it


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