padre Gian Franco Scarpitta”Le virtù cardinali in un solo atto”


XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (28/06/2020)

Vangelo: Mt 10,37-42
Proprio in questi giorni ho provato molta soddisfazione a rendere contenta una signora della mia comunità, che da tanto tempo avrebbe voluto avere regalata una statuetta di San Giuseppe Moscati (Santo medico napoletano), del quale è molto devota. L’aveva cercata invano dappertutto, non riusciva a trovarne un esemplare e d’altra parte seppure l’avesse trovata non avrebbe potuto permettersela. Quando inaspettatamente gliel’ho consegnata in regalo, ho notato in quella signora un’espressione di contentezza e di gioia che ha reso soddisfatto anche me: una piccola statuina del Moscati da 10 euro è stata sufficiente perché anche io provassi soddisfazione, perché mi sentissi entusiasta di aver reso contenta una persona. E così una piccola opera di bene, apparentemente insignificante, ha sortito vantaggio per entrambi.

“Dare da’ più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell’atto mi sento vivo”, scrive Eric Fromm nel suo bellissimo libro “L’arte di amare”, nel quale tratteggia la risorsa di gioia e di vitalità che l’amore e il donarsi favorisce e delinea la realizzazione e la densità di vita e di progresso personale che si trovano nella generosità e nel favorire la gioia degli altri. E del resto questo è anche pensiero comune della maggior parte degli psicologi: la serenità d’animo, la realizzazione personale, la vera soddisfazione consiste più nelle cose a cui si può rinunciare piuttosto che in quelle che vorremmo guadagnare a tutti i costi. Donandoci agli altri otteniamo anche per noi stessi e anche se quello che abbiamo dato non torna indietro, in un modo o nell’altro guadagneremo sempre serenità fiducia e soddisfazione, avendo fatto esperienza della nostra vera utilità. Certamente, non sempre fare il bene comporta gratificazioni: non di rado si viene ricambiati con atti di ingratitudine e di indifferenza; nel dare tante volte si ricevono percosse e umiliazioni e non di rado ogni nostra opera buona è ricambiata con atti ignominiosi.

Tuttavia è innegabile che la vera gioia si trova nella sola volontà di darsi agli altri, di prodigarci volentieri e senza riserve per il prossimo, perché anche un solo atto di amore, esercitato nella virtù e nella buona disposizione di animo, non può che recare soddisfazione. Non si tratta necessariamente del “dare” denaro o oggetti di valore e neppure di solamente di donare concretamente a chi ha bisogno; il “dare” con amore deve riguardare innanzitutto noi stessi, le nostre prerogative, i nostri talenti e le qualità. Donare significa quindi fare dono (cioè regalo gratuito) di noi stessi e delle nostre specificità prima ancora che delle cose che possediamo. Il “dare” dev’essere riflesso dell’essere e l’agire la risultante del meditare. Per ciò stesso, il dare che procura gioia tante volte traspare non solamente nelle opere eroiche a vantaggio del prossimo, ma anche nelle comuni circostanze della vita, nelle situazioni immediate e spontanee, nelle ripetute circostanze di tutti i giorni.

Senza bisogno di enumerare le pagine della Scrittura, sappiamo per certo che la Bibbia avalla questa certezza, soprattutto perché “Dio ama chi dona con gioia”(2Cor 9, 8) e quando ci si concede gratuitamente agli altri si può essere certi di aver amato il Signore stesso. Per l’uomo di fede il dare comporta maggiore soddisfazione soprattutto nella consapevolezza che tutte le volte che ci si dona agli altri, privilegiando soprattutto i più poveri e gli abbandonati, si serve sempre Dio. Questi è sempre presente nel bisognoso, nel derelitto, nel forestiero….

L’episodio di cui alla Prima Lettura di oggi è molto allusivo in tal senso, perché delinea la realtà di come Dio si presenti nell’incognito di un viandante forestiero quale è Eliseo: questi si trova a passare più volte presso la casa di due coniugi di Sunem; la padrona di casa nell’accoglierlo associa la carità alla fede, poiché concepisce che colui che viene a trovare lei e il marito è “un uomo di Dio, un Santo” un divino latore del messaggio di salvezza e per questo va accolto senza riserve con tutti i particolari della premura. La Sunamita si prodiga volentieri per quello sconosciuto che poi si rivelerà essere appunto il profeta del Signore e ottiene una ricompensa insperata: “l’anno prossimo, in questa stagione, tu terrai in braccio un figlio.” Non è un episodio nuovo, poiche anche Abramo, accogliendo i tre visitatori alle querce di Mamre, idientificati questi poi con il Signore e i due angeli, ottiene per la moglie Sara la ricompensa del dono di un figlio nonostante la tarda età di entrambi (Gn 18, 10 e ss); cosi pure Elia ricompensa la vedova di Zarepta con la resurrezione del figlio defunto per essere stato da questa accolto e ospitato quale veramente era, un profeta 2Re 4, 8 – 37). Chi accoglie un profeta come profeta, esercita di fatto in una sola mossa le tre virtù teologali: professa la fede nel riconoscere la visita di Dio che in quel caso interpella direttamente la sua vita, coinvolgendolo fino in profondità; spera nello stesso Signore, ben consapevole di poter riporre fiducia in lui, poiché sa che colui che sta accogliendo è anche Colui che lo sta visitando; realizza la carità perché con abnegazione e con disinteresse si prodiga concretamente in opere di amore rimarchevoli e atte a lasciare segni di eredità. Ma accoglie sempre un “profeta”, anzi lo stesso Signore, colui che in ogni caso e senza riserve accoglie il proprio fratello, in questo caso il viandante bisognoso.

Gesù non risparmia parole di fiducia e di speranza per coloro che accogliendo un profeta come tale non perderanno la ricompensa divina. E altrettanto gloriosa sarà la sorte di chi, sempre nell’ottica dell’amore e dell’accoglienza, accetterà di doversi rendere latore del Vangelo di salvezza come apostolo o come missionario: chi agisce e parla nel nome di Gesù con la coerenza fra i fatti e le parole, sperimenterà la forza e il sostegno che solo Gesù può concedere e non si sentirà mai solo nella persecuzione e nella prova.

Tuttavia aggiunge anche che la scelta del Vangelo e della sequela di Gesù non può non essere radicale e libera da rimpianti e ripensamenti; essa comporta determinazione, radicalità, propensione verso il prossimo anche a rischio della vita e non può trovare ostacolo nei consueti pretesti per abbandonare il campo. Chi decide di porsi al seguito di Gesù non deve avere attrazione verso altra cosa se non a lui e nulla anteporre alla sua figura e al suo messaggio. Tutto va concepito come secondario in rapporto a Gesù e perfino la propria vita e le proprie scelte vanno messe in discussione. Fra queste scelte anche la prospettiva del dolore e della croce.

Come Gesù stesso infatti si è donato risolutamente e con generosità pera fare la volontà del Padre non risparmiando se stesso nella persecuzione e nella morte di croce, cosi il discepolo, in quest’ottica di amore non può omettere di caricare la propria croce sulle spalle e fare di essa il costitutivo quotidiano dell’amore stesso. Convinto però che la croce si tramuterà in gloria.

Fonte:https://www.qumran2.net


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