Battista Borsato”La famiglia è sempre un valore?”

XIII domenica del T.O. 

La famiglia è sempre un valore?

In quel tempo Gesù disse: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. 

(Mt 10, 37-42)

Oggi vorrei soffermarmi a riflettere sulla prima espressione del brano evangelico: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”. Nel Vangelo di Luca queste parole sono ancor più sconcertanti perché vi si dice: “Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre.……..e perfino la propria vita non può essere mio discepolo”. Va chiarito che il verbo “odiare” nella lingua semitica significava “preferire”, cioè Gesù afferma: “Chi preferisce il padre e la madre a me non può essere mio discepolo”. Qual è il senso di queste frasi?  Che il padre e la madre non sono degli assoluti, perché l’assoluto, il vero assoluto è seguire la proposta di Gesù o meglio la propria vocazione da decifrare dentro i propri doni e gli appelli della vita.

Gesù sembra scardinare il ruolo del padre e della madre o meglio vuole relativizzarlo

  • Gesù è critico verso la famiglia. Esplorando i Vangeli si nota con alquanto stupore, che Gesù vuole mettere in guardia dai genitori e dalla famiglia o meglio che egli dissente da come era vissuta la famiglia nel suo tempo. Denuncia una cultura deviata dal modo di esercitare l’autorità genitoriale. Egli si era accorto che i genitori pretendevano di dirigere la vita dei figli e di condizionarne i pensieri e i progetti. La famiglia era il luogo dove il figlio doveva imparare le regole, le tradizioni per eseguirle. L’educazione era ben riuscita quando il figlio “ripeteva” e osservava le “regole” di quell’ambiente e di quella cultura. Il figlio era, in questo modo, espropriato della sua libertà e creatività. Diventava la famiglia il luogo della repressione e della pianificazione. 

Quando il Vangelo narra che Gesù a dodici anni va al tempio e “si perde” non è che Gesù “si sia perduto”, egli vuole compiere un gesto di ribellione, vuole rivendicare una sua autonomia nell’inseguire il suo progetto, la sua vocazione: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio”? Egli respinge l’esorbitante autorità del padre e della madre sui figli, i quali erano obbligati a seguire le tradizioni dell’ambiente. Essi non potevano esprimere idee o iniziative che si muovessero fuori dai binari culturali del tempo. Gesù stesso ha subito le conseguenze di questo tipo di famiglia ripetitiva e limitante.

E quando egli comincia a evangelizzare e nel suo insegnamento si dichiara in disaccordo con alcune leggi religiose e sociali del tempo e perfino ha l’ardire di sferzare le autorità religiose, nel loro pensare e credere, i “suoi” uscirono per andarlo a prendere perché dicevano “è fuori di sé” (Mc 3,20).

Chi sono “i suoi”? Erano quelli della sua famiglia. Facilmente c’era anche la madre Maria, come si rileva anche in Matteo 12,46 e Luca 8,19. A quel tempo, ma non solo, un figlio che deviava dalle consuetudini religiose e sociali disonorava tutta la parentela e quindi questa era interessata a sanare la ferita inferta. La frase “è fuori di sé” è il motivo di questa sortita dei parenti. L’andare contro la cultura religiosa e sociale era una pazzia. E i primi ad opporsi sono appunto i genitori e i parenti. In questo senso Gesù fa l’esperienza diretta e negativa della famiglia: questa tende a rinchiudere la profezia, il nuovo, il diverso. E Gesù rappresenta il “diverso”, “il nuovo” ed è così perché Dio è altro dalle idee comuni della gente. È altro dalle categorie teologiche e religiose in cui si tende a imprigionarlo.

Il fatto stesso che Gesù cambi abitazione, lasci Nazareth e vada ad abitare a Cafarnao, non è solo, a mio avviso, una scelta legata all’opportunità di avere maggior contatto con la gente e alla possibilità di un annuncio più allargato, ma è dettato anche dal voler distanziarsi dai “suoi”, dalla sua parentela, dal suo paese (alla maniera di Abramo) che gli impedivano di inseguire il suo disegno innovatore e per essi dirompente. È una scelta di distanza, di autonomia. Chissà come avrà sofferto Maria per questa decisione separatista di Gesù: decisione che inizialmente non avrà capito. Chissà quale sofferenza anche per Gesù nel doversi staccare per far capire a Maria e ai suoi il suo progetto.

Questo tipo di famiglia opprimente e coercitiva, fondata sull’obbedienza, si è protratto nella nostra cultura fino a pochi anni fa. E io ricordo negli anni ’68 quanti figli se ne sono andati dalla famiglia per poter intraprendere percorsi di libertà e di responsabilità con tutti i rischi conseguenti. Oggi il clima culturale è fortunatamente cambiato. Oggi i figli possono scegliere il tipo di studi e di interessi secondo le proprie attitudini. Forse oggi, a mio parere c’è anche troppa “benevolenza” dei genitori che vogliono essere “amici” dei figli e perdono così di autorevolezza: non sono più pungolo di confronto e di stimolo. È negativo condizionare i figli, ma è molto positivo “incitarli e stimolarli”.

  • Quale può essere il ruolo della famiglia oggi? Vorrei a questo riguardo in maniera personale, riprendere alcune idee presenti nella lettera apostolica di Papa Francesco “Amoris laetitia”.
  • Il primo ruolo o compito della famiglia è di sprigionare le qualità del figlio. Ogni persona è un “unicum” perché ha doni originali e irripetibili. E ciascun figlio è chiamato a conoscersi, ad apprezzarsi e ad accendere le proprie inedite qualità. “Egli non è chiamato a fare il già fatto bensì quello da fare” (M. Buber).
  • Il secondo compito è di educare il figlio a interessarsi del mondo, dei problemi umani. Ogni persona non nasce per se stessa, ma per il mondo (Tagore). I doni, le qualità devono essere “sprigionati”, non per far crescere il proprio piccolo io, ma per far crescere il mondo. Dovrebbe essere interpellante per tutti lo slogan educativo di don Milani: “I Care”, che vuol dire: “partecipo, mi interessa”.
  • Il terzo compito è di spingere a inventare. Dobbiamo riconoscere che noi siamo nati dentro una cultura ripetitiva. Nella scuola si imparava a conoscere il passato, ma non a come progettare il futuro. Anche la fede era vista come un ripetere leggi e norme e non a come dare spazio alla propria coscienza e al discernimento creativo. Oggi il mondo ha bisogno di fantasia e di inventività e il modo è di istillare nei figli e nei ragazzi il senso della curiosità e il gusto della novità.

Due piccoli impegni:

– Fare della famiglia il luogo di promozione delle capacità dei figli.

– I figli hanno bisogno di sviluppare la fantasia per essere l’antenna del futuro.