Don Marco Ceccarelli Commento XIII Domenica Tempo Ordinario “A”

XIII Domenica Tempo Ordinario “A” – 28 Giugno 2020
I Lettura: 2Re 4,8-11.14-16
II Lettura: Rm 6,3-4.8-11
Vangelo: Mt 10,37-42

  • Testi di riferimento: Dt 18,18-19; 33,9; 1Sam 8,6-7; Mal 2,7; Mt 4,19-22; 8,21-22; 10,11-15;
    12,48-50; 16,24-26; 18,5.10; 25,40; Mc 16,15-16; Lc 10,16; 14,26; Gv 1,12; 12,25-26.44-45.48-49;
    13,20; 17,20; At 13,46; 16,14-15; 2Cor 5,20; Gal 4,13-14; 6,14; 1Ts 2,13; 4,8; Eb 6,10; 3Gv 5-10
  1. L’accoglienza del profeta. Quello della missione profetica della Chiesa è uno dei temi principali
    di Mt, da 5,11-12 (“i profeti prima di voi”) fino alla conclusione (“io sono con voi”). La Chiesa nel
    suo insieme svolge quel mandato di mediazione fra Dio e gli uomini che nell’Antico Testamento
    era riservato ai singoli profeti. Anche il brano di Vangelo odierno che presenta la parte conclusiva
    del discorso missionario di Gesù sottolinea il tema dell’identificazione di Dio con i suoi inviati. Ciò
    viene messo in luce anche dal parallelo con la prima lettura in cui delle persone accolgono Eliseo in
    quanto uomo di Dio e ne ricevono una ricompensa. Anche in questo caso si tratta di una tematica
    prettamente profetica: nel profeta inviato dal Signore è il Signore stesso che parla e l’accoglienza o
    il rifiuto dell’uno equivale all’accoglienza o il rifiuto dell’Altro. In Dt 18,18-19 si afferma chiaramente che il Signore chiederà conto a chi non avrà voluto ascoltare il profeta da Lui suscitato. Così
    a Samuele, che cercava invano di dissuadere il popolo dal volere un re, Jhwh dirà: “Non te hanno
    rifiutato, ma me hanno rifiutato dall’essere re sopra di loro” (1Sam 8,7).
  2. “Chi accoglie me accoglie chi mi ha mandato” (v. 40). Questa frase di Gesù riflette quanto detto
    sopra. E tuttavia appare un salto di qualità. Se nei profeti dell’Antico Testamento si potevano comunque facilmente distinguere il “mandante” (Dio), l’inviato (il profeta), il messaggio trasmesso
    dal profeta, e l’oggetto del messaggio (per esempio la realizzazione di una salvezza o di una sciagura), in Cristo questi aspetti coincidono. Gesù non dice: “Così parla Jahvè …”, ma dice: “Io vi dico
    …”. Anche se è stato inviato dal Padre, quello che Gesù dice lo dice in prima persona. Il messaggio
    di Gesù è del Padre (Gv 8,26; 12,48-49) tanto quanto è di lui stesso (Gv 8,47; 16,13-15). Inoltre anche l’oggetto del messaggio è lui stesso. Il regno di Dio, la salvezza che si è avvicinata, è la sua
    stessa persona. In questo senso l’identificazione di Dio con il suo profeta raggiunge in Cristo la sua
    massima espressione. Gesù è la Parola di Dio fatta carne. La sua stessa persona è la Parola definitiva del Padre.
  3. “Chi accoglie voi accoglie me” (v. 40). Cristo si identifica con i suoi inviati. Come Jahvè condizionava l’accoglienza della salvezza all’accoglienza dei suoi profeti e della parola che essi comunicavano, così ora fa Cristo con la Chiesa. Si tratta dei discepoli di Cristo in quanto Chiesa, in quanto
    cioè portatori di quel messaggio e di quel potere salvifico che Gesù ha loro affidato. La ricompensa,
    vale a dire il conseguimento completo della salvezza, si riceve tramite l’accoglienza del profeta “in
    quanto profeta” (v. 41), del piccolo “in quanto discepolo” (v. 42); possiamo dire, in quanto egli è
    Cristo. La ricompensa non è legata alla buona azione in sé, ma all’accoglienza del profeta in quanto
    tale, del cristiano in quanto tale, in quanto portatore della salvezza (1Ts 2,13). È l’accoglienza dei
    discepoli di Cristo in quanto portatori del messaggio di Gesù, anzi di Gesù stesso. È l’accoglienza
    della Chiesa in quanto portatrice del regno di Dio. È la stessa idea che troviamo in Mt 25,31ss.; si
    entra nel regno non tanto in base alla buona azione in sé ma per aver accolto i fratelli più piccoli di
    Cristo, che sono i cristiani, in particolare gli apostoli. D’altro lato, rifiutare la Chiesa significa rifiutare Cristo e la possibilità di entrare nel regno (Lc 10,16; Mc 16,16; At 13,46). Da questa verità derivano almeno due fondamentali conseguenze.
    a) Il lavoro missionario del singolo come della Chiesa nel suo insieme richiede perseveranza, appunto per il fatto che Cristo ha voluto raggiungere gli uomini attraverso i suoi inviati. «Se i missionari sono veramente persuasi che coloro che li accolgono – accoglienza implica sia ospitalità che
    fede nel loro messaggio – veramente ricevono Gesù, allora sarebbe difficilmente pensabile rinunciare al compito missionario, non importa quanto grande siano le sue pene» (cit.). In altri termini: non
    c’è un’alternativa al compito della Chiesa di portare la salvezza. Se la Chiesa non esercita tale compito, nessun altro potrà farlo. Perciò la frase di Mt 10,37 (“chi ama il padre o la madre …”) si può
    intendere rivolta anche agli apostoli stessi, nel senso che l’incarico che essi ricevono sorpassa ogni
    legame umano proprio per l’importanza e l’urgenza che esso riveste.
    b) Sottovalutare o sminuire questa realtà non significa semplicemente relativizzare la funzione della
    Chiesa per gli uomini, ma la stessa opera salvifica di Cristo. Se l’accoglienza della Chiesa è qualcosa di facoltativo, di non essenziale, allo stesso modo lo sarà anche la salvezza di Cristo, che è invece
    unica e universale → Dichiarazione “Dominus Iesus” circa l’unicità e l’universalità salvifica di
    Gesù Cristo e della Chiesa:
    “Il Signore Gesù, unico Salvatore, non stabilì una semplice comunità di discepoli, ma costituì la
    Chiesa come mistero salvifico: Egli stesso è nella Chiesa e la Chiesa è in Lui; perciò, la pienezza del mistero salvifico di Cristo appartiene anche alla Chiesa, inseparabilmente unita al suo
    Signore. Gesù Cristo, infatti, continua la sua presenza e la sua opera di salvezza nella Chiesa ed
    attraverso la Chiesa” (n. 16) … “Deve essere fermamente creduto che la «Chiesa pellegrinante è
    necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo è il mediatore e la via della salvezza; ed egli si rende
    presente a noi nel suo Corpo che è la Chiesa. Ora Cristo, sottolineando a parole esplicite la necessità della fede e del battesimo (cf. Mc 16,16; Gv 3,5), ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta». Questa dottrina
    non va contrapposta alla volontà salvifica universale di Dio (cf. 1 Tm 2,4); perciò «è necessario
    tener congiunte queste due verità, cioè la reale possibilità della salvezza in Cristo per tutti gli
    uomini e la necessità della Chiesa in ordine a tale salvezza»” (n. 20).
    Tutto ciò rimane vero non solo per i non battezzati, ma anche per i cristiani stessi che non possono
    bypassare la Chiesa nel loro rapporto con Cristo.
  4. La missione che Gesù ha affidato ai suoi discepoli ha un valore assoluto. A motivo di ciò tutte le
    altre realtà preziose della vita, come anche la vita stessa, sono relative, secondarie, rispetto a questa
    missione. E anche in questo il cristiano imita Cristo (Mt 12,48-50), sapendo di appartenere alla
    nuova famiglia dei figli di Dio. Per questo il cristiano può accettare il disprezzo che eventualmente
    gli può venire dai suoi familiari a causa di Cristo. Il “prendere la propria croce” (v. 38) indica la disponibilità di accettare anche il massimo disonore a causa di Cristo, il ripudio delle persone più care, come si deduce dai precedenti versetti (non presenti nel brano) 34-36. Chi ama qualsiasi cosa più
    di Gesù non può essere “degno” di lui, cioè non può “essere in grado” di svolgere la sua missione,
    quella di “confessare” Cristo (vangelo di domenica scorsa) davanti agli uomini anche al punto di
    perdere la vita. E chi non è in grado è come sale che non sala o luce nascosta (Mt 5,13-14), cioè inutile in quanto cristiano. E, in ogni caso, chi pensa di aver trovato la vita fuori di Cristo si illude, perché perderemo tutto. «Chi lascia Dio per il mondo non avrà né Dio né il mondo» (cit.). L’unica cosa
    che rimane è invece Cristo.
  5. Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/