Don Luciano

Don Luciano Commento XIII domenica del T.O./A: Cristo e la realtà

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 10, 37-42)
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.  Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». 

Breve commento

Prosegue la lettura del capitolo 10 del Vangelo di Matteo, in cui il Signore ci offre ulteriori criteri sulla vita del missionario, colui che è chiamato a rendergli testimonianza. Il primo elemento riguarda le sue relazioni familiari. Per chi è a servizio del Regno a tempo pieno, non può esserci altra modalità di ingaggio, se non quella di un amore totale e senza riserve a Cristo. Perchè Gesù arriva a dire che chi non lo ama più di quanto ami suo padre e sua madre non è degno di Lui? Come può addirittura dire che non è degno di lui neanche chi ama suo figlio e sua figlia più di Lui? Evidentemente Gesù non sta dicendo di misconoscere e disprezzare i nostri genitori, nè tanto meno ai genitori di disprezzare i figli. Partendo dalle relazioni umane più profonde e immediate, la paternità-maternità e la figliolanza, il Maestro vuole far comprendere ai propri discepoli che la relazione con Lui deve essere improntata su un amore tanto grande, da superare anche la forza dei legami umani e familiari più importanti. Subito dopo, Gesù ci invita a seguirlo accogliendo la realtà che si presenta nella nostra vita. Chi di noi, infatti, può dire di essere immune da difficoltà, contrarietà, debolezze e sconfitte? Tutto questo è ciò che Gesù definisce “croce”. Lui ha potuto prendere su di sé la somma di tutte le contrarietà dell’umanità, offrendo la sua vita sul Calvario per uccidere la morte per sempre. A noi chiede di seguirlo, accettando le sfide della nostra quotidianità, senza ribellarci e senza idealizzare troppo le persone e le situazioni. Il Cardinale Giulio Bevilacqua, padre dell’Oratorio, già direttore spirituale di Papa Paolo VI, era solito affermare: “Due cose contano veramente: Cristo e la realtà e bisogna farle incontrare“. Accogliere la croce nella nostra vita significa proprio questo: sapere che nella realtà – che può rappresentare una grande sfida per noi – siamo chiamati a seguire Cristo. Quando Lui, dunque, diventa contemporaneo del nostro pensare, del nostro parlare e del nostro agire, accettando le sfide della realtà di ogni giorno, impariamo anche a saper rinunciare a qualcosa di noi stessi. La piena maturità in Lui ci renderà disponibili a perdere la nostra stessa vita terrena, pur di entrare nella comunione piena e definitiva con Lui, che è la vita eterna. Dopo questi atteggiamenti che riguardano il discepolo in rapporto con Gesù, nella parte finale del brano torna più volte un verbo: “accogliere”. Quando il discepolo, che vive questa relazione forte con Gesù, viene accolto, è Lui stesso ad essere accolto. Così chi accoglie il profeta, ossia chi parla in suo nome, e chi accoglie il giusto, ossia colui che compie la volontà di Dio, riceve la stessa ricompensa preparata da Dio per loro. Quando Cristo tocca davvero la vita delle persone, esse sono immerse nel vortice trasformante del suo amore, cosicché anche il gesto più semplice, come quello di dare un bicchiere d’acqua al suo discepolo più piccolo, diventa caparra della vita eterna.

Don Luciano Attualmente presta servizio come Addetto presso la Nunziatura Apostolica di Trinidad e Tobago..

Fonte:https://caritasveritatis.blog/


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