Monastero Matris Domini Lectio “Io sono mite e umile di cuore”

14a Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Matteo 11, 25 – 30
Dal Vangelo secondo Matteo
Io sono mite e umile di cuore


25In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai
nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai
deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se
non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo
sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita.
30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.
Collocazione del brano
In questa 14a
domenica leggiamo un brano di Matteo 11. Al termine del discorso missionario, che
abbiamo letto le domeniche scorse, Matteo non ci racconta l’effettiva partenza dei discepoli, ma ci
dice che è Gesù a partire (v. 1): “partì via di là per insegnare e predicare nelle loro città”. Il vero
inviato è lui.
Matteo racconta poi l’episodio, sconosciuto a Marco, dei discepoli mandati da Giovanni
incarcerato (vv. 2-6). La domanda del Battista che esprime un dubbio su Gesù è un espediente
perché Gesù manifesti più chiaramente la propria identità. Tutto il resto del capitolo è un discorso
di Gesù che dà la propria testimonianza su Giovanni e accosta se stesso al Battista nel piano della
salvezza (vv. 7-14). Poi lancia un “guai” alle città galilee che non si sono convertite alla sua venuta
(vv. 16-24) e conclude con una preghiera di ringraziamento, il brano di Vangelo previsto per questa
domenica.
Si tratta di una composizione tipica di Matteo, una delle più belle pagine del Vangelo.
E’ composta da tre parti:
a) un ringraziamento al Padre (vv. 25-26)
b) un soliloquio sul rapporto tra il Padre e il Figlio (v. 27)
c) un invito a imparare da Gesù (vv. 28-30).
Elemento unificante è l’ “apocalisse” cioè la rivelazione. Una struttura così si ritrova anche in
Siracide 51:
a) un inno di ringraziamento (vv. 1-12)
b) un soliloqui sulla ricerca della sapienza
c) un invito a mettersi alla scuola di un maestro, a sottomettersi al giogo della sapienza.
La presenza di questo schema ci fa pensare a una elaborazione delle parole di Gesù compiuta da
Matteo in chiave sapienziale.
Lectio
25In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai
nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
“In quel tempo” è una notazione cronologica molto generica, che indica simultaneità piuttosto che
successione. Quello che noi abbiamo tradotto come “disse” in realtà è un “rispondendo”. Ciò non
implica alcuna domanda, ma suggerisce la percezione dei molti che non hanno creduto alle “opere
del Messia” e dei pochi che vi hanno aderito.
Gesù esordisce con una confessione di fede e di lode (exomologoumai, ha anche la sfumatura “ti
riconosco, cf. Mt 10,32). Nonostante tutte le apparenze e la grave incredulità appena denunciata
delle città che gli sono state più vicine, Gesù ha l’intima certezza che la sua “opera” non è stata
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vana, e perciò benedice il Padre. Il motivo del ringraziamento ci ricorda le parole polemiche di Isaia
29,14: “Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intelligenti”.
Questo testo viene citato anche da Paolo in 1Cor 1,19. Dio ha nascosto queste cose, cioè le opere
del Messia di cui egli parla in Matteo 11,2. Non è che i sapienti non abbiano visto le opere del
Messia, ma è sfuggita ad essi la loro reale importanza, il loro significato più profondo. Questo
invece è stato rivelato (apokalypto) quasi per connaturalità a coloro che sono sprovvisti di
strumenti intellettuali, sprovvisti perfino della capacità di parlare (gli infanti, i semplici, gli ingenui).
26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Gesù non ringrazia il Padre perché nasconde ai sapienti, ma perché si rivela agli umili. C’è una
logica sottostante a questo e la possiamo vedere in 1Cor 1. La benedizione di Gesù verso il Padre si
può chiamare “inno di giubilo”, questo è ciò che è piaciuto a Dio.
27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno
conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Con questo versetto vi è un cambio di prospettiva. Prima era il Padre a rivelare ai piccoli i misteri
nascosti. Ora è il Figlio che rivela il Padre a chi vuole. “Tutto mi è stato dato dal Padre”. Questo
tutto corrisponde al queste cose del v. 25 e chiama in gioco l’autorità messianica di Gesù, che si
opera dappertutto (“Mi è stata data ogni autorità in cielo e sulla terra”).
Il Padre si può conoscere solo attraverso il Figlio. Questo significa che il Padre si rivela agli umili
solo attraverso colui che “mite e umile di cuore”.
28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Siracide 51,23-26 si rivolgeva agli “stolti”, coloro che non hanno istruzione, e li esortava a mettersi
alla sua scuola. Gesù invita tutti gli affaticati e i gravati a mettersi alla scuola del regno dei cieli. Egli
dunque si rivolge a coloro che sono stanchi a causa dei pesi inutili imposti loro dai sapienti (cf.
23,4) e vuole dare loro riposo. Riposo (anapausis) è un termine tecnico, è il riposo che si può
ottenere grazie all’acquisizione della sapienza.
29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e
troverete ristoro per la vostra vita.
30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.
Vi è un certo “giogo” della sapienza, vi è un carico che non è faticoso, ma riposante. Ne parlano
spesso i rabbini, parlando dell’obbedienza alla Torah. Questo giogo però è di Gesù, poiché è Lui la
Sapienza, la Torah personificata. Prendere il suo giogo significa imparare da lui, diventare suo
discepolo. Non significa soltanto studiare la Torah, ma porsi alla sequela di Gesù, “mite e umile di
cuore” come lo sono i piccoli, gli infanti. Il termine “mite” si incontra anche nelle Beatitudini (5,5) e
nell’entrata di Gesù in Gerusalemme (21,5). E’ su questa mitezza che si fonda la connaturalità della
rivelazione di Gesù ai poveri, agli afflitti, ai perseguitati
Meditiamo

  • Secondo te chi sono oggi i sapienti e gli intelligenti che non hanno conosciuto le opere di Cristo?
    Chi sarebbero invece i piccoli a cui il Padre le ha rivelate?
  • Ti sei mai sentito/a aggravato/a e oppresso dalla religione cristiana? Perché?
  • Cosa significa imparare da Gesù ad “essere mite e umile di cuore”?
    Preghiamo
    (Colletta della 14a Domenica del Tempo Ordinario Anno A)
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    O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri, liberi ed esultanti,
    a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli
    uomini la gioia che viene da te. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Fonte:https://www.matrisdomini.org/