don lucio d’abbraccio”La Parola è cibo che nutre e dà salvezza”

Commento al Vangelo della XV Domenica del Tempo Ordinario Anno A (12 luglio 2020)

La Parola è cibo che nutre e dà salvezza

Oggi e nelle prossime due domeniche ascolteremo alcune parabole, raccolte nel capitolo 13 del vangelo secondo Matteo, con cui Gesù annuncia «i misteri del regno dei cieli». L’uso della parabola o similitudine era assai diffuso ai tempi di Gesù. Molti rabbini comunicavano il loro insegnamento in questo modo, facile e affascinante al tempo stesso. Gesù ama spesso fare ricorso a immagini tratte dalla natura palestinese e da semplici attività lavorative. 

Ebbene, la parabola proposta alla nostra attenzione è quella che narra del seme caduto sui diversi tipi di terreno; essa è la più importante e da essa dipendono le successive. L’evangelista scrive che Gesù, rivolgendosi alla folla, disse: «il seminatore uscì a seminare». Questa affermazione significa che il Divin Maestro sta parlando del suo seminare «la parola del Regno» in quanti lo ascoltano sulla riva e, dunque, sta descrivendo la loro accoglienza o il loro rifiuto di tale parola. Per questo rivolge all’intelligenza dei loro cuori l’esortazione: «Chi ha orecchi ascolti». Secondo le usanze agricole palestinesi la semina avveniva prima che il terreno fertile venisse arato: il contadino spargeva il seme con abbondanza per ogni dove, in un modo che certamente ci stupisce. Così – dice Gesù – «Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Poi, annota l’evangelista, a Gesù gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». La risposta di Gesù, a prima vista, è molto oscura. Egli dice: «a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha». Queste parole sembrano severe e invece sono parole che esprimono rammarico più che condanna! Gesù, infatti, mette a confronto due categorie di persone: da una parte i discepoli che hanno accolto il Cristo, perché il loro cuore era umile e semplice come la terra fertile dei campi; dall’altra parte c’erano coloro che pur avendo visto le stesse cose e avendo ascoltato le stesse parole, avevano rifiutato Cristo, perché il loro cuore era pregiudizialmente chiuso nell’arroganza e nell’orgoglio autosufficiente. Il Signore, allora, esclama, «A colui che ha, verrà dato…», cioè: a coloro che hanno umiltà e apertura nei confronti di Dio, Dio darà fino all’inverosimile; ma per coloro che non hanno umiltà e, pertanto, si chiudono al dono di Dio, tutto perderà di valore. In altre parole: per coloro che sono pregiudizialmente chiusi a Dio, ogni segno di bontà e ogni dono di luce diventa motivo di maggiore ostinazione. Come fanno riflettere queste parole di Gesù! Esse sono un accorato appello ad abbattere il muro dell’orgoglio, affinché Dio possa farci dono dell’abbraccio preparato per noi fin dall’eternità.

Gesù poi, continua l’evangelista, spiega ai suoi discepoli, in disparte, il significato di ciò che ha appena narrato, istruendoli su come ascoltare la parola di Dio da lui annunciata.

I quattro terreni di cui parla Gesù sono tutti rappresentati, di volta in volta, nel nostro cuore; essi sono quattro possibili risposte alla Parola! Occorre in primo luogo interiorizzare la Parola, «ruminarla» con attenzione, altrimenti il Maligno subito la rapisce dal nostro cuore: un ascolto superficiale non è un vero ascolto, è infruttuoso come il seme seminato lungo la strada. Occorre inoltre perseverare nell’ascolto: è facile accogliere la Parola con gioia per breve tempo, lasciare che essa porti frutto per un attimo, come il seme tra i sassi; ma così si è persone «di un momento», prive di radici, incapaci di fare fronte alla prova del tempo e alle tribolazioni che un ascolto autentico comporta. Occorre anche lottare contro i seducenti idoli mondani, in particolare quello dell’accumulo delle ricchezze, altrimenti la Parola viene soffocata come il seme dalle spine e non giunge a portare il frutto di una fede matura. Infine – dice Gesù – che il seme «seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». Questo è l’ascolto della Parola fatto «con cuore integro e buono» (cf Lc 8,15), che si oppone a quella che per la Scrittura è la malattia più pericolosa: la durezza di cuore (cf Dt 10,16).

Tutti possediamo la Bibbia. Ma a che serve avere questo libro se poi lo mettiamo in uno scaffale accanto ad altri libri? Impariamo a leggere e a rileggere la Parola di Dio; impariamo a meditare la Sacra Scrittura. Soltanto così la Parola diventa cibo che nutre. Di fronte a essa non si può restare neutrali e indifferenti: o la si accoglie e ci si converte oppure, se essa viene respinta, indurisce il cuore di chi la rifiuta, come Gesù dice ai suoi discepoli citando il profeta Isaia (cf Is 6,9-10).

Chiediamo la luce dello Spirito per comprendere e vivere la Parola affinché possiamo essere seminatori della Parola di salvezza.

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/