Paolo De Martino

Paolo De Martino Commento al vangelo di Domenica 12 Luglio 2020

Commento al vangelo di Domenica 12 Luglio 2020

Nel cuore dell’estate parliamo della Parola per ricordarci che Dio non si stanca di noi, che l’efficacia delle sue parole non sono determinate dalla nostra capacità di ripeterle, ma di accoglierle.

Isaia parla allo scoraggiato popolo di Israele profugo in Babilonia.
Sono passati molti decenni dalle promesse di ritorno fatte dal profeta Ezechiele e nessuno pensa seriamente che si possa tornare a Gerusalemme, ormai.
La profezia, allora, si alza con fermezza: la pioggia e la neve fecondano la terra e tornano in cielo solo dopo avere compiuto la propria missione. Così sarà della Parola di Dio.
Certo: i tempi di Dio non sono i nostri, ma l’efficacia delle sue promesse è indiscutibile.
Isaia invita anche noi, esiliati dal Regno di Dio, a non scoraggiarci in questi tempi difficili, ma a perseverare nella lettura e nella meditazione quotidiana della Bibbia.
Forse la Parola che studiamo e ascoltiamo, che approfondiamo e preghiamo, al momento, non ci dice nulla. Ma, credetemi, l’ho sperimentato cento volte, una Parola accolta nel cuore torna alla mente quando meno ce lo aspettiamo.
È efficace la Parola di Dio, ma se non la conosciamo, se la ignoriamo, se la lasciamo accanto alle tante, troppe parole umane, non può fecondare il nostro cuore e portare frutto.

Dinanzi a questa famosa parabola del seminatore occorre anzitutto liberarsi da una sterile lettura moralistica. Infatti è facile, al termine del brano, dirsi: “Io dovrei essere il terreno buono, eppure mi sento così spesso un terreno fatto di sassi, a volte pieno di rovi… Se fossi veramente il terreno buono allora sì che la Parola produrrebbe in me il cento o il sessanta o il trenta, invece…”.
No, questa parabola non intende dire nulla di tutto questo.
Subito bisogna chiarire chi è il protagonista di questa parabola: non è il seminatore e nemmeno il terreno. Al centro di tutto sta il seme, sta la Parola.
I quattro quadretti che vengono descritti da Matteo, raccontano esiti diversi dell’unica semina, dello stesso annuncio della Parola.
La parabola del seminatore è una delle pochissime ad essere spiegata direttamente dal Signore e ne parla in un momento non semplice della sua missione, in cui davvero ha la triste impressione che le sue parole siano travisate o scordate.
È una parabola dai tratti cupi, problematici, davvero sembra che l’efficacia della sua predicazione sia sconfitta dalle distrazioni, dalle preoccupazioni, dall’opera dell’avversario.
Ma la cosa che stupisce è che, nonostante questo, il padrone getti il seme con abbondanza.
Anche sulle pietre, anche fra i cespugli.
È la memoria della tecnica di semina dell’epoca in cui prima si gettava il seme e dopo si mischiava alla zolla con l’aratro.
Il racconto descrive una semina veramente esagerata.
La logica che guida il gesto abbondante del seminatore della parabola non è certo quella del guadagno o del tornaconto. Gesù semina ovunque la sua Parola, non è un contadino schizzinoso, non scarta i terreni, non fa categorie o preferenze.
Tutti siamo il terreno di Dio, la sua Parola non si ferma, è gettata anche nella tua vita.
Quello che resta di questa immagine è l’ottimismo di Dio che continua a seminare la sua Parola in questo mondo che ci soffoca di parole, tante, troppe, che la relega a testimonianza di una religiosità arcaica e popolare, come se fossero parole inutili, che fanno sorridere per la loro disarmante ingenuità.
No, la Parola non è affatto ingenua e continua a illuminare, anche se cade sulla pietra.

I quattro esiti diversi della semina non sono messi in ordine temporale (…ora va tutto male, ma chissà magari un giorno le cose andranno bene…boh, speriamo…), ma in ordine spaziale.
Accanto al terreno che non porta frutto, c’è il seme che germoglia.
Nella stessa semina sono possibili esiti così diversi!
Noi pretenderemmo una vittoria pulita e incontrastata del seme, una presenza visibile e dominante del germoglio che si fa largo nella terra brulla. E invece no.
Guardando alla Croce è facile intuire che questa parabola anticipa la vita di Gesù, scioglie le logiche più profonde che porteranno il suo cammino fino al Calvario.
La Parola non si fa largo come un rullo compressore, ma con la piccolezza e la debolezza di un seme gettato sulla terra.
La sua potenza è indiscussa, è la qualità dell’accoglienza che fa cambiare l’esito.
In Palestina un sacco di semi poteva – in ottime condizioni – darne 11, al massimo 12. Provate a immaginare la faccia dei discepoli di Gesù che sentono parlare di 100, 60, 30 sacchi!
La proporzione è ovviamente altissima, smisurata, inverosimile. “Esagerato, questo Gesù! Com’è possibile un raccolto così abbondante? Chiaro: le leggi della natura vengono messe da parte. Qui entra una legge nuova, diversa, imprevedibile: quella di Dio!
Nessuno se lo aspetterebbe, eppure a fianco di terreni aridi, incolti e spinosi germoglia una vita sovrabbondante e inaspettata.
Oggi può accadere! Oggi questa Parola può germogliare nella tua vita.
Ecco il significato profondo della nostra parabola: prescindendo da quel che capita, e capita in ogni storia che vi siano sassi, strade dure o rovi, se ascolto la Parola del Vangelo, se la lascio vivere in me, se vivo secondo la sua logica, allora questa Parola produrrà in me un frutto insperato. Perché? Perché la Parola è Parola di Dio e l’uomo è fatto per Dio, terreno atto a riceverlo.
Il successo dipenderà sempre dalla qualità del seme, che è amore senza limiti, in grado di cadere sempre nella parte di terreno buono presente in me.
Noi siamo chiamati ad essere contadini della Parola, a diffonderla, con l’ostinazione fiduciosa della parabola; con fiducia, perché la forza non è nel seminatore, ma nel seme; la forza non è in me, ma nella Parola. Che non tornerà a Dio senza aver portato frutto.
Egli mi chiama a un atto di fede purissima, a credere nella bontà del Vangelo più ancora che nei risultati visibili di quella parola, a credere che Dio trasforma la terra e le persone anche quando non ne vedo i frutti.
La bella notizia di questa Domenica? La Parola porta anche frutto, e in abbondanza.
Porta frutto in chi, leggendo la parabola, si è riconosciuto nei terreni duri e sassosi.
Porta frutto chi, con sofferenza, deve ammettere che troppo spesso la Parola ascoltata è rubata o soffocata dalla vita. Perché il suo dolore manifesta il desiderio di far crescere quella Parola. Quel desiderio è il terreno giusto.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


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