Alessandro Cortesi Commento XV domenica tempo ordinario – anno A

XV domenica tempo ordinario – anno A – 2020

Is 55,10-11, Rom 8,18-23; Mt 13,1-23

“Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna senza aver irrigato la terra… così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Is 55,10) Lo scendere della pioggia, l’andare del seminatore, l’uscire della parola, sono tre movimenti presenti nelle letture di questa domenica.

La pioggia scende e, nell’incontrarsi con la terra, suscita un processo di trasformazione . Dal suo scendere sorgono frutti, seme al seminatore e pane da mangiare. L’acqua è elemento essenziale della vita.

Le culture del deserto sanno bene che l’acqua è indispensabile. Con questa immagine il profeta secondo-Isaia vuole dire qualcosa sull’agire di Dio: “Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. La pioggia scende dall’alto come dono di un Dio che ha pensieri oltre i nostri limitati schemi e le nostre povere parole. I pensieri di Dio sono la gratuità del suo amore, dono abbondante, senza limitazioni, che si diffonde ovunque ed offre possibilità di vita.

E’ una vita che fa germogliare semi diversi. Non annulla ciò che esiste ma lo fa crescere, dà forza perché quella vita che è già dono, ed ogni seme possa esprimere la sua carica vitale. E rimane totalmente dono. La pioggia che scende indica che la Parola di Dio è dono, viene prima di ogni germoglio e frutto, né è condizione di crescita.

Ogni opera nostra ha radici che ricevono un’acqua che viene dall’alto. Il ‘parlare’ di Dio – ‘dabar’ in ebraico – è un dire ma è anche un ‘fare’, un agire. Quando Dio comunica la sua parola, comunica se stesso e la sua forza creatrice di vita: “così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata”.

E’ ancora il percorso della parola al centro della pagina del vangelo, narrazione in parabola dell’agire del seminatore. Prima che un messaggio sulla diversità dei terreni, questa parabola suggerisce una domanda sul seminatore e sul seme stesso: è un coltivatore che getta il seme in modo abbondante, senza calcoli e senza preoccupazione di sprecare il seme. I suoi gesti indicano una ampiezza di cuore. Il seminatore esce a seminare e il seme cade ovunque. Gesù presenta una scena quotidiana e chi lo ascolta può riconoscersi coinvolto. Non cala dall’alto un insegnamento lontano la vita ma invita  a leggere dentro i gesti ordinari della vita e pone di fronte ad una scelta. ‘voi, che ascoltate, da che parte vi ponete? Di fronte all’azione del seminatore che getta la parola con tanta abbondanza che fare? L’invito è riconoscere questa gratuità e lasciarsi coinvolgere cambiando la propria esistenza, entrando in questo movimento.

La parabola è anche un invito alla speranza. Alla fine il raccolto sarà abbondante nonostante tutte le difficoltà e i fallimenti: anzi il suo esito è spropositato. La parola di Dio è efficace: noi vediamo i fallimenti, lo spreco, ma questa parabola ci parla di un Dio i cui pensieri non sono i nostri pensieri, il suo amore è gratuito, la sua azione ha una fecondità inedita.

C’è poi anche un invito a riconoscere il nostro terreno, a saper cogliere gli ostacoli che spesso ci fanno essere incapaci di accogliere la Parola di Dio, la comunicazione della sua vita. E così soffocarla.

La seconda lettura ci parla di speranza: tutta la creazione sta vivendo un parto. Qualcosa di nuovo sta per nascere ma l’attesa e il passaggio è drammatico. Accogliere la parola di Dio è vivere in questa attesa e in questo impegno con tutta la creazione.

Alessandro Cortesi op

Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/