padre Gian Franco Scarpitta”Coltiviamo noi a grano il nostro campo!”

Coltiviamo noi a grano il nostro campo!
padre Gian Franco Scarpitta

XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (19/07/2020)

Vangelo: Mt 13,24-43

Quando i discepoli, straniti e stupiti, chiedono a Gesù il motivo per cui parli ad altri per mezzo di parabole e a loro in modo diretto ed esplicito, questi sembra sintetizzare la risposta in una sola allusione: “Le opportunità si colgono al volo”. Giudei, scribi e farisei, come già prevedeva il profeta Isaia, si sono già preclusi all’ascolto e alla considerazione della vera Parola di Dio rivelata in Gesù Messia, hanno rifiutato categoricamente la sua figura, il suo messaggio e il suo insegnamento e hanno già scelto essi stessi di non rientrare nel computo dei suoi eletti. Quindi si parla a loro in parabole e similitudini perché “pur vedendo non vedono, pur udendo non odono e non comprendono…. (di prima) a voi è dato di capire i misteri del Regno, a loro non è dato.”(Mt 10, 12 – 15). Si sono ostinati a rifiutare il Messia e il suo messaggio e pertanto a loro non dev’essere svelato immediatamente il mistero di salvezza: devono ricevere un annuncio contorto e difficile. Le parabole di fatto non sono semplici e infatti anche gli stessi discepoli (che invece hanno accolto Cristo come via, verità e vita) hanno bisogno di spiegazioni appropriate. Chi rifiuta Gesù si autoesclude dal Regno e perde la possibilità di incontrarlo. Chi accoglie Gesù, invece, non soltanto ascolta la sua parola e il suo messaggio, ma cerca di approfondirlo e di immedesimarvisi; soprattutto cerca la comunione perenne con lui, vuole protrarre l’incontro ad oltranza e adopera tutti i mezzi per vivere la sua intimità e familiarità.

Le parabole tuttavia sono un insegnamento valido sia per chi accoglie Gesù sia per chi lo respinge e costituiscono in ogni caso una pedagogia di vita e un incentivo a raffrontare se stessi, il proprio presente e il proprio avvenire con la realtà del Regno di Dio che è presente nelle parole e nelle opere di Gesù Cristo e che, come già si è detto, incarna la nostra vita quotidiana. Si tratta infatti di racconti riferiti alla realtà della vita di tutti i giorni, allusori in ogni particolare agli elementi della vita quotidiana dell’epoca in cui vengono pronunciati e per ciò stesso possono associare le immagini con la realtà, gli episodi o i fatti narrati con la pedagogia sul Regno.

E così è la parabola del seminatore, di cui si è parlato la scorsa settimana. Essa ha introdotto l’argomento definito “della crescita” che ci accompagnerà ulteriormente nelle settimane seguenti e ha il suo seguito immediato in una seconda parabola inerente alla qualità della semina e del raccolto, allusiva alla realtà evidente dei contrasti che caratterizzano tuttora la nostra convivenza e presa come riferimento anche nei nostri discorsi abituali tutte le volte che, nelle nostre relazioni, individuiamo qualcuno che vuole “seminare zizzania” nelle maldicenze e nei pettegolezzi.

Il racconto descrive l’attività notturna, quindi astuta e perversa, di un nemico che sparge cattivo seme nel bel mezzo del campo ormai disseminato e cosparso da seme buono e frugifero di grano copioso. Si sparge zizzania in mezzo al grano. Il padrone del campo, messo in allarme, rifiuta però di estirpare la zizzania dal campo perché sarebbe molto difficile raccogliere questa senza intaccare l’integrità del buon seme. Preferisce aspettare il tempo della mietitura per operare questa suddivisione grano- zizzania quando codesta azione non comporterà il suddetto rischio. Il discorso si sposta stranamente alla fine dei tempi, al giorno del giudizio finale. Secondo alcuni esegeti, Matteo si serve di questo brano per scuotere una comunità in crisi per l’incoerenza di parecchi suoi membri con i dettami della fede. Il ricordo di un giudizio finale, nel quale Dio darà a ciascuno secondo i suoi meriti ravviverebbe nei discepoli di Matteo la volontà di progredire al meglio emendando la propria condotta. Considerare che ci attende un incontro risolutivo di Dio all’epilogo della nostra storia, quando i nemici di Cristo saranno definitivamente sconfitti e il grano buono verrà mietuto con la falce (Ap 14, 16 – 20), ci sprona a perseverare nella lotta contro il male dilagante sulla terra. Il male è infatti una realtà antitetica al bene impossibile da bandire nella nostra vita, una realtà di fatto che deprime e demoralizza sotto tutti gli aspetti. L’esistenza stessa del male ci dimostra la pazienza infinita di Dio nell’accettare che questo compagno scomodo percorra il nostro stesso itinerario e a volte abbia la prevalenza e ci costringa alla resa. Dio sopporta il dilagare dell’odio, della violenza, della menzogna ma nel suo Figlio Gesù morto e risorto ci invita a sperare e ad attendere, a non soccombere alle lusinghe del maligno, a non lasciarci conformare dalla mentalità perversa e non lasciarci corrompere dal male. Piuttosto vincere il male facendo il bene, eludere il dolore persistendo nella gioia del dare, sopportare le ingiustizie con pazienza e fiduicia che Dio giudice giusto interverrà a vantaggio di chi soffre, mentre coloro che ci perseguitano periranno vittime della stessa arma adoperata per distruggerci. “Nell’attesa che si compia la beata speranza e torni il nostro Signore Gesù Cristo occorre che la zizzania non ci confonda e che non ci lasciamo sedurre dalle lusinghe di chi ne è stato il coltivatore diretto, peggio ancora lasciando che il coltivatore diventi padrone del nostro terreno con l’inganno…

Mi sovviene a questo punto ricordare una legge particolare del nostro Codice Civile che appresi diversi anni fa, mentre seguivo una questione nel mio ruolo di Superiore di un Convento: chiunque si dichiari ufficialmente coltivatore diretto, diventa legittimo proprietario del terreno in cui normalmente si applica anche per hobby, anche se questo terreno lo ha avuto in prestito da altri.

Quante volte avviene nella nostra vita che l’Avversario si dichiari coltivatore e diventi padrone del nostro terreno, cioè dello spirito che è destinato inizialmente ad accogliere il buon seme, ma che diventa epicentro della diffusione della zizzania! Con il nostro atteggiamento peccaminoso permettiamo al Nemico di impossessarsene e non di rado ci si ostina a confondere Dio con il nemico stesso. Ma Dio ha comunque tutte le carte in tavola per riscattare la sua proprietà e per affrancarci dalla schiavitù perché siamo liberi e riconciliati. Dio sa aspettare e paga per noi il prezzo del nostro terreno, e intanto infonde ragione alla speranza che Nemico e zizzania saranno definitivamente sconfitte.

Certo Dio potrebbe intervenire ed estirpare la zizzania del nemico in modo da preservare il buon grano, potrebbe rendere giustizia con un solo cenno risolutivo, ma se non si adopera immediatamente ciò avviene perché i suoi tempi sono differenti dai nostri, perché i suoi progetti non seguono i nostri schemi di pretesa liberatoria, ma soprattutto perché è un Dio paziente, che sa aspettare la crescita del grano maturo con la zizzania anche nella speranza che una parte di zizzania si trasformi in grano. Attende cioè la conversione del peccatore, che è sempre prezioso ai suoi occhi, poiché ciò che vuole eliminare è il peccato. Questo spiega almeno in parte la prima Lettura dal libro della Sapienza, che pone una domanda legittima: Perché Dio non ha distrutto all’istante il popolo di Egitto che opprimeva Israele? Perché ha usato quasi benevolenza verso i Cananei a discapito dei Giudei? Semplicemente perché non è un Dio che si compiace della condanna del reo, ma che attende sempre fiducioso che chi sbaglia possa emendare la sua condotta, avendo modo di pentirsi (sap 12, 18 – 19) In tutti i casi, il bene trionferà sempre sul male sia nell’attualità della vita presente sia soprattutto al momento della “resa dei conti”.

“Il male ha la sua ora, ma Dio ha il suo giorno”, dice un autore inglese.

Fonte:https://www.qumran2.net/