Don Marco Ceccarelli Commento XVI Domenica Tempo Ordinario “A”

XVI Domenica Tempo Ordinario “A” – 19 Luglio 2020
I lettura: Sap 12,13.16-19
II lettura: Rm 8,26-27
Vangelo: Mt 13,24-43

  • Testi di riferimento: Sal 1,1-3; 78,2-4; Ger 31,27; Ez 17,22-24; 31,3-9; 36,9-12; Dn 4,12.21; 12,3;
    Os 2,24-25; Zc 10,9; Mt 3,10-12; 4,8-9; 8,12; 15,13.15; 23,15; 24,14.24; Gv 10,6; 12,31; 15,6; Rm
    16,25-26; 1Cor 2,7; 3,6-9; 4,5.15; 6,9; 9,11; 2Cor 4,3-4; 11,3-4; Gal 5,21; Ef 5,5; Col 1,25-26; Eb
    2,8; Gc 4,4; 1Pt 1,20.23.25; 1Gv 3,8-10; Ap 14,15; 20,10
  1. Le parabole del regno. In questa seconda parte del cap. 13 di Mt che costituisce il brano di Vangelo odierno troviamo una serie di parabole riguardo al “regno dei cieli”. L’oggetto della predicazione di Cristo è il regno dei cieli (Mt 4,17). Egli annuncia la venuta del regno e spiega in cosa consista. Le “parabole del regno” intendono spiegare qualcosa su questa nuova realtà presente in mezzo
    agli uomini. Quando sottolineiamo la continuità fra l’Antico e il Nuovo Testamento, che certamente
    esiste, si può correre il rischio di dimenticare che il Nuovo Testamento fa registrare qualcosa di radicalmente nuovo. E le parabole di questo cap. 13 illustrano bene in cosa consista questa novità. Le
    parabole servono come paragone: «Il regno dei cieli è simile» (vv. 24.31.33.44.45.47). Le parabole
    però non bastano; occorre anche che siano interpretate correttamente. Come nel brano evangelico
    della domenica precedente, anche in quello di oggi si evidenzia il fatto che Gesù spiega il senso delle parabole soltanto ai suoi discepoli. Gesù ha chiamato alcuni perché stessero con lui ed imparassero da lui (cfr. Mc 3,14). Il discepolo è colui che impara da un maestro. Gesù istruisce i suoi discepoli riguardo al regno dei cieli, perché essi dovranno poi istruire altri (28,19-20). Anche dopo la sua
    risurrezione, nei quaranta giorni in cui si intrattiene con gli apostoli l’argomento dei suoi discorsi è
    questo (At 1,3). Ciò significa che è essenziale conoscere le cose che riguardano il regno. Un cristiano non può essere ignorante in questa materia!
  2. La parabola della “zizzania del campo” (v. 36).
  • Questo titolo mette in luce che il punto (cioè il significato principale) della parabola non riguarda
    tanto i giusti e la loro sorte quanto piuttosto i malvagi e la loro fine. Il presupposto sta nel fatto che
    gli appartenenti al regno devono convivere con chi invece non vi appartiene. Questa è una delle novità del regno dei cieli. E tale convivenza diventa fonte di sofferenza per i figli del regno. Per questo
    il punto sembra essere non tanto la ricompensa dei figli del regno, ma piuttosto la condanna dei figli
    del maligno. Questo appare evidente soprattutto dalla spiegazione in cui si dedicano tre versetti a
    questo scopo (vv. 40-42). Al cristiano – che vive in un contesto ostile perché non condivide i suoi
    valori, perché ha ben altri ideali – può sorgere il dubbio di essere nel giusto, dato che l’iniquità
    sembra prevalere, e visto che i figli del regno non hanno mezzi efficaci per contrastare tale iniquità,
    “come pecore in mezzo ai lupi” (10,16). Ma la parabola sta a dire che alla fine ci sarà un esito diverso.
  • Lo sfondo della parabola risiede nell’Antico Testamento; però appare un netto salto di qualità rispetto alla concezione di “regno” diffusa in quel contesto. L’aspettativa comune era quella di poter
    vivere all’interno di un territorio geografico (la terra d’Israele) sotto il governo di un re giudeo (magari della stirpe di Davide), in cui si potesse esercitare la propria fede tranquillamente e in cui il Signore avrebbe concesso prosperità e protezione dai nemici d’intorno. E tuttavia la realtà contingente
    era già da troppo tempo ben diversa. La parabola della zizzania cambia la prospettiva. Il regno di
    Dio non si identifica più con un territorio delimitato da confini, ma è presente nei figli del regno
    sparsi in tutto il mondo. Vediamo un confronto.
    NELL’AT (vedi testi di riferimento) NELLA PARABOLA (= NT)
    • Il seminatore:
    • I figli del regno (il seme):
    • Il campo:
    • Quelli fuori dal regno:
    • La mietitura:
    Dio
    Gli israeliti
    Il regno di Israele
    Tutti gli altri popoli
    Il giudizio di Dio nella storia
    Il figlio dell’uomo
    I cristiani
    Il mondo
    I figli del maligno
    Il giudizio di Dio alla fine dei tempi
  • La parola usata per “seme” (sperma) significa anche “discendenza”. Nella doppia seminagione si
    deve intendere una doppia generazione. Nella tradizione giudaica chi convertiva qualcuno attraverso la predicazione era considerato come se lo avesse generato. In 1Cor 4,15 Paolo rivendica la sua
    “paternità” nei confronti della comunità essendo stato lui a predicare loro per primo il Vangelo. Va
    notato che tale predicazione del Vangelo è paragonata a una seminagione (1Cor 3,6-9; 9,11). L’annuncio della parola del Vangelo “genera” in chi la accoglie una vita nuova: «Siete stati rigenerati
    non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt
    1,23). La parola è dunque un seme che genera dei figli. Allo stesso modo c’è una generazione dal
    maligno. Chi dà ascolto ad una predicazione falsa diventa “figlio della geenna” (Mt 23,15).
  • Il regno dei cieli è presente sulla terra attraverso i suoi “figli”, ma essi convivono e crescono (v.
    26) insieme ad una realtà estranea e ostile al regno. C’è un regno del mondo, di cui satana è il principe (Gv 12,31), dal quale i figli del regno dei cieli possono essere sedotti (Mt 24,24). Il regno dei
    cieli sarà chiaramente manifesto al tempo della mietitura quando ci sarà la separazione (cfr. anche
    Mt 25,31ss.). La spiegazione serve a incoraggiare i “figli del regno” a non lasciarsi ingannare dal
    regno del maligno, perché esso è breve ed effimero.
  • I figli del regno. Sono coloro che appartengono al regno e ai quali il regno appartiene. Sono coloro
    che hanno Dio come loro re, che obbediscono a Dio che si è fatto presente in Cristo. Si entra a far
    parte del regno credendo in Cristo, avendo ascoltato e creduto alla sua parola; avendo Cristo come
    re. Tuttavia, al momento presente, non è evidente che Cristo sia re; non appare che tutto gli sia sottomesso (Eb 2,8). Al contrario; risulta che ben altri regni e altri poteri dominano la scena del mondo. Per questo i suoi discepoli devono sapere che la realtà del regno ha il suo compimento soltanto
    dopo la mietitura, e solo allora i figli del regno risplenderanno in esso. Il regno dei cieli infatti non
    si esaurisce qui, ma ha compimento soltanto in cielo, dopo il giudizio finale. Questo è un dato fondamentale, che non sempre è facile da tenere in considerazione perché tendiamo continuamente a
    volere realizzare qui la nostra vita. La pazienza che implicitamente la parabola sembra richiamare
    (collegamento con la prima lettura) è quella che occorre avere nell’aspettare il compimento ultraterreno del regno.
  • I figli del maligno. Sono coloro che invece di dare ascolto a Dio, attraverso Cristo, seguono le
    proprie vie, anche se magari mostrano una parvenza di religiosità (2Tm 3,5). Come c’è una generazione da Dio per mezzo del seme della parola (1Pt 1,23) così c’è anche una generazione dal maligno. Se si dà ascolto ad una predicazione falsa si diventa “figli della geenna” (Mt 23,15). Fra i figli
    del regno e i figli del maligno c’è una opposizione radicale; non c’è via di mezzo fra le due realtà.
    Davanti alla predicazione del regno, o vi si entra dentro o si rimane fuori. I figli del maligno cercano di ingannare e distogliere dalla fede i figli del regno predicando una dottrina falsa (At 13,8-10).
    Le false dottrine sono gli “scandali” che alla fine verranno tolti “dal suo regno” (v. 41).
  1. Per i primi cristiani era abbastanza chiaro che appartenere alla Chiesa significava entrare in netta
    contrapposizione con il mondo. A volte la chiamata alla sequela di Cristo doveva passare per momenti di buio, di aridità. Dopo il primo entusiasmo che segue all’annuncio del Vangelo, la fede veniva messa alla prova; c’era la tentazione di ritornare al mondo, dopo avere rinunciato ad esso.
    C’era la tentazione di pensare: ma perché mi sono messo in contrasto con la mia famiglia, perché
    subisco la persecuzione, perché sto rischiando la vita, a che serve tutto questo? Perché gli altri non
    condividono quello che noi crediamo e ci scherniscono? Ci poteva essere la tentazione di soccombere nel vedere la debolezza del regno di Dio di fronte ai regni del mondo. Allora la parabola serve
    ad insegnare che così deve avvenire, che i figli del regno devono convivere con i figli del maligno,
    che occorre avere pazienza (“lasciate crescere”: v. 30), perché alla fine solo il buon seme porterà frutto. Perché tutto passerà; alla fine rimarrà soltanto Dio e coloro che gli appartengono. Ciò che
    non è stato piantato da Dio sarà sradicato (Mt 15,13).

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