don lucio d’abbraccio”Impariamo ad essere grano buono”

Commento al Vangelo della XVI Domenica del Tempo Ordinario Anno A (19 luglio 2020)

Domenica scorsa abbiamo ascoltato la parabola del seminatore e del seme sparso su terreni diversi. Oggi, invece, ci sono proposte tre parabole: quella della zizzania, del granello di senape e del lievito.

Iniziamo dalla prima: Gesù dice che un uomo semina nel suo campo del buon seme. Ma mentre tutti dormono il suo nemico viene a seminare in mezzo al grano la zizzania: quando dunque la messe porta frutto ecco apparire, inestricabilmente mescolati, il buon grano e la zizzania. Allora alcuni servi zelanti si offrono di estirpare la zizzania, ma il padrone si oppone: «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura». Solo allora egli darà ordine di separare il grano dalla zizzania, raccogliendo il primo nel granaio e bruciando l’altra: solo allora e solo lui, il Signore, farà questa azione di separazione; non prima e non noi, suoi servi!

Dio semina la sua Parola e con le sue energie di vita lavora instancabilmente per instaurare il suo Regno. Eppure siamo costretti a constatare, accanto al bene, la scandalosa presenza del male, opera del Nemico, di Satana: il male attraversa l’umanità, la chiesa e – se vogliamo riconoscerlo – anche il cuore di ciascuno di noi. E spesso, ammonisce Gesù, contribuiamo al suo diffondersi con la nostra scarsa vigilanza, con il nostro dormire… Ma di fronte alla dolorosa scoperta di questa compresenza di grano e di zizzania la reazione sbagliata è quella di cedere alla tentazione dell’impazienza, pretendendo di operare noi il giudizio che spetta a Dio e al Figlio dell’uomo quando verrà nella sua gloria (cf Mt 25,31-46). Ci sono sempre nella chiesa coloro che si presumono giusti e, accecati dalle loro certezze, vorrebbero una comunità di puri: ma Dio solo conosce i veri giusti e nel giorno del giudizio, della mietitura (cf Gl 4, 13; Ap 14, 15-16), li rivelerà e li accoglierà nel suo Regno! Il Signore, dunque, pensa diversamente da noi, perché è «un Dio di pietà, compassionevole, lento all’ira e pieno di amore, Dio fedele», come abbiamo pregato nel salmo responsoriale. Questa parabola, pertanto, diventa la parabola della pazienza di Dio, che è la forza e l’amore di Dio «che ha cura di tutte le cose […] ed è indulgente verso tutti». Egli, quindi, giudica con mitezza e governa con indulgenza, come ci ricorda il libro della Sapienza.

Il Regno – dice ancora Gesù – è simile a un granellino di senape seminato in un campo: è un seme piccolissimo eppure, «una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Qui l’attenzione cade sullo sviluppo straordinario del seme, sullo scarto tra la sua piccolezza iniziale e la sua grandezza finale. Ciò significa che il discepolo di Gesù Cristo deve capire che la vera grandezza non appartiene a questo mondo, all’oggi, bensì al futuro, ossia quando entrerà nel Regno, nella Gerusalemme celeste, perché il futuro dipende proprio dalla piccolezza dell’oggi. Pensiamo a san Francesco d’Assisi: un giovane di mondo, cresciuto in mezzo agli agi di una famiglia borghese, il quale è diventato il santo poverello, un gigante di umiltà e di penitenza. Pensiamo a san Francesco Saverio: nobile vanerello, che sognava di ricomporre il patrimonio di famiglia e di recuperare lo splendore del casato; è diventato il missionario instancabile dell’Asia, un monumento di dedizione eroica alla causa del Vangelo. Pensiamo a Charles de Foucauld: giovane passionale, caduto nella bassezza del peccato. Eppure, per grazia di Dio, dall’abisso del peccato ha scalato la montagna della santità. E la lista potrebbe continuare.

Ed infine Gesù si serve di un’altra similitudine: una donna prende del lievito e lo mescola «in tre misure di farina» (circa 40 kg di farina). Eppure l’insospettata forza del lievito fa fermentare tutta la pasta. L’attenzione si concentra qui sulla potenza del lievito: piccola cosa, ma capace di causare una grande trasformazione. È proprio così: la vita di Gesù era piccola cosa, pressoché sconosciuta agli storici del tempo; ma in lui, l’uomo su cui Dio ha regnato totalmente, era celata la potenza del Regno, offerto a tutti gli uomini…

Siamo dunque chiamati alla pazienza, alla piccolezza, al nascondimento: nel vivere con libertà e intelligenza queste realtà sta la nostra possibilità di accogliere il Regno annunciato da Gesù, cioè di fare obbedienza a lui, chicco di grano caduto a terra e morto per portare molto frutto (cf Gv 12,24).

Impariamo ad imitare il Signore mantenendo la pace del cuore, la serenità della vita spirituale anche quando le cose non vanno per il loro verso, vivendo fiduciosamente anche di fronte agli insuccessi non in modo passivo e rassegnato, ma operando saggiamente perché la zizzania diventi il grano buono per i granai del Regno.

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/