don Lucio D’abbraccio”Il vero tesoro è Cristo”

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Commento al Vangelo della XVII Domenica del Tempo Ordinario Anno A (26 luglio 2020)

Siamo giunti all’ultima parte del discorso con cui Gesù rivolge alla folla e ai discepoli l’annuncio del regno dei cieli: oggi ascoltiamo le parabole del tesoro e della perla, assai simili tra loro, e quella della rete gettata nel mare.

Nelle prime due parabole ci sono due figure diverse in scena, un uomo e un mercante: sono loro ad agire, eppure non sono i protagonisti del racconto. I veri protagonisti sono il tesoro e la perla, che con la loro sola presenza causano le azioni di due uomini. Un uomo, scrive l’evangelista, trova un tesoro in un campo non suo; allora con molta sapienza «lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». Il mercante, che è in cerca di perle preziose, quando ne trova una «di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». È da notare – e questo è decisivo – che entrambi vendono tutto quello che possiedono per potersi impadronire del tesoro e della perla. In loro non c’è nessun rimpianto, non fanno un sacrificio, bensì un affare!

Ciò che accade a queste due persone accade a tanti altri uomini e donne. Pensiamo ai discepoli di Gesù i quali, chiamati da lui, hanno abbandonato tutto e lo hanno seguito (cf Lc 5,11; Mt 4,20.22); pensiamo a san Francesco d’Assisi: egli si fece povero e rinunciò gioiosamente alle ricchezze paterne, perché aveva trovato la «ricchezza vera». San Francesco aveva cercato con tutta l’anima la «perla preziosa» e inizialmente aveva creduto che la fama e gli onori fossero il tesoro della vita; facendo esperienza di varie disillusioni, Francesco finalmente capisce che la perla preziosa è Gesù Cristo: allora con una decisione stupefacente ma pienamente logica, abbandona tutto e segue Gesù Cristo e diventa l’uomo della letizia e della pace.

La sequela di Gesù, dunque, esige un pronto e radicale distacco. Chi segue lui non dice: «Ho lasciato», ma: «Ho trovato un tesoro» perché la perla preziosa e il tesoro è Gesù Cristo: come dice Paolo, «Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo» (cf Fil 3,8).

Noi, purtroppo, molto spesso consideriamo la religione come un peso; riduciamo la fede a una serie di divieti; abbiamo di Dio più l’idea del padrone che del Padre. Se il cristiano cronometra i minuti che dedica alla preghiera, vuol dire che ancora non ha capito che il tesoro della sua vita è Dio. Dio non si trova per la strada; Dio non è una banalità sulla quale si possa inciampare casualmente. Se si vuole incontrare Dio, bisogna cercarlo con lo stesso ardore con cui «la cerva anela ai corsi d’acqua» (cf Sal 42); se si vuole vedere Dio, bisogna desiderarlo con la stessa nostalgia con cui «le sentinelle attendono le luci dell’aurora» (cf Sal 130). Per arrivare a sentire il fascino potente del «tesoro» o della «perla preziosa» (che è Dio), è necessario prima averne avvertito la radicale povertà e fragilità della condizione umana: chi è pieno di sé o ricco di inutile ciarpame, certamente non si mette a cercare Dio. Pensiamo al giovane ricco, che all’invito di Gesù: «va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!», non ha avuto il coraggio di fare questo, e dunque «se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze» (cf Mt 19, 21-22).

Ed infine Gesù paragona il regno dei cieli «a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci». Come accanto al grano cresce la zizzania (cf Mt 13, 24-30), così vengono pescati pesci buoni e pesci cattivi. Ciò significa che la comunità cristiana è composta di santi e di peccatori, di buoni e di cattivi, di persone impegnate al servizio del vangelo e di persone disimpegnate. Quando però la rete è tirata a riva, i primi sono raccolti nei canestri, gli altri sono gettati via. Così, dice Gesù, «sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti». Ancora una volta egli ci ammonisce sul fatto che questa separazione avverrà solo nel giorno del giudizio, e spetterà a Dio e a nessun altro: se al presente il Padre «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (cf Mt 5, 45), poiché è paziente e misericordioso e non vuole che alcuno perisca ma piuttosto si converta (cf 2Pt 3,9), chi siamo noi per ergerci a giudici degli altri? Finché siamo in tempo dovremmo piuttosto pensare a convertirci per accogliere il Regno che viene, ricordando le parole di sant’Agostino: «Nell’ultimo giorno molti che si ritenevano dentro si scopriranno fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro».

A conclusione del suo lungo discorso Gesù afferma, rivolto ai suoi discepoli: «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Con queste parole ci affida la grande responsabilità di interpretare il tesoro delle Sante Scritture alla luce del Regno vissuto e annunciato da lui. Nella prima lettura, infatti, abbiamo ascoltato come Salomone chieda a Dio non ricchezza né successo, ma la sapienza, la capacità di distinguere il bene dal male, ciò che vale e ciò che non ha importanza. Di questo spirito di discernimento tutti abbiamo estremo bisogno, specialmente in un periodo storico così confuso e così travagliato.

Che il Signore Gesù, in cui «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (cf Col 2,3), ci dia la luce e la forza di distinguere il bene dal male e ci aiuti ad amarlo sempre più.

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/