padre Fernando Armellini

padre Fernando Armellini”Anche i sazi hanno fame”

XVIII Per annum

“Il Signore rende giustizia agli oppressi e dà il pane agli affamati” (Sal 146,7), sono le parole con cui il pio israelita professa la sua fede nella provvidenza. Gli fa eco Maria nel suo canto di lode: “Ha ricolmato di beni gli affamati” (Lc 1,53).

Ma come possono essere vere queste affermazioni se un quarto dell’umanità vive in condizioni di assoluta miseria, se ogni giorno decine di migliaia di bambini muoiono di fame, se milioni di persone rimescolano la spazzatura alla ricerca di cibo? Dio che veste i gigli del campo e alimenta gli uccelli del cielo si è forse dimenticato dei suoi figli? Perché il Padre non ascolta la preghiera di chi ogni giorno lo supplica: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”?

Gli indigenti hanno fame, ma anche i sazi si ritrovano tristi, frustrati e soli; la gratificazione del possesso dura pochi giorni, se non poche ore, poi riaffiora l’ansia e il vuoto interiore obbliga a ripartire alla disperata ricerca di altri beni. L’avere di più, invece di saziare, aumenta la fame e fa entrare in un vortice di morte senza uscita.

Questa spirale può essere interrotta. È possibile trovare il pane che sazia e il banchetto dove abbonda il vino della gioia, ma una sola è la via che vi conduce, non ci sono scorciatoie. I cammini che passano accanto alle boutiques, alle gioiellierie e ai negozi di antiquariato sono immaginati come “Vie della felicità”, ma sono ingannevoli. È illusorio anche il cammino indicato da chi predica il miracolismo, da chi invita a impetrare interventi soprannaturali; il Signore non intende sostituirsi all’uomo.

Un prodigio però egli lo promette ed è la sua parola che lo realizza: dove è accolto il suo vangelo i cuori si disintossicano dall’egoismo e sbocciano solidarietà e condivisione. Quando emergono questi sentimenti, la fame di pane scompare ed è saziata la sete di amore.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Dio si serve delle mani dell’uomo per sfamare i suoi figli”.

Prima Lettura (Is 55,1-3)

1 O voi tutti assetati venite all’acqua,
chi non ha denaro venga ugualmente;
comprate e mangiate senza denaro
e, senza spesa, vino e latte.
2 Perché spendete denaro per ciò che non è pane,
il vostro patrimonio per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone
e gusterete cibi succulenti.
3 Porgete l’orecchio e venite a me,
ascoltate e voi vivrete.
Io stabilirò per voi un’alleanza eterna,
i favori assicurati a Davide.

Siamo a Babilonia, sono già passati più di cinquant’anni da quando Gerusalemme è stata distrutta e da quando è iniziato il triste periodo dell’esilio. Gli israeliti che scoraggiati vivono in terra straniera un giorno odono risuonare la voce di un profeta; annuncia l’imminente caduta dell’impero babilonese, la liberazione, il ritorno in patria.

Nel brano di oggi, questa nuova condizione è paragonata ad un banchetto in cui ci sarà abbondanza di cibi e bevande. Per parteciparvi non sarà necessario spendere denaro, basterà avere fame e sete (v. l).

Il profeta però si rende conto che la maggioranza degli esiliati non ha né fame né sete. Essi si sono ormai stabiliti a Babilonia, bene o male si sono adattati alla situazione, non pensano affatto a costruirsi una nuova vita nella patria d’origine. Preferiscono restare dove sono e, se hanno messo da parte qualche risparmio, lo investono per comprarsi case e campi in Mesopotamia; non se la sentono di correre rischi, di lanciarsi in avventure che possono riservare sorprese. Insomma, a loro “il banchetto” non interessa, rifiutano l’invito.

Il profeta insiste, tenta di farli riflettere: la vostra non è una vera vita e chi impiega i propri soldi per sistemarsi definitivamente in terra straniera, sta “spendendo denaro per ciò che non sazia” (v. 2). Solo chi avrà il coraggio di partire sperimenterà la gioia della nuova realtà sociale preparata dal Signore.

Non venne ascoltato. I gruppi di israeliti che lasciarono Babilonia furono pochi e sparuti, la maggioranza non se la sentì di rischiare un nuovo esodo. Coloro poi che ritornarono… non trovarono alcun banchetto, furono accolti male, dovettero affrontare disagi e difficoltà d’ogni genere, per questo in molti sorse il dubbio di essere stati ingannati.

Ci volle del tempo prima che Israele intuisse il vero significato delle promesse del Signore. Non dovevano essere interpretate materialmente; si sarebbero realizzate, ma non in un futuro immediato. Il banchetto era il simbolo della salvezza offerta da Dio a tutta l’umanità.

La condizione in cui si trovavano i deportati a Babilonia è immagine di tutte le schiavitù in cui si dibatte ogni uomo. La tentazione di spendere denaro per ciò che non sazia, la diffidenza nei confronti di chi invita al banchetto e promette la vera gioia, la paura di intraprendere il cammino verso la terra della libertà sono sempre le stesse e si ripresentano continuamente.

Dio non pone di fronte all’evidenza, non dà prove convincenti, chiede fiducia incondizionata in ciò che promette. Solo chi ha già messo piede nella sala del banchetto del regno dei cieli può testimoniare di aver trovato la tavola imbandita. La sua gioia può divenire contagiosa e convincere anche i più diffidenti ad entrare.

Seconda Lettura (Rm 8,35.37-39)

35 Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
37 Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.
38 Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, 39 né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.

Cosa spinge l’uomo ad abbandonare la fede?

Le circostanze più disparate: gli avvenimenti tristi, ma anche la fortuna e il successo. Quando nella vita tutto va bene, si può essere tentati di fare a meno di Dio perché si ha già tutto ciò che si desidera. Ma sono soprattutto le contrarietà, le fatiche, i disagi, le sventure che generano sconforto e possono allontanare da Dio e da Cristo.

Paolo enumera sette di queste difficoltà: “la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada” (v. 35). Sono solo alcune – quelle che Paolo ha sperimentato nella propria carne (cf. 2 Cor 11,24-33) – la lista può essere completata da ognuno con l’aggiunta di quelle da cui si sente minacciato. Provo ad elencare quelle che oggi mettono a repentaglio più di altre l’adesione a Cristo: la paura di perdere occasioni e opportunità di essere felici; lo scoraggiamento, l’abbattimento di fronte alla constatazione delle proprie debolezze e miserie morali; la vergogna che porta a non ammettere serenamente i propri errori; il rimorso che fa sentire miserabili, genera angoscia, porta alla disperazione e fa dubitare di essere ancora amati di Dio.

La tentazione di scegliere una vita opposta ai principi evangelici è sempre incombente, ma Paolo assicura: “Nulla potrà separarci dall’amore di Dio e di Cristo” (vv. 35.39). È stato Dio ad aprire la partita con l’umanità e sarà lui a chiuderla, dopo averla condotta come solo egli sa fare, cioè vincendola.

Vangelo (Mt 14,13-21)

13 Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. 14 Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
15 Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. 16 Ma Gesù rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. 17 Gli risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!”. 18 Ed egli disse: “Portatemeli qua”. 19 E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. 20 Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. 21 Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Se si riduce questo miracolo a un gesto di potenza compiuto da Gesù per dare prova dei suoi poteri divini, ci si deve confrontare con una serie di obiezioni cui è difficile sfuggire. Non è molto verosimile lo spostamento di una folla di tante migliaia di persone; l’ora tarda che prelude l’imminente calare delle tenebre non è la più adatta per procedere a una distribuzione del pane a tanta gente; da dove sono saltate fuori le dodici ceste, le avevano portate con sé vuote? Ma la considerazione più provocatoria è un’altra: che interesse può avere per l’uomo d’oggi il fatto che, duemila anni fa, Gesù abbia sfamato cinquemila uomini, se poi Dio permette che si continui a morire per mancanza di pane?

Cosa sia realmente accaduto quella sera nei pressi del lago di Tiberiade è difficile stabilire e non è questo che importa, gli evangelisti infatti riferiscono l’episodio in ben sei versioni, ciascuna con un suo messaggio specifico. Vediamo di cogliere quello che il brano di oggi ci vuole dare.

Era diffusa al tempo di Gesù la convinzione che il messia avrebbe compiuto segni e prodigi straordinari, che avrebbe radunato il popolo, lo avrebbe introdotto nel deserto ove si sarebbe ripetuto il miracolo della manna.

Presentandoci Gesù che entra nel deserto seguito da un’immensa moltitudine di persone che ha abbandonato le città (v. 13), l’evangelista vuole farci vedere in lui il nuovo Mosè. Israele era uscito dall’Egitto ed era entrato nella terra promessa, ma non aveva ancora raggiunto la libertà, non era ancora entrato in comunione con il suo Dio. Eccolo ora condotto di nuovo nel deserto.

Se si vuole spingere più avanti il parallelismo basta collocare il brano nel suo contesto. Matteo ha appena descritto il banchetto organizzato per il compleanno di Erode, quello in cui è avvenuta l’esecuzione del Battista (Mt 14,3-12), banchetto che rappresenta in modo vivo la società corrotta, oppressiva e sanguinaria che deve essere ripudiata da chi segue Cristo. È nel deserto che vengono poste le basi di una società nuova.

Eccone le caratteristiche: anzitutto ha come guida Gesù e come norma dei rapporti reciproci i suoi stessi sentimenti. Egli sente compassione (v. 14). Il verbo impiegato – splagknizomai – non indica un vago sentimento di commozione, ma un’emozione profonda, viscerale (spagkna in greco sono dette le viscere). Lo abbiamo già trovato questo termine: “Vedendo le folle, Gesù ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36).

Di fronte ai bisogni dell’uomo Gesù non è insensibile, si sente partecipe, è coinvolto fin nel suo intimo, gli si stringe il cuore, ma la sua commozione non lo porta allo scoraggiamento, non sfocia in imprecazioni, in vane parole di rammarico o in uno sterile pianto, diviene stimolo all’azione immediata in favore di chi soffre: “Sceso dalla barca, vide una grande folla… guarì i loro malati” (v. 14).

La com-passione, il patire-insieme ai fratelli sono la forza che porta anche il discepolo a impegnarsi nella costruzione di una società nuova. Solo chi ha assimilato la sensibilità del Maestro è mosso a intervenire, a compiere i suoi stessi gesti di amore. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5) – raccomanda Paolo – “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri” (Rm 12,15-16).

Questo impellente bisogno interiore a compiere il bene è il segno inequivocabile della presenza nel discepolo dello Spirito di Cristo.

Non è solo con le malattie – con le manifestazioni della debolezza e fragilità dell’uomo – che Gesù si confronta. Anche l’impellente bisogno di cibo e la mancanza dei beni necessari alla vita vanno affrontati. Quale risposta dà Gesù alla fame che c’è nel mondo?

Se la soluzione fosse quella del miracolo, il brano di oggi non avrebbe molto da dirci perché a nessuno di noi è concesso di compiere simili prodigi. Con il suo gesto Gesù indica invece ciò che ogni discepolo può e deve fare affinché a nessuno manchi il pane. Egli non risolve il problema della fame senza la collaborazione dell’uomo.

La prima, subdola tentazione da cui mette in guardia è quella del disimpegno, quella di voler “congedare le folle” affinché ognuno se la cavi da solo, andando nei villaggi a comperarsi da mangiare (v. 15). È la proposta avanzata dai discepoli che, evidentemente, non hanno capito che l’adesione a Cristo implica un impegno concreto in favore di chi è nel bisogno. Non occorre che vadano – risponde Gesù – siete voi stessi che dovete dare loro da mangiare (v. 16).

Immediatamente viene sollevata la difficoltà che è anche la nostra: ciò che abbiamo non può bastare (v. 17).

Se ognuno conserva egoisticamente per sé ciò che possiede, nel timore che un giorno gli possa mancare il necessario, nel mondo ci sarà sempre fame.

Gesù chiede al discepolo di consegnarli ciò che ha, anche se a lui sembra poco. Cinque pani e due pesci – sette pezzi di alimento – sono il simbolo della totalità. Nulla va trattenuto, la generosità deve essere senza limiti. La condivisione dei beni è la proposta di Cristo ed è l’unica in sintonia con il progetto di Dio che è Padre e che vuole che i suoi figli vivano come fratelli, che non accumulino per se stessi, che non si accaparrino i beni destinati a tutti. Quando ognuno metterà a disposizione degli altri ciò che possiede (non solo il denaro, ma tutto se stesso: il proprio tempo, le proprie attitudini, la propria intelligenza, le proprie capacità…), si assisterà al prodigio: ci sarà cibo per tutti e ne avanzerà. Sulla generosità dell’uomo, infatti, si riversa sempre la benedizione di Dio.

Il pane che Gesù distribuisce non è però solo quello materiale.

Come l’acqua, anche il pane era in Israele simbolo della sapienza di Dio. Sia i profeti che i saggi dell’AT vi alludono spesso: “La Sapienza ha imbandito la tavola – dice l’autore del libro dei Proverbi – a chi è privo di senno essa dice: ‘Venite, mangiate il mio pane” (Pr 9,1-5) e Amos annuncia che Dio manderà la fame e la sete nel paese, “non fame di pane, né sete di acqua, ma di ascoltare la parola del Signore” (Am 8,11).

Un giorno Gesù ha affermato: “Non di solo pane, vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Il cibo che egli dona e che alimenta la vita dell’uomo è la sua parola, anzi è egli stesso, parola di Dio che deve essere assimilata.

“Gesù prese i pani – dice Matteo – e, alzati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai suoi discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla” (v. 19). Queste parole ci sono familiari: sono quelle dell’eucaristia. L’evangelista le riprende per far comprendere ai cristiani delle sue comunità che, dopo aver assimilato il pane del vangelo che è donato loro attraverso la predicazione degli apostoli, devono accostarsi anche al banchetto eucaristico per essere saziati.

Gli uomini sfamati sono cinquemila. È il numero che simboleggia Israele. È a questo popolo che è offerto il pane, è lui il primo invitato al banchetto annunciato dai profeti. Dopo che Israele sarà stato saziato, ne avanzeranno dodici ceste. Dodici indica la nuova comunità, quella costituita, attorno a Gesù, dai dodici apostoli. A questo nuovo popolo non mancherà mai il pane – che è Cristo – ci sarà sempre un resto e ogni volta riprenderà la distribuzione.

Attraverso i suoi discepoli – ai quali ha consegnato il suo pane – è Gesù stesso che continua a sfamare gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo.

Fonte:http://www.settimananews.it/


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