Don Marco Ceccarelli

Don Marco Ceccarelli Commento Don Marco Ceccarelli

XVIII Domenica Tempo Ordinario “A” – 2 Agosto 2020
I lettura: Is 55,1-3
II lettura: Rm 8,35.37-39
Vangelo: Mt 14,13-21

  • Testi di riferimento: Es 16,3-13; Nm 11,21-22; Dt 8,3; 1Sam 9,13; 1Re 17,12; 2Re 4,42-44; Sal
    22,27; 23,5; 36,9; 63,6; 78,18-29; 81,14-17; 127,2; Pr 4,4; 9,5; Is 25,6; 30,20-21; 44,3; Ger 31,3.14;
    Am 8,11-12; Ag 1,6; Mt 9,36; 10,28-31; 15,32-34; 16,8-11; 22,4; 26,26; Lc 1,53; 24,30; Gv 6,27;
    48-58; 7,37; 10,28-30; At 27,35; Rm 14,6-9; 1Cor 10,16; 11,24; Fil 4,19
  1. Il miracolo nel deserto.
  • Il luogo deserto. Il brano di Vangelo odierno narra un miracolo di Gesù presente in tutti gli evangelisti. Però ogni evangelista, come spesso accade, sottolinea degli aspetti particolari che ci aiutano
    a comprendere la prospettiva dell’evangelista stesso e il senso del miracolo che egli vuole evidenziare. Così in Mt è particolarmente accentuato il riferimento all’esodo degli ebrei nel deserto (Es
    16). Il deserto inteso non tanto come luogo arido e brullo – infatti c’era l’erba! (v. 19) – ma come
    mancante di cibo, di ciò che permette di vivere. In luoghi deserti non si può “acquistare” cibo, come
    invece è possibile fare in città. Le folle erano venute dalle città (v. 13) per Gesù; ma ora i discepoli
    consigliano a Gesù di rimandarle alle città perché possano comprare cibo (v. 15). Anche gli ebrei, al
    tempo dell’esodo, volevano tornare in Egitto dove potevano avere la sicurezza del cibo (Es 16,3;
    Nm 14,4). Il miracolo nel luogo deserto sta a dire che Gesù – ma anche i suoi discepoli! – sono in
    grado di provvedere il cibo, e quindi la vita, anche dove non si trova.
  • Il pane che avanza. Come era stato per gli ebrei durante l’esodo, le folle mangiano, si saziano, e
    inoltre ne avanza (Mt 14,20). Questo evoca la manna che cadeva nel deserto il sesto giorno. Normalmente la manna non poteva essere conservata perché il giorno seguente era già corrotta (Es
    16,20). Non così però per quella che cadeva il sesto giorno. Essa doveva essere raccolta anche per il
    giorno successivo, cioè il sabato; e tale manna del sesto giorno rimaneva incorrotta. Il pane che Gesù offre è dunque superiore al nutrimento quotidiano perché è un cibo che non perisce (Gv 6,27).
  1. Il riferimento all’ultima cena. Il miracolo rimanda però anche al mistero dell’eucarestia (si usano
    gli stessi quattro verbi fondamentali). Nel regno dei cieli, in cui Gesù invita tutti ad entrare, esiste
    un banchetto (cfr. Mt 22,1ss.) offerto da Gesù stesso, e di cui egli stesso è il cibo. Il pane che non
    perisce è Cristo stesso. La “compassione” divina che si è fatta presente in Cristo offre oltre alla guarigione (v. 14), cioè ad una vita migliore e più duratura, il cibo necessario per vivere. In questo ha
    un ruolo fondamentale la Chiesa. In Mt 9,36ss. appare una situazione analoga in cui Gesù, sentendo
    compassione per la folla, comanda ai discepoli di fare qualcosa. In quel caso li invia ad annunciare
    il regno di Dio, a guarire gli infermi e a cacciare i demoni. Sono le cose che aveva fatto lui stesso e
    che ora egli vuole siano portate avanti dai suoi discepoli. La stessa dinamica appare nel brano
    odierno (e anche nella seconda moltiplicazione dei pani in Mt 15,32ss.). È Gesù che ha compassione, che agisce, che vuole sfamare la folla e lo fa; ma non lo fa senza i discepoli. Il riferimento
    all’ultima cena è evidente. Lì infatti Gesù comanda ai discepoli di continuare il memoriale della sua
    pasqua (Lc 22,19). Senza la Chiesa non c’è il memoriale della pasqua di Cristo, nella quale si attualizza il mistero pasquale per la salvezza degli uomini. Se Gesù ha voluto così non possiamo sorvolare su questo. Non possiamo pretendere di avere un rapporto diretto con Cristo, quando lui stesso ha
    voluto agire in funzione nostra attraverso i suoi discepoli, cioè attraverso la Chiesa.
  2. Cristo è sufficiente.
  • La chiave per capire il segno che Gesù compie sembra risiedere nel dialogo dei vv. 15-16.
    Nell’affermazione dei discepoli («congeda la folla …») traspare una convinzione che appartiene
    non di rado, in forma più o meno esplicita, alle persone che seguono Cristo. Per quanto egli sia importante, c’è qualcosa che tuttavia lo supera; c’è qualcosa che ad un certo punto ti fa dire: adesso
    basta, adesso mi devo dedicare a qualcos’altro. Cristo non può monopolizzare la totalità
    dell’esistenza; è necessario dedicarsi anche ad altre cose. In particolare, la necessità di mantenersi in
    vita supera di importanza anche lo stare con Cristo. Si tratta di una costante tentazione nella fede.
    Rimane sempre qualcosa di più importante, di più necessario di Dio. È la tentazione di Israele nel
    deserto. Quando la loro vita è in pericolo gli israeliti rimpiangono l’Egitto, perché è meglio vivere
    in schiavitù che morire con Dio. Dio va bene; ma fino a un certo punto. La religione, la fede, lo spirito, ok! Ma bisogna pensare anche al corpo, al mantenersi in vita. Come se il rapporto con Dio fosse importante sì, ma pur sempre una delle tanti componenti vitali per l’esistenza. Per questo Jahvè
    porta Israele nel deserto, perché sperimentino che invece Lui è sufficiente. Dio basta. Dio non è uno
    dei tanti mezzi con cui l’uomo cerca di risolvere i problemi legati alla sua esistenza, per cui quando
    i mezzi umani non bastano ci si rivolge a Dio, e quando Dio non basta ci si rivolge ai mezzi umani.
    In questo caso Dio viene equiparato ad un idolo. È la grande tentazione. Dio invece è tutt’altro. Dio
    è il padrone della vita. Se siamo con lui non abbiamo bisogno di cercare la vita altrove, perché nulla
    ci può separare dal suo amore (seconda lettura). L’esperienza del deserto serve ad insegnare che non
    c’è nulla di più necessario di Dio. Se non si capisce questo, l’apostasia sarà una tentazione costante
    davanti a qualsiasi situazione percepita come una minaccia.
  • La stessa cosa fa Cristo. Egli vuole insegnare, innanzitutto ai suoi discepoli, che «non è necessario
    che essi vadano» (v. 16). Si corre sempre il rischio di pensare che c’è qualcosa di più importante
    che la fede, che l’amare Dio sopra ogni cosa. È sempre presente il rischio, anche e soprattutto per
    gli uomini di Chiesa, di pensare che la gente ha più bisogno di altre cose che di Cristo. E invece non
    è così. Anzi, proprio quegli uomini di Chiesa, tentati di lasciare che la gente si allontani da Cristo,
    sono coloro che possiedono quello di cui la gente ha più bisogno, del vero cibo, della vera vita. E
    proprio loro sono i primi a doverlo capire e credere. Se Cristo dice ai suoi discepoli «date voi da
    mangiare a loro», è perché Gesù sa che la Chiesa ha a disposizione il vero cibo per saziare la fame
    degli uomini. Per questo in Mt 16,8-11 Gesù rimprovera i discepoli, preoccupati della mancanza di
    cibo, di essere senza fede e senza comprendonio per non avere capito i due miracoli dei pani. I due
    miracoli erano innanzitutto per loro, perché non dubitassero che Cristo è l’unica cosa necessaria, è
    l’unico vero cibo di cui preoccuparsi. E questo cibo è la persona stessa di Cristo che nell’ultima cena, dopo aver preso, benedetto, spezzato e dato il pane, dirà: “Questo è il mio corpo”, cioè se stesso
    per la vita del mondo. E i discepoli dovranno continuare a dare la persona di Cristo agli uomini.
    Non è facile capire questo. Il fatto è che tutto ciò, per quanto bello sia, sembra sempre un modo di
    dire, una specie di poesia; mentre la cruda realtà pare un’altra. Così non capiamo perché Gesù abbia
    detto di non preoccuparsi del cibo e del vestito, perché il Padre nostro celeste sa di cosa abbiamo bisogno (Mt 6,25-32). Invece occorre cercare prima il regno di Dio e tutto ci sarà dato (Mt 6,33). Cristo è il regno di Dio, l’unica cosa veramente necessaria (Lc 10,42), e da lui ci viene il cibo che sazia
    la fame di ogni vivente.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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