mons.Roberto Brunelli”Un pane per tutti nel deserto del mondo”

Un pane per tutti nel deserto del mondo
mons. Roberto Brunelli

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (02/08/2020)

Vangelo: Mt 14,13-21

Giovanni Battista, colui che aveva riconosciuto pubblicamente Gesù come il Messia annunciato dai profeti, viene ucciso dal re. Alla notizia Gesù intende ritirarsi in disparte, si può presumere a riflettere, a pregare, ma la folla non gli dà tregua, e addirittura lo precede là dove intuisce che egli sta per recarsi: e così, narra il vangelo di oggi (Matteo 14,13-21), Gesù si trova ancora una volta attorniato dalla folla. Altri, forse, in una tale situazione se ne sarebbero andati con insofferenza; ma non lui: mosso da compassione, egli riprende a guarire i malati. Intanto si fa sera, il luogo è deserto, gli apostoli gli suggeriscono di congedare i presenti perché vadano nei villaggi vicini a procurarsi la cena: e invece provvede lui a sfamare tutti, moltiplicando cinque pani e due pesci con tanta abbondanza da riempire dodici ceste con i pezzi avanzati.


E’ uno dei miracoli più vistosi narrati dai vangeli: i quali non riferiscono come hanno reagito quanti ne hanno beneficiato. Probabilmente molti avranno pensato di rivivere un lontano ma ben noto episodio della storia d’Israele, quello della manna con cui Dio sfamò nel deserto i fuggiaschi dall’Egitto in cammino verso la terra promessa (Esodo 16). I più istruiti nelle Sacre Scritture forse l’hanno considerato un primo avverarsi delle antiche profezie, relative al banchetto che Dio prepara per i suoi amici nel suo regno (Isaia 25,6). Tutti vi avranno visto un ulteriore segno della potenza di quel Maestro che stavano seguendo, e della sua sollecitudine per le necessità di chi incontrava.


Tali valutazioni sono tutte sensate, ma manca la principale, che nessuno allora poteva conoscere. La moltiplicazione dei pani e dei pesci precedette il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao (Giovanni 6), dove scandalizzò i presenti dicendo, in sintesi: “Voi mi cercate perché vi ho dato pane da mangiare, e sperate di riceverne altro. Ma io vi darò un cibo che vi sfama per la vita eterna, ed è la mia carne e il mio sangue”. Promessa realizzata nell’ultima cena, con l’istituzione dell’Eucaristia; distribuendo agli apostoli pane e vino, disse: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo… Prendete e bevete, questo è il mio sangue” (Luca 22,19-20). E aggiunse un ordine, “Fate questo in memoria di me”: un ordine cui adempie ogni celebrazione della Messa.


 L’Eucaristia è dunque il pane che Dio offre nel deserto di questo mondo, non una volta a un gruppo di seguaci ma moltiplicato per tutti quanti lo vogliono, tutte le volte che vogliono. Non un pane materiale, che sazi il corpo per qualche ora, ma il pane in grado di saziare la fame che ci portiamo dentro, di pace, di giustizia, di amore, di felicità. Un pane a sua volta caparra di quanto Dio vuole donarci quando saremo definitivamente con lui.


 Si sbaglierebbe però se si desse un valore soltanto spirituale al gesto compiuto da Gesù con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, quasi fosse appena il pretesto per introdurre il discorso sull’Eucaristia. La fame di quella folla lo preoccupava di per sé stessa, anche indipendentemente dal seguito; come tante volte ha soccorso di chi era in necessità, così è intervenuto quel giorno. Dando da mangiare, come guarendo i malati o salvando gli apostoli dal naufragio nel mare in tempesta, ha dimostrato quanto ritenga importante anche la vita fisica degli uomini, lasciando così un esempio concreto per quanti in seguito si sarebbero fatti suoi discepoli. Egli è intervenuto con i mezzi di cui lui solo disponeva, e non pretende che i cristiani facciano miracoli; ma certo li vuole impegnati come è loro possibile per sostenere anche la vita fisica dei loro simili.


Duemila anni di cristianesimo sono stati densi di impegno per l’annuncio della salvezza spirituale, ma densi anche di concrete opere di carità. Ed è giusto così: Dio ha voluto l’uomo composto di corpo e anima, ed entrambi gli stanno a cuore. Se ci si curasse soltanto di uno dei due, saremmo fuori della sua ottica.

Fonte:https://www.qumran2.net/