XVIII domenica del T.O.

L’uomo: un essere di fame!

Avendo udito della morte di Giovanni Battista, Gesù parti di là su una barca e si ritirò in un
luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla
barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: “il luogo è deserto ed è ormai
tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù disse loro:
“Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo
altro che cinque pani e due pesci”. Ed egli disse: “Portatemeli qui “. E, dopo aver ordinato alla
folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la
benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà,
e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa
cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
(Mt 14, 13-21)
Per commentare opportunamente questa pagina evangelica, dai molti e grandi significati, mi sembra
conveniente partire da due premesse.

  • Nell’attuale situazione occidentale viviamo un clima di grande sazietà: i beni abbondano. Sì
    ci sono anche tra noi famiglie e persone in difficoltà economica, ma generalmente si vive e
    si mangia bene. Si sta così bene che molti, anche gli anziani, si scordano gli anni della
    guerra in cui si mangiava poco e male. Questo clima di benessere, segnato dal superfluo, ci
    impedisce di provare vera partecipazione quando poi in televisione osserviamo gente
    affamata, ripresa in angoli lontani della terra: non ci immedesimiamo in loro, non ci
    rendiamo pienamente conto di cosa provino. Popoli interi convivono con lo spettro della
    fame, in Africa, in Asia, in America Latina: se dividessimo gli abitanti del mondo in tre
    parti, potremmo dire in maniera approssimativa che un terzo sta bene, un altro terzo vive
    stentatamente sull’orlo della denutrizione, e l’ultimo terzo passa le ore letteralmente in preda
    ai morsi della fame. Si dice che ogni giorno quarantamila bambini muoiono di fame. Che
    cosa possiamo fare? Anche l’attuale massiccia, e quasi inarrestabile, ondata di emigrazione
    ne è un segno. Il grande teologo e filosofo Pannikar proponeva un concilio di tutte le
    religioni per mettere a tema la fame e l’emigrazione.
  • Questi enormi problemi umani domandano solidarietà e fraternità pur riconoscendo la loro
    complessità.
    Il neo individualismo, che serpeggia anche tra i cattolici praticanti, porta ad un marcato
    disimpegno dalle problematiche mondiali, a volte velenosamente giustificato
    dall’insinuazione che in quei luoghi manca la voglia di lavorare. Nessuno però riflette
    seriamente: se fossimo nati noi in quei paesi poveri, sperimenteremmo le medesime
    difficoltà, per la mancanza d’istruzione, di strutture, di progetti, che aiutino le persone a
    crescere, a formarsi.
    Il gruppo di Sant’Egidio, a Roma, è stato messo sotto accusa per aver affisso alle porte della
    chiesa un manifesto che elencava alcuni dati sulla povertà del mondo: risaltava l’ingiustizia,
    la disparità tra chi ha molto e chi ha poco e niente. È stato detto che quel manifesto creava
    disagio tra i praticanti della messa domenicale e incitava all’odio verso i ricchi. Sarà un caso
    limite? Forse, però molti gruppi di Giustizia e Pace non trovano grande accoglienza nelle
    nostre parrocchie.

 “Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Cinquemila
uomini, più di diecimila persone (perché per noi le donne e i bambini contano e perciò li contiamo)
alle quali il fascino di Gesù ha fatto dimenticare che è scesa la sera, che è tempo di ritornare a casa.
I discepoli, uomini pratici, dicono: “Congeda la folla perché vada a comprarsi da mangiare”. Se non
li congeda lui, loro non se ne andranno.
Ma Gesù non li manda via, non ha mai mandato via nessuno. Mi piace questa immagine di Gesù
che non vuole allontanare nessuno da sé, che li vuole tutti intorno a mangiare con lui. È
un’immagine femminile di Dio, un Dio che vuole nutrire. Quante volte nel Vangelo lo si vede
intento a condividere il pasto con altri, e contento di questo, da Cana all’ultima cena, da Emmaus
fino a quando cuoce il pesce sulla riva del lago per i suoi apostoli.
Così tanto amava mangiare con gli altri e tenerli uniti a sé, che ha fatto di questo il simbolo
dell’intera sua vita: quando me ne andrò e non potrò più riunirvi e darvi il pane, benedirlo,
spezzarlo, condividerlo, voi potrete ancora riunirvi e mangiare di me. Questo è il senso
dell’Eucarestia.
 “Voi stessi date loro da mangiare”. Gesù, e quindi i suoi discepoli, la Chiesa, non si
chiama fuori dalle preoccupazioni concrete, s’interessa di tutto l’uomo, della sua infermità, della
sua emarginazione, ed appunto della sua fame. Sa, semplicemente, che l’uomo non può essere
pienamente tale quando non mangia, quando è malato o escluso. Egli predica un Dio che si prende
cura di noi, che ha passione per noi e le nostre sofferenze, che combatte le privazioni, che odia ogni
lesione della dignità e dei diritti umani. Dunque la religione di Gesù non è tanto aldilà, ma anche e
forse soprattutto aldiquà. I miracoli sono segni profetici, meravigliosi, che esprimono l’impegno del
Maestro, e di chi vuole essere suo discepolo, ad impiantare la giustizia, a sconfiggere ogni forma di
menomazione e di sfruttamento. Dio ama gli uomini e le donne, e li vuole in piedi, vuole che vivano
con dignità e serenità.
 “Prese i cinque pani e i due pesci…… spezzò i pani e li diede ai discepoli”. È stata una
moltiplicazione o una condivisione? Non sappiamo cosa sia realmente avvenuto, però non è escluso
che le persone avessero portato con sé qualche provvista di cibo, ma ciascuno lo teneva per sé.
Quando esse hanno visto che qualcuno (forse un ragazzo, secondo il Vangelo di Giovanni), aveva
portato a Gesù cinque pani e due pesci hanno avuto la spinta di condividere con tutti quello che
possedevano. E tutti hanno mangiato fino ad avanzarne.
Forse il vero miracolo non è stato nel fatto che Gesù abbia moltiplicato il pane, ma nel fatto di aver
cambiato il cuore delle persone. Se anche oggi tutti mettessimo in comunione quello che
possediamo, tutti gli uomini e le donne si sazierebbero e ne avanzerebbero anche. Non manca il
pane, manca l’amore.

Due piccoli impegni:

Vincere il rischio dell’individualismo.

Credere e impegnarsi per la giustizia.


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