DANIELE PRESSI”Stare a tavola: l’educazione non c’entra”

– XVIII Dom. T.O.

Te lo dico io, Jack. Si diventa vecchi e si scopre di essere pronti per qualcosa, ma non si sa che cosa. Ci si continua a preparare. Ci si pettina, si sta alla finestra, a guardare fuori. A me sembra di avere sempre un piccolo rompipalle che mi gira intorno. È per questo che sono saltato in macchina e sono venuto fin qui senza fermarmi.
–  Per rompere l’incantesimo,  –  concordai.  –  Per sfuggire alle cose di tutti i giorni, che possono essere mortali, Vern, se portate all’estremo. Secondo un mio amico è per quello che la gente va in ferie. Non per riposare o divertirsi o vedere posti nuovi. Per sfuggire alla morte insita nelle cose di tutti i giorni.
(D. DeLillo, Rumore Bianco)

No, non sto cercando di rovinarti le ferie. Sia che tu ti trovi sotto un ombrellone a condire di questa piccola riflessione la vacanza, sia che tu stia attendendo con ansia di andarci, in vacanza. Domani parto per il mare pure io e non ho la benché minima intenzione di appesantirmi proprio il giorno prima.

Solo che… Solo che… Don DeLillo (che non è un prete, ci tengo a precisare) non ha tutti i torti. Come negare che nelle piccole cose di tutti i giorni ci sia una sottile cappa di morte? Appena si ferma la staffetta dell’abitudine quotidiana, non senti anche tu la sensazione che in tutto quel marasma ti stai perdendo qualcosa di preziosissimo? Ché sembra che la vita si stia prosciugando? E anche le relazioni spesso non sfuggono a questa legge. Nella gran parte dei casi diventano un mercimonio di reciproche prestazioni, di reciproci sfoghi, che con l’amicizia e l’amore davvero hanno poco a che fare.

E appena ci penso un po’ mi rendo conto che la gran parte di ciò che faccio è semplicemente una grande opera di distrazione rispetto a questa permanente sensazione di vita a perdere in cui sono immerso. Una bella bulimia di esperienze, relazioni, impegni che mi faccia da rumore bianco, che mi faccia addormentare pur nel disturbo di questa angoscia fondamentale. Ferie comprese.

Mica bello a vederla così, no? Eppure io credo che il bello in tutto questo è che possiamo scegliere: possiamo scegliere come e possiamo scegliere perché stare in questa vita. Che non possiamo cambiare per la minestra che ci propina. Ma possiamo cambiare per il modo che abbiamo di stare a tavola.

Il libro dell’Esodo ci parla del popolo d’Israele immerso nel deserto. Immerso nello stesso marasma arido che a te succhia la vita. E proprio lì, proprio in quel deserto è stato condotto da Dio per fare un cammino di liberazione. Non per scappare!
Ecco: come per il popolo d’Israele anche per me, per te, la scelta è vitale. O stare in quel deserto in una fuga perenne e in una perenne fame da bulimia, che mai riesce a liberarsi da una schiavitù che è più dentro che fuori. O stare in quel deserto per diventare liberi. E vicino a “liberi” mettici tutto quello che di bello ti viene in mente: felici, amati, vivi…!

L’esito, nel primo caso, è la mormorazione risentita: “Sono stato fregato”. E questo tutti lo sentono prima o poi in quello che vivono: nell’essere prete, nella persona amata, nella scelta politica, nel volontariato, nel lavoro. E, non a caso, la parola “mormorazione” in ebraico ha una radice linguistica comune con la parola carestia: non è il pane che manca a creare la mormorazione, ma è la mormorazione a creare carestia relazionale e quindi quel senso di vuoto che fa sentire l’amaro gusto della morte. Vivi per scappare dal deserto e nulla ti basterà mai.

Oppure possiamo sederci al tavolo della vita e scoprire chi ci serve a tavola. Chi cammina con noi nel deserto, facendo da cambusiere. E scoprire che anche una minestra è il migliore banchetto del mondo se non lo sto mangiando da solo, ma con chi mi vuole bene. Che anche un pezzo di pane può diventare il tutto che nutre la mia fame. Che un banchetto, una festa non sono tali per la quantità delle portate, ma per la qualità di chi lo condivide con me.

Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! (Giovanni 6,35)

E non credere che sia così idilliaco stare a tavola così: è anzi esigente, perché mi costringe al confronto, mi costringe a mettermi in discussione. Stare piegato e risentito sul mio piatto è molto più semplice.
Ma soprattutto, non pensare che venga naturale. Richiede una scelta. Non è un caso che dobbiamo insegnarlo ai bambini: “Cosa si dice?”. Grazie.The following two tabs change content below.

Fonte:twittomelia.it