Don Marco Ceccarelli Commento XIX Domenica Tempo Ordinario “A”

XIX Domenica Tempo Ordinario “A” – 9 Agosto 2020
I lettura: 1Re 19,9.11-13
II lettura: Rm 9,1-5
Vangelo: Mt 14,22-33

  • Testi di riferimento: Es 14,24; Dt 31,6; Gb 9,8; 26,11-12; 38,16; Sal 2,7; 18,17; 65,7; 69,2-3;
    77,16-20; 89,9-10; 107,29; 116,3-4; 138,7; 144,7; Sap 14,3; 17,15; Is 41,10; 43,10-11.16; 44,8;
    51,9-10; Lam 3,54-57; Ab 3,15; Mt 8,3.24-26; 28,9.17-20; Mc 1,31.41; 8,23; 9,27; Lc 24,37-39; Gv
    6,20; At 9,20; Gc 1,6-8; 1Gv 5,5; Ap 1,17
  1. La prima lettura. Questo brano, che tratta dell’episodio in cui Dio si manifesta ad Elia sul monte
    Sinai, meriterebbe un commento dettagliato, tenendo conto anche delle parti che sono state omesse.
    Sinteticamente possiamo dire che Elia è chiamato a fare sul Sinai un’esperienza diversa da quella di
    Mosè narrata nel libro dell’Esodo. Là Mosè era a capo di un popolo che aveva bisogno di vedere
    una manifestazione eclatante di Dio attraverso fenomeni atmosferici (Es 19,16-20). Qui invece Elia
    è solo, e Dio gli si manifesta in altro modo, attraverso il «suono di un silenzio (o “calma”) tenue»
    (v. 12). Ciò non significa che soltanto in questo momento Dio gli parla, perché «la parola del Signore gli fu rivolta» anche prima (v. 9). Ma l’esperienza di questa presenza misteriosa di Dio nel silenzio serve al profeta per comprendere che Dio c’è anche quando non sembra. Elia deve capire che
    Dio è presente anche quando non si rende visibile in maniera evidente, anche quando Egli non si
    manifesta nei modi in cui noi pensiamo debba farlo. Elia era fuggito verso il deserto perché il re lo
    voleva uccidere; aveva chiesto a Dio di farlo morire perché non c’era più nessuno – secondo lui –
    che seguiva la fede in Jahvè (1Re 19,10.14). Ma Dio lo porta al Sinai, al luogo dove Egli si era unito in alleanza con Israele, per fargli comprendere che le cose stanno diversamente. Dio ancora è in
    mezzo al suo popolo ed Elia deve continuare la sua missione. Anche quando Dio sembra scomparso, anche quando Dio non appare in modi sensazionali, anche quando sta in silenzio o sembra dimenticato perché più nessuno lo vuole ascoltare, occorre credere che invece Egli c’è e continua ad
    agire.
  2. Il Vangelo.
  • Il potere divino di Gesù. Già più di una volta l’evangelista Matteo ha messo in evidenza le caratteristiche divine dell’uomo Gesù. Lo stessa cosa fa con l’episodio narrato nel brano di Vangelo odierno, che è strettamente legato a quello precedente. Come il miracolo della moltiplicazione anticipava
    l’ultima cena, così quello dell’apparizione sulle acque è anticipazione delle apparizioni del Cristo
    risorto e della manifestazione della sua divinità. In particolare anticipa la scena finale di Mt in cui i
    discepoli gli si prostrano davanti, come fanno sulla barca, e in cui Gesù rivela la sua potenza universale (Mt 28,18). Quello che Gesù compie non è semplicemente uno dei tanti miracoli, ma il segno più evidente della sua divinità. Per degli ebrei come i discepoli era assolutamente chiaro che
    soltanto Jahvè ha potere sul mare; è Lui che «riduce la tempesta in calma» (Sal 107,29; vedi anche
    gli altri testi di riferimento). Il mare, proprio perché costituisce una enorme potenza naturale, diventa il simbolo di quella forza invincibile che è la morte. Sul mare Gesù offre perciò un’anticipazione
    della sua signoria universale che si manifesterà dopo la sua risurrezione e che egli trasmette agli
    apostoli. Cristo non solo cammina sulle acque del mare e ne calma la forza, mostrando che egli è il
    Pantocrator divino, ma anche dimostra, facendo camminare Pietro – e qui sta la peculiarità di Mt –
    che questo potere lo trasmette alla Chiesa, rappresentata da Pietro; la quale Chiesa, anche se dovrà,
    pure in futuro, essere esposta al dubbio (Mt 28,17), tuttavia Cristo non abbandonerà. Alla fine di
    Mt, i discepoli sapranno che Gesù è non solo “Io sono” (14,27), ma anche “Io sono con voi”
    (28,20).
  • La paura dei discepoli (vv. 26.27.30). Siamo in quella parte del vangelo di Mt in cui Gesù ammaestra i suoi discepoli a diventare le guide del regno di Dio, i capi della Chiesa. Sono lezioni di discepolato. Come con il miracolo della moltiplicazione (vedi omelia precedente), anche con questo Cristo vuole insegnare qualcosa ai discepoli. Il mare è il simbolo della morte, cioè di tutte quelle realtà
    su cui noi non abbiamo potere, sulle quali non riusciamo a dominare: “A tutto c’è rimedio tranne
    che alla morte”, si dice. La paura nasce da questa incapacità di tenere tutto sotto controllo. Essere
    discepoli di Cristo significa avere a che fare con realtà che ci superano. I discepoli di Gesù non disporranno di mezzi potenti per affermare il loro messaggio e compiere la loro opera. Disporranno
    soltanto della promessa che Cristo ha fatto di essere sempre con loro (28,20). Ma spesso anche i discepoli devono fare i conti con una apparente assenza di Cristo. I cristiani sono chiamati a fare
    l’“impossibile”, a morire ogni giorno con Cristo (Rm 8,36; 2Cor 4,10; 2Tm 2,11); e questo spesso
    genera paura perché la presenza di Cristo non è sempre molto chiara. Dopo la risurrezione Cristo
    “sparisce” (come in 14,23 Gesù si era assentato per stare con il Padre) e i suoi discepoli rimangono
    “soli”. Noi vorremmo sempre vedere miracoli, segni espliciti dell’assistenza divina. Ma non sono
    questi i segni che Gesù vuole dare (Mt 12,38-39; 16,1-4). Ci sono momenti in cui Cristo sembra un
    fantasma; momenti in cui non interviene con segni eclatanti. Ci sono momenti di paura, soprattutto
    in considerazione del fatto che i figli del regno saranno perseguitati (il vento, le acque; cfr. Mt
    7,25.27). Ci sono momenti in cui ci si sente sprofondare nel mare, in cui ci si sente assolutamente
    perduti e si ha paura. Non è più sufficiente sapere che è stato Cristo a metterci in quella situazione,
    e nemmeno sapere che lui è sempre con noi e ci dice “coraggio, non avere paura”. Cristo appare
    sempre più come un fantasma. Eppure è proprio in questa situazione che si fa l’esperienza di essere
    discepoli di Cristo.
  • Gesù non solo ha il potere di camminare sul mare, ma anche la capacità di condividere il suo potere e autorità con altri. Questa è la vera grande buona notizia. Il potere della risurrezione di Cristo
    viene partecipato alla Chiesa (Fil 3,10), rappresentata da Pietro, ed essa lo parteciperà agli uomini.
    L’esperienza di Pietro diventa paradigmatica per tutti i cristiani. Nonostante che spesso riusciamo a
    camminare sopra situazioni impossibili, arriva un momento in cui ci facciamo spaventare. Sulla
    consapevolezza di essere beneficiari di un potere “soprannaturale” prevale la convinzione che sia
    impossibile fare quello che già stiamo facendo. “Venire a Cristo” (vv. 28.29) in fondo significa questo: lasciare che sia lui a dominare sulle realtà rinunciando a farlo da noi stessi, sapendo che ci basta
    la sua grazia, perché il suo potere si manifesta pienamente nella nostra debolezza (2Cor 12,9). Ma
    questo a condizione che ci sia la fede. È la fede che rende possibile il passaggio del potere di Cristo
    da lui agli uomini. Senza la fede si affonda (e tuttavia Gesù salva). La Chiesa è testimone davanti al
    mondo del potere universale di Cristo attraverso la partecipazione al suo mistero pasquale.
  • “Dio stende la mano e salva dalle grandi acque”. Così si afferma in Sal 18,17 e 144,7 (nel primo
    caso il termine “mano” non c’è, ma è sottinteso). E in entrambi i passi le “grandi acque” sono una
    metafora dei nemici da cui il salmista è liberato da Dio (cfr. anche Sal 138,7). Così Gesù molte volte manifesta il suo potere divino con il gesto della sua mano tesa che salva, che guarisce (vedi testi
    di riferimento). Dio in Gesù si è fatto vicino a noi e ci ha steso la sua mano, non per castigarci ma
    per salvarci. Da qualsiasi male, per quanto più forte di noi, Cristo ha il potere di liberarci, di sanarci.
    Occorre allora gridare come Pietro: “Signore salvami” (v. 30); ma anche afferrare e tenere stretta
    quella mano e lasciarsi condurre da lui.
  1. La salvezza che viene da Dio. Anche se può sembrare scontato, non lo è affatto: per lasciare che
    Dio ci salvi occorre rinunciare a volere salvarsi da soli. Per questo occorre smettere di agitarsi.
    L’agitazione è il tipico atteggiamento umano suscitato dalla paura, di fronte a ciò che non si domina. È l’estremo tentativo di trovare il più in fretta possibile una via di uscita da un pericolo imminente. Per venire in nostro aiuto Dio chiede la calma: «Nella conversione e nella tranquillità sarete
    salvati; nello stare calmi e nella confidenza sarà la vostra forza» (Is 30,15). È quella “calma” di cui
    parla la prima lettura (1Re 19,12), e in cui Dio si manifesta e salva. Prima del passaggio del mar
    Rosso Jahvè comanda agli israeliti di stare calmi e zitti (Es 14,14). Se vogliamo essere salvati occorre lasciare che sia Dio a farlo rinunciando quindi a salvarci da soli. Il coraggio che comanda Cristo (Mt 14,27) e che contrasta la paura, è proprio questa rinuncia a salvarsi da soli, ad attendere la
    salvezza divina.