Don Marco Ceccarelli

Don Marco Ceccarelli Commento XX Domenica Tempo Ordinario

XX Domenica Tempo Ordinario “A” – 16 Agosto 2020
I lettura: Is 56,1.6-7
II lettura: Rm 11,13-15.29-32
Vangelo: Mt 15,21-28

  • Testi di riferimento: Es 22,31; Sal 145,19; Is 25,6; Mt 7,6; 8,8-13; 9,27.29; 10,5-7; 11,21-22;
    19,30; 20,30-31; Mc 3,7-8; 5,34; Lc 7,9; 13,28-30; 14,15; 16,21-22; At 3,25-26; 13,46; 15,9; 16,16-
    18; Rm 3,9.29; 10,12; 15,8; Fil 3,2; Ap 19,9; 22,15
  1. La formazione dei discepoli. Il brano odierno del Vangelo si colloca ancora nel contesto della
    formazione che Gesù svolge nei confronti dei discepoli, preparandoli per il ruolo che essi avranno
    all’interno del nuovo popolo di Dio; perciò l’episodio ha uno scopo pedagogico nei confronti dei discepoli. Curiosamente, come per la moltiplicazione dei pani (cfr. Mt 14,15), anche in questo caso
    pare che i discepoli siano più compassionevoli di Gesù. Essi vorrebbero che la donna fosse esaudita
    e intercedono in suo favore (anche se magari solo per umana convenienza: v. 23). Cristo però, attraverso di lei, ha qualcosa da insegnare ai discepoli. Gesù è realmente colui che adempie le promesse
    messianiche rivolte ad Israele (Rm 15,8). Egli è veramente il figlio di Davide, come afferma la donna; egli è il re d’Israele, mandato appunto per “le pecore perdute della casa di Israele”. E tuttavia il
    suo regno si estende a tutti gli uomini e tutti gli uomini avranno la possibilità di accedervi. Di questo gli apostoli, e con loro tutta la Chiesa, ne devono essere ben consapevoli.
  2. Le pecore perdute della casa d’Israele.
  • È utile innanzitutto tenere presente il contesto precedente al brano odierno. In Mt 15,1-20 Gesù ha
    una discussione con i farisei riguardo all’osservanza della legge. Egli non sminuisce l’importanza
    della legge; anzi, al contrario, la difende dalle manomissioni derivate dalla tradizione giudaica. Però
    Gesù rivela che l’osservanza della legge non risolve il problema fondamentale, cioè non salva
    l’uomo dal suo male; perché il suo male si annida nel cuore. È il cuore che rende immondo l’uomo,
    non l’inosservanza della legge. Con tale prospettiva cade quella rigida separazione fra puro e impuro determinato dalla scrupolosa osservanza dei precetti. Ciò significa che non sussiste il caso per cui
    l’ebreo è puro perché osserva la legge di Dio, mentre il pagano è impuro perché non la osserva. Se
    il problema è il cuore, allora tutti siamo impuri; e tutti abbiamo bisogno di un cuore nuovo (come
    siamo vicini alla teologia paolina!; vedi anche seconda lettura). Per questo il Messia è venuto per
    tutti, cominciando proprio dalle pecore perdute della casa d’Israele.
  • La frase relativa alle “pecore perdute della casa d’Israele” (v. 24), che sembra indicare un privilegio riservato ad Israele, è di fatto un’affermazione contro la pretesa farisaica di essere il popolo dei
    santi, il popolo dei puri. L’espressione può essere intesa in questo senso: le pecore perdute che sono
    quelle della casa d’Israele, cioè gli israeliti nel loro insieme. La dottrina dei farisei (e dei sadducei),
    da cui i discepoli si devono guardare (Mt 16,11-12), non guida le pecore d’Israele in modo retto (Mt
    15,14), perché non insegnano la vera via della salvezza. Seguendo l’insegnamento farisaico gli
    israeliti sono come pecore smarrite. Cristo è venuto ad annunciare a queste pecore l’avvento del regno di Dio (Mt 10,6-7), il dono gratuito della salvezza. Se Cristo è venuto innanzitutto per la salvezza dei Giudei significa che perfino loro che avevano la legge divina necessitavano di essere salvati (Rm 3,9). Né i Giudei sono salvi per l’adempimento della legge, né i pagani devono convertirsi
    al giudaismo per essere salvati. Per gli uni e per gli altri il termine unico di salvezza è Cristo. Dunque la salvezza viene per la fede in Cristo indipendentemente dall’essere giudeo o pagano: «(Dio)
    non ha fatto distinzione fra noi e loro, purificando i loro cuori per mezzo della fede» (At 15,9; cfr.
    Ef 3,17).
  1. Il posto nel banchetto del regno.
  • Gesù ha portato in mezzo agli uomini la realtà del regno dei cieli. Tutti sono chiamati ad entrare in
    esso, Giudei e pagani, anche se nella cronologia salvifica viene data la precedenza ad Israele. Gesù
    è il salvatore di tutti, perché tutti siamo peccatori e abbiamo bisogno della salvezza (vedi seconda
    lettura). Gesù è in grado di salvare tutti, e lo mostra con i prodigi che egli compie, specialmente
    quello di cacciare i demoni. Però il punto decisivo per essere salvati sta dalla parte dell’uomo. Per
    questo, anche se Israele ha avuto la precedenza, di fatto nel suo insieme ha rifiutato il Messia. Il
    punto sta sempre come ognuno di noi, giudeo o pagano, si pone davanti alla salvezza presente in
    Gesù. Gesù aspetta di vedere come ognuno di noi si pone davanti all’accoglienza del regno, se veramente ci teniamo ad esso, se veramente vogliamo farne parte, disposti a rinunciare a tutto il resto,
    perché si è capito che esso vale più di tutto.
  • Il riferimento ai “cani” – cioè ai “pagani” – sta a dire che non si possono dare le “cose sante” (e.g.
    il regno di Dio, lo Spirito Santo) a chi non è in grado di apprezzarlo. Questo è il senso di Mt 7,6,
    unica altra volta nei Vangeli in cui appare il termine “cani”. I pagani erano quelli che per antonomasia non potevano capire e apprezzare i doni che Dio aveva fatto ad Israele. E tuttavia, in questo caso, nella cananea si mostra un atteggiamento diverso che può certamente apparire anche nei “lontani”. C’è una sottile e profonda umiltà che parte dalla consapevolezza della propria indegnità di poter
    partecipare alla mensa del regno. È tale umiltà che dispone all’accoglienza del regno, e si manifesta
    poi in un’enorme gratitudine. E d’altro lato ci può essere una sottile superbia, presunzione, che ci
    priva dell’accesso al regno (cfr. a questo proposito il brano parallelo di Mt 8,5-13).
  • Per questo il punto più importante dell’episodio è la frase della donna relativa al cibo che cade dalla mensa (v. 27). Sotto le mense dei ricchi stavano i cani che si nutrivano con quei pezzi di focaccia
    che, rimasti in mano dopo essere stati intinti in un piatto comune e addentati, venivano poi gettati
    dai padroni sotto il tavolo. La donna riconosce in Cristo colui che dà il pane al grande banchetto
    messianico del regno a cui anche i popoli pagani erano invitati (Is 25,6). Allo stesso tempo accetta
    la sua posizione di ultimo posto, cogliendo tuttavia nella frase di Gesù la possibilità di essere anche
    lei presente in questo banchetto. Se Gesù dice che non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo
    ai cani, giustificando in questo modo il suo rifiuto di esaudire la donna, ella intende l’affermazione
    di Gesù come fortemente positiva. Vale a dire: Tu mi paragoni ai cani che stanno nella casa dei padroni? Stupendo Signore! Ciò vuol dire che anch’io, come essi, posso avere parte al banchetto (“Sì
    Signore; e infatti anche i cani …”). Nella risposta della donna si può leggere tutta la gioia per essere
    stata inclusa dentro il regno dei cieli. Quello che conta infatti non è quale posto si occupa all’interno
    del regno, ma appartenere ad esso, prendere parte al suo banchetto. «Beato chi mangerà il pane nel
    regno di Dio» (Lc 14,15). Anche stare all’ultimo posto nel regno di Dio è preferibile rispetto a qualsiasi altro posto altrove. Perché nel regno anche per gli ultimi, anche per i “cani”, c’è la possibilità
    di vivere, di ricevere la vita. «Molti degli ultimi saranno i primi» (Mt 19,30). È meglio la povertà
    nel regno di Dio che la ricchezza nei regni umani (cfr. Sal 84,11). La cosa essenziale è mangiare il
    pane del regno di Dio che è la salvezza presente in Cristo. Il regno di Dio si è fatto presente in Cristo, “figlio di Davide”, e quindi già c’è la possibilità di essere salvati, di partecipare al pane del regno dei cieli, anche se il compimento definitivo si avrà in cielo.
  • “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto una parola e io sarò salvato” (cfr. Mt 8,8). Se anche noi, come questa donna, avessimo la chiara consapevolezza della nostra
    indegnità di appartenere al regno, e quindi del privilegio che abbiamo di poter stare nella Chiesa e
    nutrirci del pane che è Cristo, questo trasformerebbe la nostra vita; questo cambierebbe profondamente il nostro rapporto con Dio e con la vita. Quando non si apprezza il dono di appartenere al regno, pensando che ci sono cose più importanti per cui spendere la vita, si finisce per rimanerne fuori: «La festa è pronta ma gli invitati non ne erano degni» (Mt 22,8). Tanta gente, chiamata ad appartenere al regno, ne rimane fuori, per quella autodistruttiva superbia di pensare di realizzarsi con le
    proprie forze. Se capissimo che siamo nulla, che non siamo in grado di darci la felicità da noi stessi
    e ci aprissimo al dono di Dio che si fatto vicino in Cristo, capiremmo allora cosa significa la gratuità dell’amore di Dio che ci ha salvato chiamandoci nel suo regno; e questo ci salverebbe da tutti i
    nostri demoni, che sono fondamentalmente demoni di superbia, di pretesa, di rivendicazione, di auto-idolatria.
  • Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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