Jesùs Manuel Garcìa LECTIO XX DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Lectio – Anno A

Prima lettura: Isaia 56,1.6-7


Così dice il Signore: «Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per rivelarsi. Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli».
  • Il testo costituisce l’inizio dell’ultima parte del libro di Isaia, considerata l’opera di un altro profeta, denominato terzo Isaia, ultimo prodotto della tradizione profetica che si richiamava a Isaia.

L’oracolo in prosa ritmata, risalente con ogni probabilità al tempo dopo il ritorno dall’esilio, annuncia che verranno ammessi nel giudaismo dei proseliti stranieri a condizione che siano fedelmente attaccati all’alleanza.

Il tono dell’oracolo in stile esortativo preannuncia una società ideale: in essa ognuno è invitato a compiere il suo dovere, a osservare la giustizia nei rapporti con tutti, poiché è vicina la giustizia di Dio, manifestazione della sua bontà salvifica. Dopo questa introduzione generale il tema del discorso riguarda gli stranieri e si incentra sul sabato, giorno di preghiera e di riposo dal lavoro, espressione del riposo escatologico, partecipazione al riposo di Dio seguito al lavoro della creazione. Sopra il tema del sabato viene costruita la visione religiosa che culmina con il tempio.

Gli stranieri che osservano il sabato e l’alleanza come espressione di dedizione totale dell’uomo a Dio ottengono da Dio la partecipazione piena al suo culto autentico e cioè l’accesso al tempio, la gioia della festa e i sacrifici. Nella nuova prospettiva il tempio sarà anzitutto casa di preghiera e resterà aperto a tutti i popoli. Dio stesso li condurrà al monte santo su cui si eleva il santuario e accetterà i loro sacrifici, vi è in questo breve passo una condensazione della teologia dei due segni fondamentali della religione e della fede ebraica, il sabato e il tempio.

Il sabato è il segno della santità e della dedicazione a Dio del tempo, preannuncio della quiete escatologica, il tempio è il segno della santità e della dedicazione a Dio dello spazio e del luogo.

Attraverso l’unicità del sabato e l’unicità del tempio il popolo viene continuamente educato al monoteismo e alla autenticità del vero culto del vero Dio.

Seconda lettura:Romani 11,13-15.29-32

Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti? Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!
  • Il testo si trova nella parte dottrinale della lettera nella sezione in cui l’autore tratta del popolo di Israele e della sua situazione in rapporto alla salvezza. Il brano in due punti indica il rapporto tra gli Ebrei e i pagani.

I gentili ai quali san Paolo si rivolge sono i pagani convertiti alla fede in Cristo. Anche come apostolo tra i pagani Paolo lavora per la salvezza dei suoi fratelli di sangue e il suo lavoro presso i pagani resta legato al mistero di Israele.

Egli spera di guadagnare qualcuno nel tempo presente tra gli Israeliti alla fede in Cristo; vi è opposizione tra il tempo presente, in cui soltanto alcuni dei membri del popolo eletto aderiscono a Cristo e il tempo futuro in cui l’adesione sarà il fatto di tutto il popolo giudaico.

Il problema dei giudei interessa anche i pagani, i pagani che accettano il vangelo non pensino di essere capaci da soli di realizzare, al posto di Israele, il piano divino nella sua totalità. La venuta alla fede dei pagani è una tappa del disegno di Dio e non toglie l’interesse di Dio per Israele che servirà come strumento per la attuazione finale, totale e universale della salvezza. L’effetto positivo e paradossale del rigetto di Israele è stato grandioso: la riconciliazione di Dio con il mondo. Il suo ritorno e nuovo ingresso nel regno di Dio sarà il trionfo totale della salvezza che il testo denomina «risurrezione dai morti». Far ritornare dalla morte alla vita con la risurrezione è opera particolarmente meravigliosa, riservata all’onnipotenza di Dio: tale sarà la meraviglia del ritorno di Israele al suo Dio, un ritorno alla vita di chi era come morto per la disobbedienza. Queste idee danno un significato molto ricco all’apostolato specifico di Paolo tra i pagani; convertendo i pagani egli mira al suo popolo di origine; egli dunque non ha tradito il suo popolo nel darsi ai pagani. Le intenzioni di Paolo sono in piena concordanza con le intenzioni del progetto divino che vuole la salvezza di Israele.

Giunto alla fine del suo pensiero l’apostolo riprende quanto ha già detto. Tratta della fedeltà di Dio nei suoi doni e nella sua chiamata di Israele, riafferma la funzione positiva del temporaneo rigetto del popolo dell’antica alleanza a favore dei pagani e nell’ultima frase sulla disobbedienza di tutti mostra che la salvezza finale è opera della sola misericordia di Dio verso tutti.

Vangelo: Matteo 15,21-28


In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Esegesi

Il passo fa parte della sezione narrativa del quinto atto del dramma della venuta del regno dei cieli, 13,53-18,35, atto che mette in scena gli inizi del regno in un gruppo di discepoli, con Pietro per capo, primizia della chiesa, le cui regole di vita sono delineate nel discorso comunitario: il brano della lettura racconta l’episodio della guarigione della figlia di una donna cananea.

Il racconto dell’episodio si articola in quattro momenti: la preghiera iniziale della donna e il silenzio di Gesù; la intercessione dei discepoli e una prima risposta negativa di Gesù; la seconda preghiera della donna e la risposta negativa di Gesù, la terza battuta della donna e la risposta favorevole di Gesù. L’episodio è inquadrato geograficamente dalla menzione di Tiro e Sidòne i cui nomi hanno significato anche teologico, designano cioè le nazioni pagane che nelle condizioni precisate dal racconto hanno parte nel ministero di Gesù.

Preghiera iniziale della donna e silenzio di Gesù: «Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio”. Ma egli non le rivolse neppure una parola» (Mt 15,21-23a).

La protagonista dell’atto è una donna cananea. Il nome di Canaan designa, nel corso della storia, diverse regioni non ben delimitate; la terra promessa occupata dagli antichi Israeliti; le tribù autoctone in Israele, la Fenicia al tempo di Gesù. Il testo evangelico suppone che la donna cananea è una pagana, la quale aveva sentito parlare di Gesù figlio di Davide. Il filo del racconto è la pedagogia di Gesù nel provare a suscitare progres-sivamente la manifestazione della fede della donna. Il primo atteggiamento del Signore è il silenzio, come segno di non volere intervenire a favore della persona ammalata.

Intercessione dei discepoli e risposta negativa di Gesù: «Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”» (Mt 15,23b-24).

Il secondo momento dell’episodio mostra l’intervento dei discepoli che chiedono a Gesù di fare grazia alla donna, cioè di liberarsene esaudendola. Gesù risponde con una frase che riguarda la propria missione; dicendo di non essere inviato che alle pecore perdute della casa di Israele afferma di doversi dedicare alla salvezza dei Giudei, figli di Dio, prima di occuparsi dei pagani, i quali agli occhi dei Giudei erano considerati cani.

Con tale risposta Gesù mette alla prova la fede della cananea e insegna che l’esaudimento, alla fine dell’episodio, della pagana, è un preludio eccezionale dell’accesso dei pagani alla salvezza.

Seconda preghiera della donna e risposta negativa di Gesù: Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini» (Mt 15,25-26).

Il terzo momento dell’episodio contiene un dialogo tra la donna e Gesù; al nuovo intervento supplicante di lei il Signore da una risposta che pur temperando la qualifica dei pagani come «cagnolini» anziché «cani» è molto dura nella contrapposizione tra i cagnolini e i figli e nel rifiuto di intervenire la prova suprema della fede.

Terzo intervento della donna e risposta favorevole di Gesù: «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita» (Mt 15,27-29).

La donna pagana, animata dalla sua necessità e dalla fiducia, ammette la priorità dei figli e con immagini molto evidenti afferma la possibilità anche per i cani di nutrirsi delle briciole dalla tavola dei padroni. Gesù ha appena operato la moltiplicazione del pane per i figli, e ne sono rimaste dodici ceste di avanzi. La donna pagana reclama per se le briciole; nella frase vi è una intelligenza teologica del piano di Dio che chiama tutti alla partecipazione dei beni messianici. L’ultimo tempo del racconto mostra l’animo di Gesù; egli aveva resistito alla petizione per provare e per mettere in luce la fede della cananea; ora pronuncia un grande elogio della fede di lei e la esaudisce. Tutto l’episodio è una illustrazione degli effetti della preghiera fiduciosa e perseverante, è una illustrazione degli insegnamenti di Gesù sulla preghiera di domanda.

Meditazione

L’integrazione dei pagani nel popolo di Dio: questo il tema che unifica il brano di Isaia e il passo evangelico. In particolare, sia la prima lettura che il vangelo attestano la capacità di fede dell’altro, del non appartenente al popolo santo. Isaia parla di stranieri che «hanno aderito al Signore per servirlo ed amarlo» osservando il sabato e restando saldi nella sua alleanza; nel vangelo Gesù testimonia la grande fede della donna cananea che vince le sue resistenze ad esaudirne la richiesta.

Nell’incontro tra l’ebreo Gesù e la donna cananea, rivive per un momento l’antica inimicizia tra il popolo d’Israele e le popolazioni di Canaan, le genti idolatriche che abitavano la terra dove Israele si installò. L’identità rigorosamente giudaica di Gesù, il suo forte senso di appartenenza al popolo eletto, costituisce un ostacolo all’incontro con la donna la quale si scontra con il silenzio di Gesù (Mt 15,23), con la risposta secca rivolta ai discepoli che si fanno intercessori interessati per la donna («Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele»: Mt 15,24), con la dura risposta rivolta a lei personalmente (Mt 15,26). E tuttavia Gesù è capace di vivere la sua identità non in modo chiuso ed escludente. La sua «fierezza ebraica» lo porta a incontrare lo straniero a partire da un’identità salda, ma anche aperta, non immutabile, non ingessata in nazionalismi o sciovinismi. E così Gesù insegna a non fare dell’identità un idolo.

Costitutivo dell’identità di Gesù è l’ascolto della sofferenza dell’altro. Gesù si lascia interpellare e cambiare dalla sofferenza che muove la donna: la sua figlia è gravemente malata. Analogamente, Gesù accoglie il centurione pagano che va a lui portando la sofferenza del suo servo (Mt 8,6: «Il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente»): l’universale esperienza della sofferenza è rinvio a quella fragilità dell’umano che Gesù ascolta e che lo conduce a farsi prossimo all’altro, anche se straniero. Ed è elemento costituivo di ogni identità che voglia essere umana, prima che confessionale o nazionale.

Vi è un territorio abitato da ogni uomo, la sofferenza, che travalica ogni patria e ogni confine e ci rende tutti «connazionali»: il mio essere abitante nel territorio della sofferenza (territorio che normalmente isola e separa) diviene occasione di relazione e di giustizia di fronte allo straniero e alla sua sofferenza.

I motivi che rendono così restio Gesù ad accedere alla richiesta della donna sono di ordine teologico: la storia della salvezza implica che egli compia la sua missione presso Israele, non i pagani. Ma l’ascolto della sofferenza dell’altro corregge questa corretta ma astratta visione teologica della storia di salvezza in una più concreta e umana prassi di salvezza delle storie. E anzitutto delle storie personali e famigliari, sempre precarie e sempre traversate da drammi e sofferenze. Inserendosi nella visione della storia di salvezza avanzata da Gesù (i figli d’Israele distinti dai «cani», i non ebrei), la donna introduce la metafora spaziale della casa e della tavola in cui «i cani domestici» hanno accesso insieme ai figli e si sfamano delle briciole dei figli, legittimi commensali. I cani e i figli, i non-giudei e i giudei hanno un’unica casa e un’unica tavola. L’osservazione geniale della donna converte e da pienezza alla visione di Gesù: nell’unica casa e attorno a un’unica tavola vi è possibilità di una contemporaneità di pasto tra figli d’Israele e stranieri, contemporaneità in cui il primato di Israele (i figli) è riconosciuto e ridimensionato al tempo stesso.

Gesù riconosce la fede dell’altro e vi fa fiducia: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (Mt 15,28). E fiducia è l’aspetto umano della fede. Creare un clima di fiducia nella chiesa è essenziale perché le persone possano vincere la paura e vivere la fede davvero in una casa comune in cui nessuno è più straniero e ospite, ma tutti sono familiari di Dio (cfr. Ef 2,19). Del resto, nella comunità cristiana «non c’è più né giudeo né greco […] ma tutti sono uno in Gesù Cristo» (cfr. Gal 3,28).

Il miracolo sempre rinnovato

Dio non morirà il giorno in cui non crederemo più in una divinità personale,

ma saremo noi a morire

il giorno in cui la nostra vita

non sarà più pervasa

dallo splendore del miracolo sempre rinnovato,

le cui fonti sono oltre ogni ragione.

(Dag Hammarskjold)

Preghiere e racconti

Una donna Cananea si mise a gridare

Se Gesù avesse ascoltata la donna Cananea alla prima richiesta, tutto quello che essa avrebbe conseguito sarebbe stata la liberazione della figlia. La vita sarebbe trascorsa con qualche fastidio in meno. Ma tutto sarebbe finito lì e alla fine madre e figlia sarebbero morte senza lasciare traccia di sé. Invece così la sua fede è cresciuta, si è purificata, fino a strappare a Gesù quel grido finale di entusiasmo: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri!” Da quell’istante, nota il Vangelo, sua figlia fu guarita. Ma cosa è avvenuto nel frattempo? Un altro miracolo, ben più grande della guarigione della figlia. Quella donna è diventata una “credente”, una delle prime credenti provenienti dal paganesimo. Una pioniera della fede cristiana. Una nostra antenata.

Quante cose ci insegna questa semplice storia evangelica! Una delle cause più profonde di sofferenza per un credente sono le preghiere non ascoltate. Abbiamo pregato per una certa cosa, per settimane, mesi e forse anni. Ma niente. Dio sembrava sordo. La donna Cananea è lì, elevata per sempre al ruolo di istitutrice e maestra di perseveranza nella preghiera.

Chi si fosse trovato a osservare il comportamento e le parole di Gesù verso quella povera donna desolata, non avrebbe potuto fare a meno di vedervi insensibilità e durezza di cuore. Come si fa a trattare così una madre afflitta? Ma ora sappiamo cosa c’era nel cuore di Gesù che lo faceva agire in quel modo. Egli soffriva nell’opporre i suoi rifiuti, trepidava davanti al rischio che ella si stancasse e desistesse. Sapeva che l’arco, troppo teso, avrebbe potuto spezzarsi. C’è infatti anche per Dio l’incognita della libertà umana che fa nascere in lui la speranza. Gesù ha sperato, per questo si mostra alla fine così pieno di gioia. È come se avessero vinto in due.

Dio, dunque, ascolta anche quando…non ascolta. E il suo non ascoltare è già un soccorrere. Ritardando nell’esaudire, Dio fa sì che il nostro desiderio cresca, che l’oggetto della nostra preghiera si elevi; che dalle cose materiali passiamo a quelle spirituali, dalle cose temporali a quelle eterne, dalle cose piccole passiamo a quelle grandi. In tal modo egli può darci molto di più di quanto inizialmente eravamo venuti a chiedergli.

Spesso, quando ci mettiamo in preghiera, noi somigliamo a quel contadino di cui parla un antico autore spirituale. Egli ha ricevuto la notizia che il re in persona lo riceverà. È l’occasione della vita: potrà esporgli a viva voce la sua petizione, chiedere la cosa che vuole, sicuro che gli verrà concessa. Arriva il giorno fissato, il buon uomo, emozionatissimo, entra alla presenza del re, e che cosa chiede? Un quintale di letame per i suoi campi! Era il massimo a cui era riuscito a pensare. Noi, dicevo, ci comportiamo a volte con Dio alla stessa maniera. Quello che gli chiediamo, in confronto a quello che potremmo chiedergli, è solo un quintale di concime, cose piccole, che servono per poco, che anzi a volte potrebbero perfino ritorcersi a nostro danno.

Un grande ammiratore della Cananea era Sant’Agostino. Quella donna gli ricordava sua madre Monica. Anche lei aveva inseguito il Signore per anni, piangendo e chiedendogli la conversione del figlio. Non si era lasciata scoraggiare da nessun rifiuto. Aveva inseguito il figlio fino in Italia e a Milano, fino a che lo vide tornato al Signore. In uno dei suoi discorsi egli ricorda le parole di Cristo: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto” e conclude dicendo: “Così fece la Cananea: chiese, cercò, bussò alla porta e ricevette. Facciamo anche noi lo stesso e anche a noi sarà aperto.

(Raniero Cantalamessa)

La tavola di Cana

Il Regno è un pasto

condiviso

L’Uno non vi si divide

è tutto a ciascuno

Dalla tavola di Cana

fino alla cena

dove ha dato anche al traditore

il pane intinto nel vino

Gesù dispensa insegnamento

apparecchiata la tavola

e si offre in cibo

anche ai suoi nemici…

Ma nei tuoi minimi frammenti

tu ti dai a mangiare

per la gioia dei cani erranti

e dei popoli stranieri

(P. Emmanuel, Evangeliario)

Quando Gesù dice no a chi lo prega

Le parole di Gesù sono dure, è innegabile, ma la loro durezza è rivolta anzitutto verso se stesso, quasi che cercasse di difendersi dalla sua tenerezza, quasi che si irrigidisse per resistere alla tentazione della pietà… Con parole velate, egli parla a questa donna dell’obbedienza al Padre, del suo ruolo di servo del disegno di Dio. Rifiuta la guarigione richiesta, ma accetta che questa donna pagana lo costringa al dialogo su ciò che vi è di più intimo nella sua coscienza e le sue parole lasciano supporre che per lui ogni uomo è in grado di comprendere che cosa significa obbedire a Dio. Non è forse in questo che consiste il suo universalismo? Ed è proprio a questo livello più profondo che la donna cananea lo raggiunge.

(M. Tavernier, Quando Gesù dice no a chi lo prega)

Quale felicità?

Facciamo fatica ad accettare la scuola della sofferenza per scoprire che cosa sia la vita e la felicità. Nonostante tutte le nostre riflessioni e le nostre proteste, infatti, la debolezza, il dolore, la morte rimangono un mistero.

La cultura moderna, non sapendo dare una risposta a queste sfide, cerca di nasconderle con l’ebbrezza del consumismo, del piacere, del divertimento, del non pensarci. In tal modo, però, si nega il significato profondo della debolezza e della vulnerabilità umane e se ne ignora sia il peso di sofferenza, sia il valore e la dignità: e questo rende interiormente aridi e induce a vivere in modo superficiale.

L’esperienza della fragilità, del limite, della malattia e della morte può insegnarci alcune cose fondamentali. La prima è che non siamo eterni: non siamo in questo mondo per rimanerci per sempre; siamo pellegrini, di passaggio. La seconda è che non siamo onnipotenti: nonostante i progressi della scienza e della tecnica, la nostra vita non dipende solo da noi, la nostra fragilità è segno evidente del limite umano. Infine, l’esperienza della fragilità ci insegna che i beni più importanti sono la vita e l’amore: la malattia, ad esempio, ci costringe a mettere nel giusto ordine le cose che contano davvero.

La fragilità è una grande sfida anche per la fede nel Dio di Gesù Cristo. Il Signore ci ha creati per la vita, per la felicità. Perché, allora, permette il dolore, l’invecchiamento, la morte? Quante domande di fronte a un dolore o a un lutto che fa sanguinare il cuore! Si può perfino dire che la sofferenza e la morte sono la più grossa sfida contro Dio. C’è chi si è dichiarato “ateo” per amore di Dio, per giustificare la sua assenza e il suo silenzio davanti al dolore innocente.

(Bruno FORTE, Lettera ai cercatori di Dio, EDB, Bologna, 2009, 12)

La prospettiva della sofferenza e della morte

Guardare in faccia la sofferenza e la morte e farne l’esperienza personale, nella speranza di una nuova vita nata da Dio: ecco il segno di Gesù e di ogni essere umano che voglia condurre una vita spirituale a sua imitazione. È il segno della croce: segno di sofferenza e di morte, ma anche di speranza in un rinnovamento totale.

Dio ha mandato Gesù in terra per fare di noi persone libere e ha scelto la compassione come via per giungere alla libertà. È una scelta molto più radicale di quanto tu possa a prima vista immaginare. Significa infatti che Dio ha voluto liberarci non già sottraendoci alla sofferenza, ma condividendola con noi. Gesù è il «Dio che soffre con noi». Potremmo quasi dire che è il «Dio che ha simpatia per noi», se il termine ‘simpatia’, che etimologicamente significa appunto ‘sofferenza condivisa’, non avesse ormai perduto molto del suo significato originario. Così, quando diciamo: «Hai la mia simpatia», intendiamo non esporci troppo ed esprimiamo anzi una specie di condiscendenza verso gli altri. È per questo che preferisco usare la parola ‘compassione’, che è più calda e più intima e indica meglio il partecipare alle sofferenze del prossimo, il sentirsi davvero un essere umano che soffre con i fratelli.

L’amore di Dio che Gesù vuole mostrarci lo vediamo chiaramente nella sua scelta di farsi compagno e partecipe delle nostre sofferenze, permettendoci così di trasformare queste sofferenze in un mezzo di liberazione. Probabilmente conosci bene le obiezioni sollevate da quelli che trovano difficile o impossibile credere in Dio. Come può Dio amare davvero il mondo, se poi permette tante spaventose sofferenze? Se Dio ci ama veramente, perché non elimina dal mondo guerre, povertà, fame, malattie, persecuzioni, torture e tutti i mali che ci affliggono? Se Dio s’interessa personalmente di me, perché sto così male? Perché mi sento sempre così solo? Perché non riesco a trovare lavoro? Perché la mia vita è così inutile?

I poveri hanno imparato davvero a conoscere Gesù e a vedere in lui il Dio che condivide le loro sofferenze. In Gesù che soffre e che muore essi trovano il segno più evidente che Dio li ama di un grande amore e che mai li abbandonerà. E loro compagno nella sofferenza. Se sono poveri, sanno che era povero anche Gesù; se hanno paura, sanno che aveva paura anche Gesù; se sono percossi, sanno che fu percosso anche Gesù; se sono torturati a morte, sanno che anche Gesù soffrì il loro crudele destino. Per essi, Gesù è l’amico fedele che percorre insieme a loro la via dolorosa della sofferenza e li conforta. È solidale con loro. Li conosce, li comprende e, quando più acuto è il loro dolore, li stringe a sé.

(H.J.M. NOUWEN, Lettere a un giovane sulla vita spirituale, Brescia, Queriniana, 72008, 32-33).

Se un uomo soffre da solo

Se un uomo soffre da solo,

è chiaro che la sua pena resta solo per lui.

Ma se un altro lo guarda e dice: “Quanto soffri, fratello?”,

prende il male dell’amico negli occhi suoi.

E se è cieco, lo prende con gli orecchi;

e se è sordo, lo prende con le mani.

E se l’altro è lontano e non lo può vedere, né sentire, né toccare,

allora può forse indovinarlo.

Ecco quello che fa il giusto:

egli indovina tutto il male che esiste sulla terra e se lo prende nel cuore.

(André Schwarz-Bart,in L’ultimo dei Giusti).

Trovare Dio

Le parole di Bonhoeffer sono profondamente bibliche nel loro radicale rigetto della fede «non terrena», che si concentra in modo troppo esclusivo sulla crisi personale e sulla ricerca di un rifugio interiore dal conflitto terreno. Non è grazie alla Bibbia che abbiamo imparato a fuggire «nell’eternità», né la Bibbia ci insegna a cercare pace nell’interiorità e nel raccoglimento difensivo. Questi sono elementi di un’altra eredità culturale e spirituale. Bonhoeffer afferma:

“Dovremmo trovare Dio in ciò che conosciamo, non in ciò che non conosciamo; non in problemi eccezionali ma in quelli che abbiamo già risolto. […] Non dobbiamo attendere fino a quando siamo allo stremo delle forze: dobbiamo scoprirlo al centro della nostra vita e non solo nella morte; in salute e in forza, e non solo nella sofferenza; nel nostro agire e non solo nel peccato”.

(T. MERTON, Scegliere di amare il mondo, Lindau, Torino, 2008, 33).

Insistette e bussò

Questa donna cananea, che ci viene raccomandata dalla lettura evangelica, ci offre un esempio d’umiltà, ci indica la via della fede e ci mostra come innalzarci dall’umiltà fino alle altezze. Essa, come appare chiaro, non proveniva dal popolo di Israele, da cui venivano i patriarchi, i profeti, i genitori del Signore nostro Gesù Cristo secondo la carne e la stessa vergine Maria che generò Cristo. Questa donna non apparteneva a questo popolo, ma proveniva dalle genti. Infatti, come abbiamo udito, il Signore si era ritirato nella regione di Tiro e di Sidòne. La donna cananea era venuta da quei territori e chiedeva con insistenza il dono della guarigione per sua figlia che era gravemente tormentata dal demonio. Tiro e Sidòne non erano città appartenenti al popolo di Israele, ma alle genti, sebbene fossero vicine a quel popolo. La cananea, desiderosa di ottenere quell’opera buona, gridava e bussava alla porta con forza, ma Cristo non le dava retta e [così faceva] non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio e non solo perché fosse più ardente il desiderio ma, come ho detto prima, perché fosse lodata ai nostri occhi la sua umiltà. Gridava come se il Signore non la sentisse, mentre egli predisponeva in silenzio ciò che intendeva fare. I discepoli pregarono per lei il Signore e dissero: «Mandala a casa, perché ci vien dietro gridando» (Mt 15,23). Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24). […] Il Signore non era stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele, ma poiché anche popoli che non lo conoscevano lo avrebbero servito e lo avrebbero ascoltato, mentre si trovava lì non fece silenzio neanche su quello. In un passo il Signore stesso dice: «Ho anche altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre affinché siano un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10,16). Una di queste pecore era la donna cananea; per questo motivo non veniva trascurata, ma il compimento del suo desiderio era differito. «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele», ma quella continuava a gridare, insisteva, bussava, come se già avesse udito dire: «Domanda e riceverai; cerca e troverai; bussa e ti sarà aperto» (cfr. Mt 7,7). E lei insistette e bussò.

(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 77,1.5, NBA XXX/1, pp. 526; 536).

Dammi coraggio

Ti prego: non togliermi i pericoli, ma aiutami ad affrontarli.

Non calmar le mie pene, ma aiutami a superarle.

Non darmi alleati nella lotta della vita… eccetto la forza che mi proviene da te.

Non donarmi salvezza nella paura, ma pazienza per conquistare la mia libertà.

Concedimi di non essere un vigliacco usurpando la tua grazia nel successo;

ma non mi manchi la stretta della tua mano nel mio fallimento.

Quando mi fermo stanco sulla lunga strada e la sete mi opprime sotto il solleone;

quando mi punge la nostalgia di sera e lo spettro della notte copre la mia vita,

bramo la tua voce, o Dio, sospiro la tua mano sulle spalle.

Fatico a camminare per il peso del cuore carico dei doni che non ti ho donati.

Mi rassicuri la tua mano nella notte, la voglio riempire di carezze, tenerla stretta:

i palpiti del tuo cuore segnino i ritmi del mio pellegrinaggio.

(Rabindranath Tagore)

Preghiera

Ovunque essi siano, possano tutti gli esseri,

colpiti dalle sofferenze del corpo e dello spirito

ottenere un oceano di felicità e di gioia.

Fintante che rimangono nel ciclo dell’esistenza

la loro felicità in questo mondo possa non diminuire mai.

I fiaccati dal freddo possano trovare il calore

e gli oppressi dal calore possano conoscere il refrigerio.

Tutti gli animali possano essere liberati dal timore

di essere divorati gli uni dagli altri.

I terrorizzati possano sfuggire alla paura

e gli oppressi siano liberati.

Tutti gli indifesi possano trovare la forza.

Tutti i viaggiatori, ovunque vadano,

possano trovare la gioia.

Che mai più una creatura vivente soffra,

commetta il male, si ammali.

Che nessuno sia più spaventato o disprezzato

e che mai più il suo spirito sia oppresso.

(È la preghiera che hanno pronunciato i delegati buddisti all’incontro di Assisi dei responsabili delle grandi religioni, il 27 ottobre 1986).

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

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– A. PRONZATO, Il vangelo in casa, Gribaudi, 1994.

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Fonte:CATECHISTA 2.0