Figlie della Chiesa Lectio XXI Domenica del Tempo Ordinario

XXI Domenica del Tempo Ordinario

L’episodio di Cesarea di Filippo rappresenta una delle grandi svolte del racconto di Matteo. Gesù pone ai discepoli la domanda decisiva, rispondendo alla quale Pietro confessa esplicitamente la dignità messianica di Gesù. La fede di Pietro, tuttavia, non è ancora completa, come appare chiaramente se si leggono le righe del vangelo che seguono il testo di oggi, in cui Gesù parla esplicitamente della sua passione. E da questo momento l’insegnamento si concentrerà sul tema della croce.

Alla confessione di fede di Pietro seguono dunque, con un legame inscindibile, la rivelazione di Gesù (la sua passione), la reazione di Pietro (Dio te ne scampi, Signore, questo non ti accadrà mai) e l’invito alla sequela prendendo la croce.

Dire che Gesù è il Figlio di Dio è ancora qualcosa di incompleto, qualcosa che addirittura può dare adito ad equivoci, se non lo si lega alla croce del Signore. È la croce, infatti, che toglie ogni possibilità di errore. È per questo che Gesù, alla fine del testo odierno, ordinerà ai discepoli di non dire ad alcuno che Egli è il Cristo.

Non basta confessare la messianicità di Gesù per essere credenti; occorre riconoscere e seguire la via della croce; altrimenti la nostra fede rimane una fede apparente e non diventa una fede vera.

 v.14: Che Gesù fosse Giovanni Battista era l’opinione di Erode; egli lo aveva fatto decapitare e, di fronte alla figura di Gesù, ha come paura che Giovanni Battista non sia morto davvero, o che abbia la possibilità di ritornare in vita. Poi ci sono altre opinioni, anche molto belle: alcuni pensano che Gesù sia Elia; secondo l’Antico Testamento, Elia non era morto, era stato rapito in cielo con un carro di fuoco, e nella religiosità popolare degli Ebrei, c’era la speranza che Elia sarebbe ritornato; anzi il profeta Malachia aveva detto: “Verrà un giorno Elia a preparare il giorno del Signore, la venuta di Dio stesso” (cfr. Mal 3, 23). Elia, il grande profeta del passato, ritornerà a preparare la venuta del Signore.
Altri pensano che Gesù sia Geremia: era uno dei profeti tra i più popolari, soprattutto a motivo delle sofferenze, e Israele tendeva a rispecchiarsi nella storia di Geremia.

 v.15: “Voi, chi dite che io sia? Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Il “Cristo”: cioè colui che i profeti avevano annunciato come il rappresentante stesso di Dio, colui che sarebbe venuto da Dio  con pieni poteri per instaurare il Regno. Tu, dice Pietro, sei colui che Israele attende da secoli e che porta a perfezione il progetto di salvezza di Dio; non quindi “un” profeta, ma “il” Messia, il Cristo, l’unico; non uno di una grande categoria di persone, ma l’unico in cui Dio si rivela in modo definitivo e pieno.

“Voi, chi dite che io sia?”, cioè: voi quanto siete disposti a impegnare della vostra vita per me? quanto valgo io per voi? Non è sufficiente dare una risposta di teologia, per esempio “Gesù Cristo è la seconda persona della SS. Trinità fatta uomo” come dice il Catechismo. Gesù non vuole sapere questo; il problema è sapere quanto io impegno della mia vita per lui. La professione di fede comincia con “Io” credo, che è dire il mio impegno nel rapporto con Dio, con il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, il mio legame con Gesù Cristo. La domanda ai discepoli e a noi, vuole sapere quanto siamo innamorati del Signore, quanto siamo legati a Lui.

 v.18: C’è qualcosa di strano in questa affermazione del Signore; infatti, in tutto l’Antico Testamento, la roccia è Dio. L’immagine della roccia è una delle grandi immagini che l’Antico Testamento usa per indicare la solidità di Dio. In mezzo al mare in tempesta dove le barche sono gettate in alto e in basso, c’è solo una roccia solida e ferma: Dio. In mezzo alla vita dove non c’è niente di sicuro, Dio solo è una roccia.
Avere fede è aggrapparsi proprio a questa roccia, è fidarsi di Dio, mettere la nostra vita nelle sue mani, nella sua parola, nella sua promessa. Ora, Pietro si è proprio fidato di Dio e della sua rivelazione, e nel far questo, diventa lui stesso roccia. È stranissimo, perché Pietro sembra tutto fuorché una roccia, una solidità. Eppure, “Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”.
Pietro è roccia, non per temperamento, ma a motivo della fede, perché ha lasciato passare la rivelazione di Dio. L’uomo di fede diventa lui stesso roccia, perché è aggrappato a Dio; così diventa solido della stessa solidità di Dio, fermo di quella fermezza che riceve da Dio stesso. Pietro diventerà così: “Sei pietra, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

Edificherò: è una parola profetica; ha per soggetto Cristo e si riferisce al futuro; ha per oggetto la Chiesa, che viene raffigurata come un edificio in costruzione. Cristo è l’architetto di questo edificio; anzi l’operaio: lo edificherò. Questa immagine della Chiesa-edificio è fra quelle più ripetute e più espressive; la usa Paolo (1 Cor 3,9; Ef 2,20-22); la spiega Pietro (1 Pt 2,5); entrambi sviluppandone il concetto relativamente al materiale della costruzione; materiale formato dai fedeli stessi, “pietre vive”, donde non può che risultare un edificio vivo, una “casa spirituale”, un insieme armonico e unitario, un ordine visibile, organico, sociale, un’umanità sacra, dove abita Dio; ecco la “domus Dei” (Gn 28,17), la casa di Dio; che la lettera agli Ebrei ancora più chiaramente indicherà altro non essere che noi stessi, seguaci di Cristo; noi siamo la casa di Cristo (Eb 3,3-6). Questa immagine simbolica dell’edificio riferita alla Chiesa è fra quelle ricordate nella costituzione relativa alla Chiesa medesima dal Concilio (LG, 6); ed è poi l’immagine che più facilmente ricorre nel linguaggio comune, che chiama chiesa l’edificio materiale, dove la Chiesa, cioè l’assemblea dei fedeli, si riunisce e si esprime quale edificio spirituale.

Questo termine indica l’azione permanente del Signore rispetto alla sua Chiesa, indica il carattere dinamico che la vita della Chiesa, raffigurata in un edificio in costruzione, assume; indica lo sviluppo continuo, che le è prestabilito dal concetto di lavoro, che deve svolgersi secondo un disegno concreto, visibile, bene architettato da Cristo stesso, e non lasciato all’arbitrio di fantasiosi operai. Bisogna che la Chiesa sia costruita; essa è sempre un edificio incompleto, che prolunga nel tempo il suo piano di esecuzione determinato. Se ricordiamo che l’azione di Cristo, dopo la sua ascensione, viene compiuta, per suo divino mandato, dalla Chiesa stessa, da chi nella Chiesa ha funzione promotrice di continuare l’opera di Gesù, questa concezione perfettiva della Chiesa medesima diventa molto istruttiva per noi; diventa programmatica, se pensiamo che tutti siamo chiamati a collaborare alla mistica e positiva costruzione.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/