Jesùs Manuel Garcìa Lectio XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

Lectio – Anno A

Prima lettura: Isaia 22,19-23


Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: «Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto. In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».
  • Il profeta è incaricato da Dio di annunciare a Sebna, sovrintendente del palazzo del re, vale a dire colui che ricopriva la carica più importante subito dopo il re, la sua rovina imminente. Si tratta di un funzionario presuntuoso, forse straniero, che vuole governare secondo i suoi disegni e non ascolta i consigli che il profeta porta a nome di Dio.

Il Signore annuncia un suo intervento diretto e designa il successore Eliakim, figlio di Chelkia (2Re 18,18).

Il nuovo funzionario designato dal Signore «Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda» (Is 22,21). Il capo in Israele, come il re, deve agire soltanto nell’imitazione di Dio. Come Dio è padre di Israele (cf. ad es. Is 4,22; Dt 1,31; Is 61,16; 64,7; Ger 31,9) così dovranno essere il re e i suoi ministri.

Dio è, per così dire, il solo legittimo governatore di Israele, gli uomini non sono che suoi ministri e devono rispondere a lui della loro condotta.

Il Signore stesso presiederà all’investitura del nuovo plenipotenziario del regno: dandogli i simboli del potere: la tunica, la sciarpa e soprattutto la chiave della casa di Davide. La stabilità del suo potere e il successo dipenderanno direttamente da Dio: «Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre» (Is 22,23).

L’immagine del piolo ben conficcato fa venire in mente l’immagine di Gerusalemme «che non sarà più rimossa, i suoi paletti non saranno più divelti, nessuna delle sue cordicelle sarà più strappata» (Is 3,20).

La fedeltà è la qualità per eccellenza del Dio dell’alleanza, che, nonostante le minacce e i castighi, non viene meno alle sue promesse ad Israele e a Sion. Egli, come padre è fedele e misericordioso, castiga solo per correggere ed è paziente nei confronti del figlio che ha peccato. Il profeta lo ricorda continuamente e rammenta ad Israele e soprattutto ai suoi governanti che devono essere anch’essi fedeli e ancorati alla volontà divina.

I versetti del salmo responsoriale riprendono in forma di ringraziamento a Dio i concetti del brano profetico. Il salmista ringrazia Dio per la misericordia e la fedeltà (hesed e emet) (Sal 137,2) e riconosce la grandezza di Dio nel suo piegarsi sugli umili, i piccoli, coloro che non contano nulla. In Dio c’è il rovesciamento delle prospettive umane: «Eccelso è il Signore e guarda verso l’umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano» (Sal 137,6).

Seconda lettura:Romani 11,33-36

O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.
  • Oggi la liturgia ci fa leggere la conclusione del capitolo 11 della lettera ai Romani, che corona la lunga riflessione sulla misericordia di Dio con delle esclamazioni piene di stupore, che formano un inno alla sapienza di Dio.

«O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio!» (Rm 11.33). Nel mistero della trascendenza divina solo lo Spirito penetra fino in fondo e solo lo Spirito può farcene intravedere qualche barlume: «quello che occhio non vide e orecchio non udì, quello che Dio preparò per coloro che lo amano. Dio lo rivelò appunto a noi per opera del suo Spirito. Lo Spirito infatti sonda ogni cosa, persino le profondità di Dio ora noi abbiamo ricevuto lo Spirito che viene da Dio, onde poter conoscere i doni che Dio ci ha elargito» (1Cor 2,9-12).

Attraverso il dono dello Spirito contempliamo la «ricchezza di Dio», che è secondo il pensiero delle lettere di Paolo l’abbondanza della grazia e della misericordia, ma dobbiamo ammettere con Isaia, l’assoluta trascendenza divina: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie — oracolo del Signore —. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,6-9).

Sempre dalle Scritture (che per Paolo sono quelle ebraiche, che noi chiamiamo Antico Testamento, le uniche esistenti e riconosciute come ispirate ai tempi di Paolo) l’apostolo attinge le domande, che rafforzano il concetto di «profondità» inaccessibile della sapienza divina: «Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio?» (Rm 11,34-35). Dice Isaia (40,13) «Chi ha diretto lo Spirito del Signore e come suo consigliere gli ha dato suggerimenti?». In Geremia (23,18) leggiamo: «Ma chi ha assistito al consiglio del Signore?»; in 1Cor 2,16 Paolo riprende lo stesso concetto: «Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?».

La conclusione è la professione di fede: «Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen» (Rm 11,36).

Vangelo: Matteo 16,13-20


In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Esegesi

La scena è ambientata a Cesarea di Filippo, dove è situata una delle sorgenti del Giordano, il fiume teatro di grandi avvenimenti della vita di Gesù. Nel Giordano aveva ricevuto il battesimo e una voce dal cielo lo aveva proclamato «Figlio diletto» (Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22). Ora Gesù invece che una voce dal cielo chiede una voce terrena; ma la rivelazione della sua identità proclamata da Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16;) sarà ancora in un certo senso dal cielo, perché ispirata direttamene dal Padre: «né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17).

La domanda di Gesù sulla sua identità e la confessione di fede di Pietro in Mt 16,13-16 trova corrispondenza in Mc 8,27-30 e in Lc 9.18-21; Giovanni in un altro contesto riferisce una confessione di Pietro simile (Gv 6,69), ma la promessa a Pietro è originale di Matteo (Mt 16,17-20).

Gesù nell’interpretazione popolare è considerato un «profeta», dotato di qualità e poteri taumaturgici sul modello dei profeti taumaturghi biblici, in particolare la figura molto popolare nella tradizione ebraica del profeta Elia, che sarà colui che precederà il Messia. Il parallelo con Elia è facilitato dal legame di Gesù con Giovanni Battista, visto a livello popolare come il profeta riformatore: «Il re Erode sentì parlare di Gesù, perché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: “Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui”. Altri invece dicevano: “È Elia”, altri dicevano ancora: “È un profeta come uno dei profeti”. Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: “quel Giovanni che ho fatto decapitare è risuscitato”» (Mc 6,14-16; cf. Mt 14, Is; Lc 9,7-9).

La confessione di Pietro è riportata in maniera differente dai tre evangelisti sinottici: Mc 8,29: «Tu sei il Cristo». Lc 9,20: «Tu sei il Cristo di Dio». Mt 16,16: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

C’è un approfondimento fra Marco, dove Pietro proclama solo la messianicità di Gesù (xristòs in greco corrisponde al termine ebraico per indicare il messia). Luca, che specifica l’appartenenza del Messia a Dio e Matteo che confessa non solo la messianicità, ma anche la figliolanza divina di Gesù.

Dopo la risposta di Pietro comincia nel vangelo di Matteo la parte sua propria.

Udita la risposta. Gesù indica Simone come fondamento della sua chiesa: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,17-18).

«L’investitura di Simon Pietro è suggellata dal cambio di nome, proprio come avvenne in antico quando l’alleanza con il padre dei credenti (cf. Rm 3,1,1; Gal 3,9) fu suggellata dal Signore con un duplice cambio di nome; cosicché Abram si mutò in Abramo (Gn 17,5) e Sarai si mutò in Sara (Gn 17,15) divenendo in tal modo roccia (sur) da cui furono tagliati tutti i figli d’Israele (Is 51,1-2). Qui, a Cesarea di Filippo, il cambio di nome (e Gesù impone a Simone un nome fino ad allora non impiegato per persona) è ricco di sfumature, addirittura d’ambiguità, imputabili alla significativa incapacità del testo greco di rendere adeguatamente l’aramaico kefa’ (roccia). Il passo evangelico pensato in aramaico suonerebbe così: “Tu sei Kefa’ e su questa kefa’ edificherò la mia chiesa”. Nel testo greco si legge però: “Tu sei Petros e su questa petra edificherò la mia chiesa”. Ora petros (sasso, pietra distaccata) è termine che si contrappone proprio a petra (roccia). Secondo queste parole Pietro è così, nel contempo, «sasso» e «roccia».

Nei termini di quest’investitura si esprime una duplice debolezza, sospesa tra la possibilità di essere pietra su cui si secca la parola di Dio (cf. Mt 13,5.20; Mc 4,16; gr. petrodēs) e roccia (petra) su cui può venir saldamente edificata la casa di chi ascolta la parola mettendola in pratica (cf. Mt 7,24-25; Lc 6,48). Se le porte degli inferi non prevarranno sulla

chiesa (cf. Mt 16,18) ciò può avvenire solo perché la potenza di Dio si esprime nella debolezza (cf. 2Cor 12,9); si manifesta cioè anche attraverso una pietra capace di rinnegare il proprio edificatore (cf. Mt 26,69-75; Mc 14,66-72; Lc 22,54-62), in quanto continua a pensare come gli uomini (cioè secondo la carne e il sangue) non secondo Dio (Mt 16,23). ‘Tu Pietro sei roccia incapace di sostenere la morte del messia (cf. Mt 16,21-22)” (alla morte di Gesù non si spaccarono forse anche le rocce? Mt 27,51), “ma ciononostante io resto, attraverso di te, l’edificatore della mia chiesa”» (cf. Lc 22,31-32).

«Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme… venir ucciso e risuscitare il terzo giorno» (Mt 16,21). Queste parole, fondamento di ogni debolezza chiamata a rovesciarsi in potenza, sono poste subito dopo l’investitura di Pietro, tuttavia in realtà ne costituiscono l’insostituibile presupposto. Il farsi rappresentare da altri si giustifica, infatti, solo di fronte alla morte. In virtù di ciò l’investitura di Pietro da parte di Gesù richiama fortemente quella di Giosuè ad opera di Mosè. Simone figlio di Giona chiamato da Gesù Pietro, Osea figlio di Nun chiamato da Mosè Giosuè («Il Signore è salvezza») (Nm 13,26), furono infatti investiti della rappresentanza quando ai loro maestri si aprì la prospettiva di dover morire.

Di fronte alla morte — afferma il Midrash — è proprio degli uomini pii pensare non a se stessi, bensì alle necessità della comunità (il qahal — assemblea — d’Israele e l’ekklèsia di Gesù): «cosicché quando Dio disse a Mosè che egli doveva morire (Nm 27,12-14), la sua immediata preoccupazione fu che Dio stabilisse un capo al suo posto». Lo chiese perché, dopo la sua morte, il popolo non fosse come un gregge senza pastore (Nm 27,15-17; cf. Gv 21,15-17). Allora il Signore indica a Mosè Giosuè figlio di Nun, legato a lui da un vincolo di servizio, non di parentela (anche Pietro, del resto, non era parente di Gesù).

Giosuè condusse Israele oltre il Giordano (Gs 3 e 4) (il fiume presso le cui sorgenti Pietro sta ora proclamando la messianicità di Gesù), cioè là dove Mosè, a causa di una misteriosa colpa commessa alle acque di Meriba (Nm 20,12; 27,14; Dt 32,51), non riuscì a condurlo. Secondo il libro dell’Esodo all’acque di Massa e Meriba il Signore disse a Mosè: «Ecco io sto davanti a te sulla roccia, sull’Horeb: colpirai la roccia e ne uscirà acqua. Il popolo ne berrà» (Es 17,6; cf. Nm 20,1-13). Il Targum Onqelos (la più letterale parafrasi aramaica della Scrittura) rende qui il termine «roccia» (sur) proprio con kefa’. In questa roccia vi è forza e debolezza. Vi è la forza di acque miracolosamente scaturite in pieno deserto (infatti è come se quella roccia fosse stata percossa dal Signore stesso, cf. Sal 78,20) e vi è la debolezza della colpa che si insinua anche dell’animo più giusto (cf. Qo 7,20).

Paolo identifica con Cristo la roccia che nel deserto fornisce acqua al popolo (1Cor 10,4). Quella roccia vista in questo modo diviene così quasi un segno che anche «Cristo il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16) per edificare la propria Chiesa dovrà passare attraverso la debolezza e la forza. Nel deserto del Sinai il popolo riunito divenne assemblea (ebr. qahal; gr. LXX ekklēsia) di Dio (Dt 4,10;9.10; At 7,38). Ora vi è un altro popolo chiamato a diventare chiesa di Dio attraverso una via diversa e dura, tale da sconcertare tanto Simone (Mt 16,22) quanto lo stesso Gesù (cf. Mt 26,37.42; 27,46). (PIERO STEFANI, Sia santificato il tuo nome. Commenti ai Vangeli della domenica. Anno A, Genova, Marietti, 1986, 173-176).

Gesù promette a Pietro «le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16,19). In ebraico il termine «chiave» (mafteah, cf. Gdc 3,25; 1 Cr 9,27; Is 22,22) è singolarmente più legato all’idea di aprire (radice ptb) che a quella di chiudere. Nel Nuovo Testamento le chiavi (gr. Kleida) indicano però piuttosto l’atto di chiudere che quello di aprire. La definitiva vittoria non è

legata al possesso delle chiavi del regno dei cieli date a Pietro (Mt 16,19). Queste ultime, al pari di quelle della scienza possedute dai dottori della legge (Lc 11,52) tendono infatti a indicare una delimitazione o addirittura un’esclusione (cf. Mt 18,17-18), non un’apertura universale. La Gerusalemme celeste discesa dal cielo avrà mura e porte, ma, come non avrà tempio, così non avrà neppure chiavi, le sue porte infatti non si chiuderanno mai (Ap 21,9-27; Is 60,11). La vittoria definitiva è contrassegnata dal possesso di altre chiavi: quelle dell’abisso e della morte, destinati alla fine a venir rinchiusi per sempre nella loro tenebrosa oscurità. Quelle chiavi sono però, prezioso possesso solo di chi, a propria volta, è passato attraverso la morte: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo (cf. Is 44,6), il

Vivente; giacqui morto, ma ora eccomi vivo per i secoli dei secoli; nelle mie mani sono le chiavi della morte e dell’ade» (Ap 1,18; cf. Ap 3,7- Is 22,22- Ap 9,l; 20,1) (Ivi, 176).

Meditazione

Isaia, il profeta del secolo VIII, parla di un oscuro avvicendamento al potere nel regno di Giuda. Il visir, il sovrintendente del palazzo, Sebna, viene rimosso e al suo posto Dio pone Eliakìm, «servo del Signore» (Is 22,20), insignendolo dei simboli dell’autorità: le chiavi del palazzo reale, il potere di aprire e chiudere, il compito e la responsabilità di vigilare sulla vita del palazzo del re (prima lettura). Queste immagini sono applicate a Pietro, che Gesù investe del compito di esercitare un’autorità decisiva all’interno della chiesa (vangelo). Il tema dell’autorità è dunque centrale nelle letture. Un’autorità che è dono dall’alto e dunque non motivo di vanto, ma di umiltà, di ringraziamento, di servizio.

La domanda di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15) non attende una definizione dogmatica o una formula di fede, ma interpella sulla qualità del coinvolgimento personale con Gesù: da lì emergerà se egli è il Signore, il Messia, il Figlio di Dio, o semplicemente un maestro, un sapiente. Quella domanda interpella sulla qualità del rapporto che il credente intrattiene con Gesù. Lasciarsi abitare e lavorare da quella domanda è forse la cosa più essenziale nell’ascolto di questa pericope evangelica […]

Le parole di Gesù a Pietro («Tu sei Pietro…»), che lo costituiscono nell’autorità di chi svolge un ministero decisivo per l’unità e la comunione della chiesa, non tolgono la debolezza e la fragilità dello stesso Pietro, come appare dal prosieguo del testo evangelico (Mt 16,21-23). Per quanto edificata sulla roccia, la chiesa è affidata alla fragilità e all’instabilità degli uomini. L’autorità di Pietro non ne viene sminuita, ma certo essa si accompagnerà sempre alla sua costitutiva fragilità, sicché «il destino della chiesa è come quello del Cristo: un cammino nella contraddizione» (Bruno Maggioni). Del resto, proprio l’esperienza della fragilità vissuta in prima persona può liberare l’autorità dal rischio di deviare in potere, può essere salvifico memoriale della fragilità degli altri uomini e può fare dell’esercizio dell’autorità la narrazione della misericordia di Dio.

L’espressione «carne e sangue» (Mt 16,17) rinvia all’umano. L’umano nella sua debolezza e fragilità ma anche nella sua vitalità, nella sua forza vitale, nei suoi doni e nelle sue capacità, nelle componenti che rendono vivo un uomo: intelligenza, intuizione, sapienza, creatività. Il testo ci pone il problema del discernimento di ciò che viene da Dio e di ciò che viene da noi, che non necessariamente è discernimento tra bene e male, ma tra ciò che è un parto, per quanto nobile, della nostra umanità, e ciò che proviene dal mistero divino e a cui noi ci facciamo accogliente ricettacolo. Per accogliere il dono del discernimento non occorre far ricorso a tecniche spirituali, ma perseguire un’educazione del cuore per divenire piccoli, per semplificarsi; per entrare nel movimento di conversione che conduce a riconoscersi figli in rapporto all’abbà; per penetrare sempre più a fondo nella conoscenza di Gesù.

L’immagine della pietra rinvia al saldo fondamento su cui si può costruire un edificio. In particolare il rinvio è alla pietra di fondamento del tempio (Is 28,14-18). Se il fondamento ecclesiale è Cristo, Pietro partecipa a questo compito: la sua confessione di fede è elemento basilare dell’edificio ecclesiale. Suo compito è «rafforzare» e «confermare» nella fede i fratelli (cfr. Lc 22,32).

Le porte delle città erano il luogo in cui si combattevano i combattimenti decisivi. La chiesa di Cristo si oppone alla potenza del male e della morte («le porte dell’Ade»: Mt 16,18) e la combatte con tutte le sue forze: l’annuncio del vangelo, i sacramenti, la prassi della carità. La potenza della morte non sarà più forte della potenza di vita annunciata e testimoniata nella chiesa fondata sul Cristo risorto.

Se le chiavi indicano un’autorità dottrinale (cfr. Lc 11,52: «la chiave della scienza») e di governo (cfr. Is 22,22), l’espressione sciogliere e legare implica un’autorità disciplinare: vietare e permettere, escludere e riammettere. Questo potere non è riservato esclusivamente a Pietro, ma esteso anche agli altri discepoli (Mt 18,18), dunque è collegiale.

«Vedere un mondo

in un granello di sabbia

e un cielo in un fiore selvatico,

tenere l’infinito nel cavo della mano

e l’eternità in un’ora».

(William Blake, Canti dell’innocenza e dell’esperienza

che mostrano i due contrari stati dell’anima umana)

Preghiere e racconti

La debolezza di Pietro

Pietro doveva ricevere le chiavi della Chiesa, anzi le chiavi del cielo, e a lui doveva essere affidato il governo di un popolo numeroso… Se Pietro, con la sua tendenza alla severità, fosse rimasto senza peccato, come avrebbe potuto dimostrarsi misericordioso nei riguardi dei suoi discepoli? Ma, per una disposizione della grazia divina, egli è caduto in peccato, cosicché, avendo fatto lui stesso l’esperienza della sua miseria, ha potuto mostrarsi buono verso gli altri. Rifletti! Colui che ha ceduto al peccato è proprio Pietro, il corifeo degli apostoli, il fondamento solido, la roccia indistruttibile, la guida della Chiesa, il porto inespugnabile, la torre incrollabile… Occorreva che Pietro, colui al quale doveva essere affidata la Chiesa, la colonna delle chiese, il porto della fede, il dottore del mondo, si mostrasse debole e peccatore. E questo, in realtà, perché potesse trovare nella sua debolezza una ragione per esercitare la sua bontà verso gli altri uomini.

(Giovanni CRISOSTOMO, Omelia su san Pietro e sant’Elia)

La Chiesa e le chiese

Sant’Ireneo parla di Roma come della «Chiesa più grande, più antica, più importante, fondata e stabilita da Pietro e Paolo». Si riferisce alle sue tradizioni, non certo in opposizione a quelle delle altre chiese, ma preferendole ad esse, e afferma: «Tutte le chiese fedeli devono ricorrere a questa Chiesa» o «devono essere in accordo con essa, a motivo della maggiore autorità che le deriva dalla sua fondazione».

(J.H. Newman, Pensieri sulla Chiesa)

Non vi fosse stata la Chiesa, non sapresti neppure che è esistito il Cristo.

(Fr. Mallet-Joris, La casa di carta)

Tu puoi vivere

Per le fruscianti foreste della notte

per il fiore sanguigno del sole

per le labbra d’argento che il mare innamorato

posa sulle anche delle spiagge

per le bianche architetture delle nuvole

l’isola erbosa addormentata fra le broccia delle acque

e per l’albero, portatore di foglie e di uccelli,

tu puoi vivere

ma soprattutto, ah!, tu puoi vivere

per la mano che scioglie la solitudine

per una lacrima bevuta alla sua sorgente

per questa voce che dice il tuo nome nell’ombra

per il cuore trionfante.

(A. Vilar, Da una penisola)

La vecchia fontana del villaggio

«“Buon giorno”, disse il piccolo principe. “Buon giorno”, disse il mercante. Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. “Perché vendi questa roba?”, disse il piccolo principe. “È una grossa economia di tempo”, disse il mercante. “Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatrè minuti alla settimana”. “E che cosa si fa di questi cinquantatrè minuti?”. “Se ne fa quel che si vuole…”. “Io”, disse il piccolo principe, “se avessi cinquantatrè minuti da spendere camminerei adagio adagio verso una fontana…”».

(Da Il Piccolo Principe di A. de Saint-Exupéry).

– Giovanni XXIII ha definito così la Chiesa: “La Chiesa è come la vecchia fontana del villaggio, che disseta le varie generazioni. Noi cambiamo, la fontana resta”…).

Il tizzone rimasto isolato

Il parroco di una chiesetta del New England si accorse che uno dei suoi più assidui fedeli disertava da tempo le funzioni della domenica. Una sera, decise di fargli visita e lo trovò solo in casa, seduto davanti al caminetto. Senza dire una parola il prete prese con le molle un tizzone ardente e lo posò sul pavimento; poi sedette su una poltrona e rimase a fissare per qualche minuto il tizzone che rimasto isolato fuori del caminetto, lentamente si spegneva. L’uomo intuì l’ammonimento e disse: «Mi avete fatto un bellissimo sermone, reverendo. Da domenica prossima, verrò di nuovo in chiesa».

La comunità alternativa

«La Chiesa si sente spinta non solo a formare i suoi figli, ma a lasciarsi formare essa stessa vivendo al suo interno secondo modelli e relazioni fondate sul vangelo, secondo quelle modalità che sono capaci di esprimere una comunità alternativa. Cioè una comunità che, in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, esprima la possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, cementante dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco».

(Card. C.M. Martini).

Preghiera

Ti ringrazio, Signore,

perché le nostre chiese

sono come grandi famiglie.

Fa’ che il tuo spirito di riconciliazione,

Signore,

soffi su tutta la terra.

Fa’ che i cristiani vivano il tuo amore.

Noi ti lodiamo, Signore,

con le cattedrali d’Europa,

con le offerte dell’America,

e coi nostri canti africani di lode.

Ti ringraziamo, Signore,

perché in tutto il mondo

abbiamo dei fratelli.

Sii con loro che costruiscono la pace.

(Preghiera dall’Africa occidentale)

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

– E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.

Liturgia. Anno A. CD, Leumann (To), Elle Di Ci, 2004.

– A. PRONZATO, Il vangelo in casa, Gribaudi, 1994.

– F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.

– D. GHIDOTTI, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003.