don lucio d'abbraccio

Don lucio d’abbraccio”Portiamo ogni giorno la croce sulle orme di Cristo”

Commento al Vangelo della XXII Domenica del Tempo Ordinario Anno A (30 agosto 2020)

Portiamo ogni giorno la croce sulle orme di Cristo

Siamo sempre a Cesarea, dove Pietro ha confessato Gesù quale Cristo, Messia (cf Mt 16,16). Gesù, annota l’evangelista, udite le parole di Pietro, comanda ai discepoli di non dire a nessuno che egli è il Messia (cf Mt 16,20), perché questo titolo potrebbe essere frainteso. E, prosegue l’evangelista, «Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Ma cosa significa che Gesù «deve» vivere tutto questo? Ciò non indica affatto un destino crudele impostogli da Dio, bensì innanzitutto una necessità umana, perché in un mondo ingiusto il giusto può essere solo osteggiato, fino a essere ucciso (cf Sap 2). Ebbene, se Gesù, il Giusto, affronta questa situazione senza rispondere ai suoi aguzzini con la violenza, ma restando fedele a Dio, allora la necessità umana può anche essere letta come necessità divina: nel senso che la libera obbedienza alla volontà di Dio, che chiede di vivere l’amore fino all’estremo, esige una vita di amore, anche a costo della morte violenta. Così Gesù ha vissuto, avendo compreso la propria vocazione messianica alla luce delle Scritture, con particolare riferimento al misterioso Servo sofferente descritto da Isaia (cf Is 52, 13; 53-12).

Pietro però non può accettare che questa sia la sorte del Messia, del Re di Israele: teme che la via della Croce possa essere una sconfitta e non una vittoria di Dio. Perciò, con una reazione impulsiva e umanissima, trae in disparte Gesù e si mette a rimproverarlo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Il discepolo, senza sapere quello che dice, pretende di rimproverare il maestro. Non condanniamo e non disprezziamo l’uomo di Galilea – Pietro -, perché anche noi ci comportiamo come lui, anche noi, spesso, chiediamo a Dio di mettersi contro la sua sapienza e di seguire la nostra; chiediamo a Dio di rifare la nostra volontà e di accantonare la sua. Spesso, infatti, la nostra fede è così debole da non essere un cammino verso il Signore e con il Signore, bensì un’ostinata resistenza con l’assurda pretesa che sia Dio a fare il nostro insipiente cammino e il nostro stolto volere.

Gesù però, continua l’evangelista, gli risponde con parole durissime: «Va’ dietro a me, Satana!», cioè torna al posto che ti spetta; «Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!», in modo mondano. Pietro, contestando le parole di Gesù, aveva preteso di farsi maestro del Maestro: un atteggiamento assurdo! Gesù, allora, raccomanda a Pietro di stare nel ruolo del discepolo: con umiltà, con docilità, con fiducia, con obbedienza serena. Ebbene, l’espressione «Va’ dietro a me, Satana!» sta a significare che nessuno deve pretendere di mettersi al di sopra di Dio, perché si diventa «satana», cioè usciamo dalla sequela di Gesù e ci mettiamo davanti a lui ostacolando il cammino da lui stabilito. Pietro cadrà nello stesso errore di presunzione quando, durante l’Ultima Cena, tenterà di respingere la via umile di Dio esclamando: «Tu non mi laverai i piedi» (cf Gv 13,8). Anche in questa occasione Pietro vuol fare il maestro del Maestro e Gesù, con la pazienza dell’Amore, demolisce ancora una volta l’atteggiamento di Pietro ricordandogli: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (cf Gv 13,8). Pietro, alla fine, capirà e cederà: e saranno le lacrime del pentimento dopo il rinnegamento ad aprirgli definitivamente gli occhi e il cuore (cf Lc 22,62).

Dopo questa affermazione Gesù, a scanso di equivoci, chiarisce quale sia il comportamento richiesto a quanti vivono alla sua sequela. Innanzitutto afferma: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Ciò significa smettere di considerare la propria persona come misura di ogni cosa e rinnegare l’idolatrica appartenenza a se stessi; chi rinuncia a questo comportamento cessa di autogiustificarsi e, per amore di Cristo, accetta anche di caricarsi del peso della croce, lo strumento della propria condanna a morte. Questo modo di vivere è pienamente illuminato dalla successiva parola di Gesù, un detto paradossale che nei vangeli risuona più volte sulle sue labbra: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Ecco il vero guadagno, la vera salvezza che possiamo conoscere giorno dopo giorno: perdere la nostra vita per Cristo, donarla come egli ha fatto e ci ha insegnato a fare.

Infine Gesù, tornando a parlare di sé alla terza persona, dice: «il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». Il legame con quanto precede indica che il giudizio comincia per noi qui e ora, e il suo metro è la concreta sequela di Gesù Cristo, segno di una fede confessata con la vita: la vita di chi, per amore suo, desidera seguirlo «dovunque vada» (cf Ap 14,4).

Che il Signore Dio apra i nostri occhi e il nostro cuore affinché, come diceva san Francesco D’Assisi, possiamo «conoscere Cristo, povero e crocifisso» e fare sempre la sua santa volontà.

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/


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