Figlie della Chiesa

Figlie della Chiesa Lectio XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

XXII Domenica del Tempo Ordinario

Si confrontano, nel vangelo di oggi, il pensiero “secondo Dio” e il pensiero “secondo gli uomini”. Pietro ha appena professato la sua fede in Gesù come Messia e come Figlio di Dio; adesso si tratta di comprendere esattamente che cosa significhino questi due titoli. E qui si oppongono due concezioni diverse. Gesù parla di una volontà divina (“doveva”) che comporta sofferenza, rifiuto da parte delle autorità giudaiche, morte e risurrezione; Pietro si oppone a questa prospettiva protestando con tutte le sue forze. Gesù traccia davanti ai discepoli il cammino che essi devono percorrere al suo seguito: Gesù è diretto a Gerusalemme, dove sarà messo a morte; ma afferma che al terzo giorno “deve risuscitare”. Il discepolo è dunque chi fa strada con Gesù, ne condivide fino in fondo il destino ed è disposto a pagare il prezzo della sua fedeltà. Essere discepoli vuol dire entrare nella logica di Gesù che affronta la sua morte come scelta di fedeltà totale per approdare alla risurrezione e alla vita eterna.

La prima lettura presenta l’inizio della quinta “confessione” di Geremia, nella quale la crisi con il Signore giunge al suo acme. Pesa su di essa il silenzio del Signore, che sembra non rispondere a Geremia. Forse al profeta è chiesto di giungere a sentire qualcosa del dolore stesso di Dio per il fallimento della storia d’amore con il suo popolo. La metafora della seduzione dice molto bene il modo con cui il profeta avverte la presenza di un Dio sentito misterioso nel suo agire e i cui piani vengono percepiti come duri da capire e da accettare. Il profeta, parli o taccia, si trova a soffrire sempre a causa della parola di Dio. Ma proprio in questo legame indissolubile tra sofferenza del profeta e Parola sta scritta la possibilità di un senso. Infatti, nella seconda parte del libro di Geremia, sarà sempre più chiaro che è la parola di Dio, e perciò Dio stesso, a patire con e nel profeta. C’è, nel profeta, la tentazione della fuga, eppure avverte in sé una passione amorosa che dice come in lui non sia affatto spento l’innamoramento iniziale, nonostante le delusioni; passione che gli pare come un fuoco che brucia nelle ossa (cioè nella sua più profonda interiorità) ed è incontenibile. Così, paradossalmente, il profeta, proprio nel momento in cui si sente abbandonato a se stesso e consegnato a una missione sterile, avverte la presenza in sé di quel Dio che sente lontano: nella passione del profeta è coinvolto Dio, un Dio che si lascia mettere alla berlina. È la verità scandalosa del Dio Crocifisso.

v.21: Il “bisogna che” (dèi) non è semplicemente riferito alla necessità di ogni essere umano di affrontare il suo destino di morte, ma è una necessità teologica, un dovere derivante dal misterioso piano di Dio, che si realizza proprio in questi eventi.

Andare a Gerusalemme è una espressione che per un ebreo ha un significato preciso, è l’indicazione del pellegrinaggio. Gerusalemme è il luogo dove Dio abita nel Tempio, e il Giudeo si mette in cammino verso Gerusalemme per andare a ricevere da Dio la vita. Un Ebreo che sia Ebreo ha dentro al cuore un desiderio intensissimo di quella città, perché è la città di Dio e la sorgente della vita. Andare a Gerusalemme vuol dire: andare verso la vita. Gesù deve andare a Gerusalemme per trovare la vita, però “deve soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi”. Cioè la vita che Gesù cerca – e cerca davvero la vita – la comunione con il Padre, passa attraverso la croce e la sofferenza.

A Gerusalemme Gesù incontrerà l’invidia degli uomini e l’odio e la menzogna; sarà messo nelle mani degli uomini, che potranno fare a lui tutto quello che vogliono. Però, nonostante questo, proprio nella violenza degli uomini si compirà la volontà di Dio. Anche la violenza che Gesù subisce non è qualche cosa che annulla il senso della sua vita; Dio è più grande anche di questo, è più grande del peccato degli uomini, e sa ritrovare un bene anche dalla violenza e dall’ingiustizia, di fatto: il “venire ucciso e risuscitare il terzo giorno”. Quindi la morte non si presenta come definitiva, come incapace di impedire ogni futuro, – è certamente un distacco, una sofferenza, una angoscia, – ma è provvisoria. Poi ci sarà la vittoria piena e definitiva. Questo è l’annuncio!

v.22: Gesù è ancora lontano dal momento della passione però gli si pone davanti, ancora, da una parte l’immagine della sofferenza e dall’altra quella proposta di Pietro di preferire un’altra via, più gradevole, meno ricca di sofferenza, soprattutto di umiliazione. Gesù deve affrontare questa proposta e la deve rifiutare; quel “lungi da me Satana” dice proprio questo e forse questa violenza con cui Gesù respinge Pietro è il segno di quanto la tentazione di Pietro fosse di per sé seducente. È il realizzare il Regno di Dio senza passare attraverso la sofferenza e la morte. La obiezione di Pietro non riguarda un punto marginale, ma la stessa immagine di Dio in gioco nella missione di Gesù. Pietro non può accettare l’idea di un Dio la cui potenza si nasconda nella debolezza e la cui vittoria si manifesti nell’essere inerme e consegnato all’arbitrio della buona o cattiva volontà umana. La sua resistenza dà espressione al sospetto o all’avversione che la croce trova nel cuore dell’uomo di ogni tempo. È necessario perciò comprendere la verità della croce nella sua luce autentica. Il rifiuto della prospettiva della passione, da parte di Pietro, in realtà si traduce poi in un rendere impossibile la risurrezione, poiché egli interrompe il processo in cui si snoda il mistero pasquale.

È difficile per Pietro accettare un messia così. Messia vuol dire Re; Pietro un re se lo immagina con un potere da esercitare, e invece un sofferente non entra dentro al progetto di Pietro. Accettare un Gesù che diventa sofferente, servo, è radicalmente impossibile per la mentalità di Pietro. Pietro fa tanta fatica che, quando vedrà Gesù debole, cioè messo nelle mani degli uomini, imprigionato, legato e offeso, si scandalizzerà; perderà quella ricchezza di fede e di legame che aveva con il Signore. Per certi aspetti ha ragione, perché Pietro aveva sempre conosciuto il Gesù che fa i miracoli, il Gesù che predica in modo così bello che la gente è lì ad ascoltare, a seguirlo, che va anche per alcuni giorni nel deserto per potere seguire Gesù, ma un Gesù prigioniero e debole, che non fa niente per liberarsi, Pietro questo Gesù non lo riconosce. “Non conosco quell’uomo”. Ed è molto significativo perché, dietro a questo, c’è la ripugnanza ad accettare la sofferenza come parte del progetto di Dio. Quando Pietro dice a Gesù: “Non devi soffrire”, è come se dicesse anche: “Non bisogna che io soffra”. Perché accettare che Gesù faccia un cammino verso la croce, vuol dire accettare di farlo anche lui come discepolo, perché il discepolo è colui che va dietro al maestro; se il maestro va a Gerusalemme, e a Gerusalemme c’è la croce, il discepolo va a Gerusalemme e ci sarà la croce anche per lui. Quindi non c’è modo di evitare il rifiuto della sofferenza di Gesù e il rifiuto della nostra sofferenza. Per questo Pietro lo capiamo bene; parla in qualche modo a nome nostro, è il nostro rappresentante.

v.23: Il “lungi da me” della traduzione CEI non rende il “mettiti dietro” di una traduzione più letterale. Non si tratta infatti solo di respingere Pietro lontano da Gesù perché portatore di una logica contraria a quella del Regno. Gesù chiede invece a Pietro di rimettersi dietro di lui, come indica l’espressione greca ypàgo opìso. Si tratta cioè, per Pietro, di ritornare nell’atteggiamento del discepolo, che è la sequela. Soltanto così egli potrà imparare a conoscere le vie di Dio, entrando nei misteriosi pensieri divini.

v.24: La prima volta che il Vangelo parla della vocazione dei discepoli ci presenta Gesù che chiama i discepoli con autorità: “Venite dietro di me”, e fa loro una promessa: “Vi farò diventare pescatori di uomini”, e voleva dire: vi faccio diventare pescatori di uomini, in modo che la vostra vita abbia un senso e un valore anche per gli altri, sia una benedizione per gli altri. Questo aveva promesso il Signore ai discepoli, quindi aveva promesso di ingrandire la vita. Ma adesso pone delle condizioni. Certamente è ancora valido quel discorso; la sequela di Gesù, cioè andare dietro a Gesù, vuol dire avere e acquistare una vita più ricca, più densa di valore, ma la condizione è quella di una obbedienza al Signore che accetta anche le sofferenze e la croce. Se uno vuole andare dietro al Signore, deve accettare, per certi aspetti, una vita sradicata. “Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A questo punto viene chiesto come condizione la croce: “Rinneghi se stesso”.

“Rinneghi se stesso”: non prenda più se stesso come centro essenziale di riferimento. Quindi, io vivo ancora nella carne la mia vita, quindi nella debolezza, nella fragilità, ma la vivo nella fede del Figlio di Dio; ho il riferimento a Cristo come la base e la sicurezza della mia esistenza. Inoltre, a Gesù non sfugge nulla della nostra vita, perché ha condiviso tutto, allora la nostra vita gli deve appartenere. Bisogna distruggere (rinnegare se stessi) l’idolo del proprio “io” quando diventa dio, il dio di me stesso. Il Dio di me stesso è il Signore, non “io”. Questo vuol dire “rinnegare se stesso”.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: