Don Alessandro Di Medio

Don Alessandro Di Medio Commento XXII Domenica del Tempo Ordinario

XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (30/08/2020)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita. Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni”.

Ecco qua: l’investitura papale di Pietro è ancora fresca, e già il capo degli apostoli si vede severamente rimbottato dal Signore. Un aneddoto consolante, che ci mostra come i doni e la chiamata di Dio non si fanno spazio in noi facendo piazza pulita della nostra povera umanità, ma la elevano sopportando e supportando il nostro limite.

Cosa è successo, esattamente, a Simon Pietro?

Credo che possa aiutarci a comprenderlo un brano di un poema di Peter Handke, Canto alla durata, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2019: l’autore descrive una bellissima giornata di mare con due suoi amici, e la sinfonia di colori e sapori e rievocazioni che la situazione offriva loro estasiandoli…

Ma la mia commozione e la mia gratitudine
non erano pure:
erano turbate da un’angoscia,
da una malinconia e da un dolore
che mi impietrivano.
Mi sembrava di essere fuori dal mondo,
scacciato per sempre,
come se con questi attimi avessi perduto
il diritto di essere in vita. […]
No, quel giorno provando tutto questo capivo
che al miracolo mancava la durata.
Ero riuscito sì a fermare l’attimo,
ma nemmeno così
avevo qualche diritto su di lui.

Proprio tutta la bellezza sperimentata rende amara l’esperienza, perché l’autore si rende conto che quella gioia non la potrà conservare, non la potrà fermare per appropriarsene.

Pietro vuole fermare l’attimo, rimanere per sempre in quel momento di trionfo, di speranza vittoriosa, di fecondità promessa, che l’investitura ricevuta, e ancor prima il reciproco riconoscimento con il Signore (“Tu sei il Cristo” “E tu sei Pietro”) gli avevano donato. Povero Pietro, ci riproverà sul Tabor: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè, e una per Elia” (Mt 17, 4).

È interessante notare che “né carne né sangue” avevano indicato a Simone che quello che aveva davanti era il Cristo (cfr. Mt 16, 17); il Padre “che è nei Cieli” aveva ispirato Simone a sbilanciarsi facendo un’affermazione del tutto compromettente riconoscendo la messianicità di Gesù. Ora invece Pietro si appoggia alla sua carne, pensa “secondo gli uomini” (cfr. v.23), e sbaglia; con l’intenzione di non sciupare una gioia, si pone come ostacolo tentatorio rispetto al cammino di Gesù. La carne e il sangue lo inducono a salvare un assetto raggiunto, un equilibrio, a salvarsi la psiche, termine letterale che poi è stato tradotto con “vita”, ma che corrisponde per l’esattezza alla vita che vive nella nostra testa, in reazione all’ambiente e ai suoi traumi.

Gesù lo ammonisce: chi vuole salvare il proprio assetto, le sicurezze raggiunte, le perderà, perché consumerà tutta la sua vita nel tentativo di conservarle, di tenerle al sicuro, come il poeta citato sopra, che si amareggia quando prova a salvare l’esperienza che sta vivendo.

Fonte:https://www.agensir.it/


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