Nico Guerini La fede come “seduzione”

XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (30/08/2020)

«Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre» (Ger 20,1). Questa parola di Geremia rintocca nella mia mente con suggestioni lontane che si risvegliano ogni volta che la sento proclamare o la leggo in silenzio.

È la memoria di un mattino di domenica, circa trent’anni fa, quando mi trovavo nella cattedrale di Bordeaux per la messa. Dato l’orario, le 8,45, l’eucaristia era celebrata in una cappella del transetto sinistro, e non all’altare maggiore, data la prevedibile scarsità dei partecipanti.

Tutto si trasfigurò all’improvviso quando, per la prima lettura, salì all’ambone un ragazzo, di quelli che si vedono sull’altare o in veste di chierichetti o come membri di un coro di voci bianche. Fu lui che attaccò il brano di Geremia: «Mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre».

Non so cosa mi colpì: forse la voce cristallina, il tono deciso e calmo insieme, come se il ragazzo raccontasse una sua esperienza, una musica felice come quella che si ascolta quando si sta a contemplare lo scorrere canterino dell’acqua tra i massi di un torrente di montagna. Forse fu la percezione di una innocenza simile al dilagare nella grande cattedrale gotica della luce di un chiaro mattino di primo settembre. E l’innocenza della voce era, insieme, il materializzarsi puro e libero dell’innocenza di cui è potenzialmente intrisa anche l’esperienza della seduzione, soprattutto quando, come Geremia, ne subiamo l’incanto.

Geremia, profeta “sedotto”

Riconosco che questa non è la percezione comune, e che la parola trascina spesso con sé intenti loschi e scopi ingannevoli. Ho provato a verificare il senso del termine nello Zingarelli. Ecco il risultato nei tre significati, presentati in ordine progressivo discendente, dal più frequente al più raro: 1. Indurre al male o in errore con lusinghe e inganni; 2. Allettare, circuire qualcuno a scopi sessuali; 3. Attrarre, avvincere.

Sembra che la progressione stabilita dal dizionario sintetizzi quella che si chiama «decadenza semantica» per cui un significato, ampio e positivo all’origine, si è sempre più ridotto e deteriorato. È un fenomeno ben noto nello sviluppo storico delle lingue, un mutamento che può anche avvenire nella direzione contraria, dal peggio al meglio. Nel caso di Geremia, essendo Dio il protagonista, solo il terzo significato è accettabile.

Il grande poeta inglese John Milton ebbe a dire che risalire all’etimologia della parola ha il potere di riportare il significato della stessa alla «verginità» delle origini prima che la stortura originaria la corrompesse. Nel mio caso, a far correre l’idea della «seduzione» al suo significato edenico fu anzitutto il contesto evocato, senso che lo scavo della parola nel dizionario latino presenta con un indubbio vantaggio segnalando l’etimo, appunto. Lì si dice che il verbo deriva da secum ducere, «condurre qualcuno con sé per parlargli segretamente». Geremia è qui.

Meditando sul ricordo dell’esperienza descritta sopra, mi sono venuti alla mente tante altre occasioni in cui la parola biblica mi si è stampata nella mente con un’impronta indelebile, che si sveglia ogni volta che viene evocata. Spesso è la musica di cui è rivestita a ridarmi il fascino di quella parola. Penso a tanti brani del Messia di Handel: da “Come sono belli i piedi di chi annuncia la pace” (Rm 10,15) a “So che il mio redentore vive” (Gb 19,25), dove si respira una pace sovrumana, o il magnifico coro finale “Degno è l’Agnello che è stato ucciso (Ap 10,12-13)”, che incendia di gloria una delle più grandi dossologie che costellano l’Apocalisse. E ancora il “Resta con noi” (Lc 24,29) della Cantata n. 6 di Bach, il  dolcissimo salmo 41, “Come la cerva anela”, musicato da Mendelssohn, il “Come sono amabili, Signore, le tue dimore” (Sal 83,2) del Requiem tedesco di Brahms, che immerge nella pace la meditazione della morte. Mi fermo qui.

La mia memoria è una miniera di parole bibliche che la musica trasfigura, e che fa comprendere con grande chiarezza e gustare con gioia immensa. Mi è bastato accennare con alcuni esempi all’aspetto seduttivo della fede, che non so quanto sia comune nella comprensione di credenti e praticanti, per non dire di chi si dichiara agnostico o ateo e che preferisce il gelo della sola ragione.

Torno a Geremia (20,7-9), dove la prima frase sembra che venga rimangiata da quello che ne è seguito nella vita del profeta, che passa dalla seduzione percepita come fascino alla sensazione che, in realtà, si sia trattato di un inganno. Desideroso per natura di annunciare pace e tranquillità, si trova costretto da quella parola che lo ha sedotto a dover «urlare “Violenza! Oppressione!”», e finisce col dire: «La parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno».

È importante che la Bibbia ci presenti la Parola come un’arma a due tagli, che ci fa oscillare tra il fascino e l’inganno. Lo capirono anche nel caso di Gesù i sacerdoti e gli scribi che, temendo il suo potere di seduzione (cf. Gv 11,48), decisero di eliminarlo.

Geremia è un caso esemplare che ci dice come superare la tentazione del rifiuto. Quando però pensa di “smascherare” il fascino, ecco cosa gli dimostra la sua forza vittoriosa: «Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo ma non potevo». L’unica uscita ragionevole è arrendersi: la fede invero è anzitutto un abbandonarsi sulla fiducia. Come canta il salmo 62.

Un appello appassionato

Il dilemma tra suggestione e sospetto appare spesso nella Bibbia, ed è una trave portante di tutta la letteratura spirituale. Si materializza nel contrasto che viene a stabilirsi tra Dio e il mondo, che dall’origine non è più a immagine di Dio, perché il peccato è venuto, e viene, a deturpare l’immagine che vi era stata impressa. L’effetto disastroso è che si è portati a vedere il “bene” là dove c’è in realtà il “male”. Perché anche il mondo “seduce”, ma non al modo di Dio.

È per questo che Paolo inizia lo splendido capitolo 12 della Lettera ai Romani (12,1-2) con un appello appassionato: «Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».

Credo sia utile ricordare, anche a partire da questo brano, che c’è mondo e mondo! C’è il mondo creato da Dio come buono, che Dio ama, e questo mondo, che è dall’origine radicalmente guasto, al quale non bisogna “conformarsi”. Annoto il lasciatevi trasformare in cui si ritrova il linguaggio della fede come un abbandonarsi, superando orgoglio e resistenze.

La delusione dell’apostolo Pietro

Il discorso trova la sua sintesi e il suo punto d’arrivo nel Vangelo (Mt 16,21-27). Troviamo ancora – come al modo di Geremia – una storia di “seduzione”, quella di Pietro, che si tramuta in “delusione”.

Nel brano letto domenica scorsa l’apostolo si era sentito “beatificato” dal maestro al cui seguito si era messo dopo un incontro in riva al lago che aveva avuto l’effetto di una folgorazione; ora però, messa alla prova della sofferenza, l’attrazione gli appare un “inganno”: non era questo il modo in cui Pietro si aspettava che la vicenda nella quale il «Seguimi» l’aveva trascinato andasse a finire! La sua reazione all’annuncio che Gesù, da lui prima proclamato «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» sarebbe stato maltrattato e ucciso, fa sì che da «beato», Pietro diventi «Satana» e «pietra di scandalo», e questo dice tutta la distanza che corre tra la seduzione intuita e le sue conseguenze concrete.

La seduzione che suscita ammirazione, amore, desiderio di identificarsi con il seduttore, deve in ogni caso superare la “prova” per verificarne la solidità o magari per scoprirne, se è il caso, l’inconsistenza. Il cammino di fede non può fare a meno di questi passaggi, dal fervore alla stanchezza fino al ricupero, almeno in qualche misura, dell’entusiasmo che ha dato origine alla chiamata a seguire Gesù. L’importante è mantenere la traiettoria come “orizzonte” delle proprie scelte, come verrà subito spiegato.

«Va dietro a me» dice Gesù a Pietro. Quel vade retro pare non indichi necessariamente “vai via!” come spesso si intende. Piuttosto, e molto più logicamente, Gesù torna a invitare Pietro alla sequela, ed è come se dicesse “Segui me”. Fausti traduce «Mettiti dietro a me», e questo è l’esatto significato del greco, che riappare con una eco significativa in quello che dice poi Gesù spiegando cosa comporta la seduzione da lui esercitata su chi lo incontra: «Se qualcuno vuole venire dietro a me prenda la sua croce e mi segua».

La legge che regola questa sequela è il grande paradosso, che fa il paio con quello dell’incarnazione: là Dio “si restringe” per farsi in tutto uno di noi, qui la regola d’oro diventa “perdersi per salvarsi”!

E, oltre a questa, un’altra eco va rimarcata: quella che esiste tra Geremia che dice «mi sono lasciato sedurre», e Paolo che chiede: «lasciatevi trasformare»! Non è una mera eleganza linguistica. È il risultato di una seduzione da parte di qualcosa, o meglio di qualcuno, che è più bello, più vero, più buono del comune, che ci mette in uno stato di passività e di accoglienza, chiamata a diventare umiltà serena e grata sottomissione.

Da questo nascono le vocazioni che sono una forma di innamoramento, l’effetto di qualcosa, o qualcuno, che ci seduce, e su questo principio si possono costruire relazioni che esorcizzano l’istinto pericoloso e devastante del possesso. Come scrive la poetessa inglese E. Jennings: «Un modo di vivere / comincia dove non c’è bisogno di schiacciare / i petali per avere il profumo della rosa / o di marcare i nostri lineamenti là dove l’acqua scorre» (Elizabeth Jennings, “Oltre il possesso”, in La danza nel cuore delle cose, Milano 2007, p. 37). E questa è la vera libertà.

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